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Come si costruisce in montagna? L'ispirazione da 3 rifugi alpini

Le esigenze primarie dell'abitare ad alta quota si risolvono con soluzioni inedite, all'insegna del comfort e della relazione con il paesaggio

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Chiamarli semplicemente rifugi alpini significa utilizzare un termine ormai riduttivo. Le architetture di montagna hanno infatti rivoluzionato negli ultimi anni il rapporto tra design e funzionalità, dimostrando come sia possibile rispondere ad esigenze basilari, come riposare, riscaldarsi e consumare un pasto frugale, arricchendole con sorprendenti soluzioni spaziali e viste mozzafiato.

Sembra che sia passata più di un’era nell’evoluzione di queste micro architetture autosufficienti, da quando, nel 1938 Charlotte Perriand insieme a Pierre Jeanneret, realizzavano il Refuge Tonneau, un piccolo capolavoro di design e architettura d’alta quota, che però presentava già tutte le caratteristiche dei suoi pronipoti: struttura prefabbricata, facilmente smontabile, materiali leggeri come il legno per l’interno e il metallo all’esterno, arredi a scomparsa e soluzioni distributive modulabili a seconda delle esigenze degli occupanti. Ma rispetto a questo prototipo, i rifugi di montagna contemporanei offrono livelli di comfort che li avvicinano molto a vere e proprie abitazioni, coniugati con una nuova forma di relazione con il paesaggio, attivata attraverso grandi aperture che proiettano gli ospiti direttamente al centro degli spettacolari scenari che solo le montagne sanno regalare.

Abbiamo scelto 3 progetti interessanti realizzati a differenti latitudini e con programmi funzionali diversificati, ma tutti accomunati da una grande attenzione alla qualità dell’abitare e da soluzioni compositive che si ispirano alle tecniche di modellazione derivate dalle arti plastiche.

Foto: Tonatiuh Ambrosetti

È il caso del nuovo rifugio sul Monte Rosa, nei pressi di Zermat, realizzato nel 2009 dagli svizzeri Bearth & Deplazes, in collaborazione con l’ETH di Zurigo. Questo volume scultoreo rivestito da lastre di alluminio riflettente, nasce come architettura sperimentale completamente autosufficiente, concepita per testare possibilità ingegneristiche e compatibilità ambientale di strutture e materiali assemblati in condizioni estreme. Installato a 2.883 di altitudine, tra il monte Cervino e la Punta Dufour, ha una capienza di 120 posti letto; la sua struttura in legno si sviluppa per cinque piani ed è ancorata a fondazioni d'acciaio inox che affondano nella roccia. La sua forma che rappresenta una versione contemporanea degli antichi donjon -ultimo baluardo difensivo dei castelli medioevali- è solcata da una grande incisione a spirale che segna la facciata. Questo taglio coincide con lo sviluppo della scala interna che diventa uno strumento di esplorazione del paesaggio esterno: mano a mano che si sale, la natura si rivela in modo dinamico attraverso scorci sempre diversi.

La collaborazione tra architetti e studenti universitari è all’origine di Take A(l)titude, progetto sviluppato attraverso il coinvolgimento degli operatori del soccorso alpino, per un centro di emergenza realizzato a 2.100 metri sul livello del mare, sulle montagne della Romania. Firmato da Marius Miclaus, fondatore di Studio Archaeus, è stato praticamente autocostruito a valle, grazie al contributo dei ragazzi che hanno partecipato ai workshop organizzati dalla piattaforma laboratorio Sky Hill.

Trasportato in vetta per mezzo di un elicottero, il piccolo rifugio in legno compensato, può ospitare in pochi metri quadri 19 posti letto e un locale riservato al pronto soccorso. La forma del tetto, rivestito da lastre di alluminio color muschio, modellata per disegnare un grande lucernario, ricorda quella di un faro: un segnale luminoso che manifesta la presenza dell’uomo in un paesaggio così poco ospitale. Lo spazio interno sembra scavato direttamente nella roccia: le piegature delle superfici consentono di ricavare micro ambienti intimi pur in un volume unitario.

Foto: Rasmus Norlander

Immerso nei boschi, sulle montagne di Lillehammer, famosa stazione sciistica Norvegese, il Cabin Vindheim (2016) è una vera e propria casa vacanze in miniatura. In soli 55 metri quadri lo studio Vardehaugen ha saputo organizzare tutti gli ambienti tipici dell’architettura domestica, valorizzati però dallo straordinario paesaggio circostante, con il quale, ogni stanza, riesce a stabilire un contatto unico ed originale. La forma triangolare del rifugio si ispira ai tradizionali capanni per lo sci di fondo, la cui copertura è pensata per essere letteralmente sepolta dalla neve, modellando così le superfici naturali con l’inserimento di un volume astratto, che può essere usato come rampa per le acrobazie sugli sci.

Il rifugio, che si compone di un ampio soggiorno, una camera da letto, una sala per la preparazione degli sci e un piccolo annesso con un ripostiglio, è rivestita in pannelli di pino tinto di nero. L'interno è invece completamente coperto di pioppo cerato. Lo spazio interno è continuo; gli ambienti sono diversificati grazie alle differenti inclinazioni della copertura che viene piegata e ritagliata per disegnare le grandi bucature che aprono l’interno verso l’esterno.

SCOPRI ANCHE:
Una casa rifugio sulle Alpi
Un libro sui rifugi immersi nella natura
Un rifugio tra i boschi nell'arcipelago di Stoccolma


di Massimiliano Giberti / 24 Gennaio 2017

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