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I 15 film famosi che ogni architetto dovrebbe vedere almeno una volta nella vita

Cinema e architettura collaborano da quando la settima arte esiste. Ecco la top 15 di film da guardare assolutamente per architetti che amano il cinema

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Una lista di 15 film da vedere assolutamente, soprattutto se si ama l'architettura. Perché parliamo di film per architetti? Perché quella tra cinema e architettura è una collaborazione di lunga data.

I migliori film che raccontano l’architettura lo possono fare esplicitamente, attraverso biografie e documentari, più spesso ricorrendo alla sapiente discrezione dell’arte scenografica. 

Scenografie che possono essere semplicemente “agìte”, mero sfondo per l’azione, altre volte sono centrali ed espressive come personaggi, perché creano “mondi” e suscitano indimenticabili emozioni. E ancora, le architetture dei film possono esistere nel mondo reale ed essere rappresentate con sguardo oggettivo. Altre volte sono visionarie e partorite dall’immaginazione di autori che piegano le forme al servizio di significati e sentimenti. 

Tra realismo e poesia, tra intimismo e monumentalità, ecco una lista di 15 film famosi che ogni architetto dovrebbe vedere. Perché il cinema è quel “portale dimensionale” che ci porta alla scoperta di altri luoghi.

My architect. Il viaggio di un figlio, regia di Nathaniel Kahn, 2003.

Un documentario su un grande architetto del 900, Louis Kahn, che fu trovato morto nei bagni di una stazione di New York nel marzo 1974. Kahn, di origini ebraiche, fu un genio controverso, con un piede nel Movimento Moderno e uno fuori, a sondare la spiritualità delle rovine romane, greche, ed egizie. Al concetto di monumentalità si ispirano sue opere come il Salk Institute in California. Il film è anche la storia di un figlio illegittimo - Nathaniel, il regista - che cerca il padre che lo ha abbandonato, e tenta di afferrarne il segreto artistico.   

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Il ventre dell'architetto, regia di Peter Greenaway, 1987

Giunto a Roma con la moglie per allestire una mostra su Etienne-Louis Boullée, l’architetto Stourley Karcklite scopre di avere un cancro allo stadio terminale. L’eternità delle rovine di Roma è la scenografia ideale per una riflessione sul rapporto tra storia e sofferenza individuale. Un po’ Leopardi, un po’ Sorrentino, e un po’ Pirandello, perché il nostro inizia a impazzire e a scrivere lettere a Boullée. Finale amarissimo, che ha per scenografia un grande monumento romano. 

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Metropolis, regia di Fritz Lang, 1927. 

Capolavoro del cinema muto e padre di tutto il genere “distopia fantascientifica”. Anno 2026, la città di Metropolis è governata dal despota-imprenditore Joh Fredersen, arroccato sul più alto dei grattacieli di cui la metropoli è fittissima. L’intera classe operaia è sfruttata nel sottosuolo dantesco, e c’è una grande “Macchina M” che esplode al loro primo errore. L’architettura imponente dei grattacieli metropolitani la fa da padrona assoluta: vero personaggio della storia, rappresenta il potere che annichilisce e soggioga. Fritz Lang ricalca il tema della schiavitù e della Torre di Babele. A ispirarlo per la scenografia fu la visione di New York di notte. 

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Koyaanisqatsi, regia di Godfrey Reggio, 1982

6 anni di riprese per un documentario il cui titolo è un’espressione in lingua amerinda hopi, che significa “vita in tumulto” o folle. Un film muto e non narrativo. Un collage a velocità anche alterata (diminuita o accelerata) che racconta l’evoluzione della civiltà umana, nel passaggio dalla natura all’intervento sempre più invasivo dell’uomo. Se le inquadrature aeree di grandi edifici razionalisti sono magnifiche, quelle dei grandi grattacieli americani illuminati di notte, con la musica minimalista di Philip Glass, sono emozionantissime. È il primo lungometraggio della trilogia “Qatsi”. Fotografia di Ron Fricke. 

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Caro Diario, regia Nanni Moretti, 1993

Adesso sapete perché il vostro amico cinefilo esclama “Nanni Moretti!” ogni volta che vede una vespa piaggio bianca in giro per Roma. Uno dei film cult più autobiografici di Moretti, diviso in 3 episodi. Agli architetti interessa il primo, in cui il Nanni nazionale percorre interi quartieri di una Roma estiva e deserta (ricordate quando le città si svuotavano d’estate?), che “trent’anni fa era bellissima!”. Con l'iconico casco bianco, Moretti disserta di cinema, architettura, e scopre sobborghi come Spinaceto. Un capolavoro del cinema d’autore italiano, con tanto di omaggio a Pasolini. 

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Il cielo sopra Berlino, regia di Wim Wenders, 1987

Wim Wenders ha una passione per le città: ci ha portati all’Avana con Buena Vista Social Club, a Palermo con Palermo Shooting, a Lisbona con Lisbon Story. Ma il titolo per eccellenza del regista tedesco è Il Cielo sopra Berlino. Due angeli invisibili osservano la vita di Berlino, spiando le storie e i pensieri dei berlinesi. C’è anche Peter Falk e si vede tanta Berlino, compresa Potsdamer Platz e il muro coperto di graffiti. Una poetica riflessione sulla capitale della Germania (e sulla vita) da parte di uno dei più grandi registi tedeschi.  

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L’odio, regia di Mathieu Kassovitz, 1995

Il film da citare quando si parla di centro-e-periferie, integrazione, marginalità e… Vincent Cassel. L’attore francese interpreta Vinz, un giovane della banlieue di Parigi che ciondola sempre in giro insieme all’amico di colore Hubert e al maghrebino Said. Il clima nel quartiere è teso, un ragazzo è stato pestato dalla polizia durante alcuni scontri. Vinz, il più irrequieto di tutti, trova una pistola. Segue gita dei tre nel centro di Parigi, dove scoprono che in città non c’è posto per loro. Film ancora attualissimo sulle problematiche urbanistiche e sociali di oggi.

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Futurismo, regia di Marcel L’Herbier, 1923

Concepito come anteprima per l’Esposizione delle Arti Decorative del 1925, questo film muto parla della femme fatale Claire Lescot, “inumana” (il titolo originale è L’inhumaine)  perché desiderata da tutti: un imprenditore, un politico, un maharaja e l’inventore Einar che simula per lei un suicidio. Alle scenografie parteciparono architetti come Robert Mallet-Stevens, che si occupò degli esterni della villa  di Claire e del laboratorio di Einar. Fernand Léger disegnò il laboratorio dell’inventore in stile cubista; Alberto Cavalcanti progettò l’atrio in stile art decò della casa della protagonista; molti altri i nomi di stilisti e designer coinvolti. Di seguito una clip estratta dal film.

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Blade Runner, regia di Ridley Scott, 1982

Ha bisogno di presentazioni? Il capolavoro della fantascienza anni 80, con Harrison Ford tra i replicanti. Uno di loro “ha visto cose che noi umani” eccetera eccetera. Gli architetti troveranno nelle scenografie di Blade Runner una successione di architetture distopiche, che attingono a piene mani dal filone di Metropolis e lo rilanciano. È stato realizzato recentemente un sequel. 

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Rocco e i suoi fratelli, regia di Luchino Visconti, 1960

Il cinema italiano ai massimi livelli. Visconti racconta una Milano che va dalle palestre di boxe alla cima del Duomo, passando per un seminterrato di Lambrate dov’è costretta a vivere la famiglia Parondi (di cui un membro è Alain Delon). Ma ci sono anche le rive dell’idroscalo, la stazione centrale, e molti altri noti scenari meneghini con un bianco e nero d’autore. Oggi è acclamato, ma ai tempi fu censurato e ostacolato da Procura e dalla Giunta Provinciale di Milano.

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Mamma Roma, regia di Pier Paolo Pasolini, 1962

Un caposaldo dell’amplissima cinematografia a tema “Roma” e secondo film di Pasolini. Anna Magnani è “Mamma Roma”, una prostituta che vuole cambiar vita. La macchina da presa segue le sue vicende che hanno per sfondo Casal Bertone, il sobborgo del Quadraro, Tor Marancia. Si vede anche il Parco degli acquedotti. Un film per scoprire Pasolini e approfondire le periferie di Roma nel loro sviluppo a metà 900. 

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Manhattan, regia di Woody Allen, 1979

Woody nella sua forma più smagliante, e il film con la più bella inquadratura di un ponte in bianco e nero. Non è quello di Brooklyn, ma l'Ed Koch Queensboro Bridge che collega Manhattan a Long Island City. Il motivo per vederlo è nel titolo: mai Woody Allen fu più newyorchese. Qui gli alti e i bassi dei grattacieli sono una poetica oscillazione tra ironia e malinconia, come note di un clarinetto jazz. A livello scenografico c’è la lezione di tutto il cinema sulle metropoli. Storia e dialoghi, tra i migliori di Allen. 

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Professione Reporter, regia di Michelangelo Antonioni, 1974

Jack Nicholson è un reporter di successo annoiato dalla vita. Trovato un cadavere, si sostituisce a lui per ricominciare. Nicholson raccontò al Corriere che il grande Antonioni “lo portava a vedere l'architettura di Gaudì facendogli perdere e ritrovare l'identità del reporter”. Ma oltre a Barcellona, si vedono piazze di Londra e il Sahara. “Ci faceva sentire il silenzio nell'oasi del Sahara dove (…) continuava con i suoi occhi attenti a vedere e a farci "sentire" le sue inquadrature”. 

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Le mani sulla città, regia di Francesco Rosi, 1963

Il film per eccellenza sulla speculazione edilizia dei palazzinari senza scrupoli. Ambientato a Napoli, tra consiglieri comunali di destra (collusi) e di sinistra (indignati), esplora da dentro le stanze comunali i conflitti d’interesse tra società immobiliari, politica e amministrazione. Ebbe a dire lo sceneggiatore e scrittore Raffaele La Capria: "Napoli è stata una delle città più devastate da una speculazione immobiliare oscena; era una città bellissima e sono riusciti a rovinare tutto, anche la salute e la vita dei suoi abitanti”.

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2001: Odissea nello spazio, regia di Stanley Kubrick, 1968 

Per molti il film più bello di tutti i tempi, e comunque il più famoso di Kubrick. Ha compiuto da poco 50 anni, e oltre alla storia del cinema, ha fatto quella della fantascienza e del design - come vi abbiamo raccontato in questo articolo. 

Per la produzione, progettisti e designer (d’interni e di mobili) furono chiamati a immaginare le versioni future di oggetti d’uso quotidiano. Ma il film è insuperabile perché ha trovato l’immagine per raccontare il mistero stesso della vita, in cui ognuno ci vede quel che vuole: l’arcinoto monolite nero. 

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di Roberto Fiandaca / 10 Aprile 2018

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