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9 metri sopra il cielo

La High Line a New York

Alla scoperta di New York dal parco sopraelevato firmato da Diller, Scofidio+Renfro. Ricavato sul tracciato della High Line, la linea ferroviaria dismessa che sorvola il West Side, da Chelsea al Meatpacking District. Fra edifici post-industriali e new entry.

È un’idea di New York che non c’era e adesso c’è. Nascosta nove metri sopra il cielo, appare allo sguardo appena saliti sull’High Line: è l’immagine della natura transitoria della città che diviene d’un tratto paesaggio. Questa visione di New York di struggente asimmetria, fatta di costruzioni vive e poi morte e infine rivitalizzate, ha prodotto col tempo uno degli aspetti centrali di un’idea già potente in sé: che è quella che ha condotto alla trasformazione di una sopraelevata in disuso in un parco lineare senza paragoni.

Salvato dalla tigna protezionistica del gruppo Friends of the High Line e dagli immediati 50 milioni di dollari stanziati dal sindaco Bloomberg, il viadotto ferroviario si è trasformato in uno spazio pubblico, subito assurto a icona paesaggistica contemporanea. Dove la natura spontanea post-dismissione (cento specie di erbe autoctone «urbane») dialoga con la realtà altrettanto incontrollata della rovina post-industriale. E in cui le essenze cresciute tra i binari durante l’abbandono sono diventate parte integrante del progetto di riuso, come vegetazione che cresce e s’infiltra nei moduli del calpestìo in cemento: è stata questa inattesa anima biodiversa di New York che ha conquistato. Ma all’idea di partenza si è subito affiancata la sua inattesa conseguenza: è apparsa un’altra faccia della città.

A nove metri d’altezza si sorvolano i taxi e il traffico tagliando Manhattan per oltre due chilometri e si scorgono orti segreti dalle balaustre d’edera; ci si libra dalle chaise longue di legno o dalle panchine che si fondono col suolo sopra le gallerie d’arte di Chelsea sulla 34ma per arrivare nel West Village, con Greenwich e l’ormai iconico Meatpacking District, il quartiere dei vecchi mattatoi. L’High Line trasvolandolo lo ha trasfigurato. Boutique, pub, alberghi, hanno mantenuto i nomi dei capi di bestiame; altri sono diventati famosi in tutto il mondo: Cielo, Level V, Buddha bar. Questa nuova visione fluida della città ha condotto alla valorizzazione immobiliare dei distretti sorvolati e al loro conseguente risanamento, attuato con un’inedita attenzione al sapore «ruinesco» che gli edifici avevano acquisito negli anni della decadenza.

E ha richiamato investimenti di qualità: già percettibile alla base del progetto High Line (i paesaggisti di James Corner Field Operations col botanico Piet Oudolf e lo studio Diller Scofidio+Renfro), ma ribadita dall’arrivo sul campo delle archistar. Proprio nel Meatpacking sorgerà il Whitney Museum progettato da Renzo Piano; Frank Gehry ha declinato le sue curve a stretto contatto con le rigide corsie del nuovo passeggio newyorkese, Jean Nouvel ha fatto parlare i suoi piani verticali con la scultura orizzontale della sopraelevata, affiancato da Annabelle Selldorf.

Interventi artistici, come quello di Spencer Finch al Chelsea Market Passage, si sono inframmessi alle scale d’accesso. Cosa resta da dire? Che la High Line ha creato parole nuove. Come «agritettura» (verde e architettura coniugati); che è stata anche un’operazione di archeologia botanica (il ritorno delle vecchie specie cresciute spontaneamente). E che alla fine la vita ha preso di nuovo possesso di una opera destinata alla rovina. Come fecero le povere piante di città tra i binari in disarmo. www.thehighline.org


di Paolo Campostrini / 4 Gennaio 2011

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