ELLEdecor.it
X

Questo sito utilizza cookie, inclusi cookie di terze parti. Alcuni cookie ci aiutano a migliorare la navigazione nel sito, altri sono finalizzati a inviare messaggi pubblicitari mirati. Continuando la navigazione nel sito acconsenti al loro impiego in conformità alla nostra Cookie Policy, che ti invitiamo pertanto a consultare. Accedendo alla nostra Cookie Policy, inoltre, potrai negare il consenso all'installazione dei cookie

Elle Decor Italia

Barber & Osgerby

Protagonisti di una nuova monografia

A tu per tu con i due giovani designer britannici, protagonisti di un volume appena uscito. Quindici anni di progetti raccontati anche da dietro le quinte.

Difficile incasellare il lavoro dei designer britannici Edward Barber e Jay Osgerby (entrambi classe 1969): nel loro portfolio ci sono rivestimenti per facciate di edifici e sedie per studenti, oggetti a tiratura limitata o addirittura pezzi unici. Il punto della situazione lo fa una monografia, appena uscita, che raccoglie il lavoro dei primi quindici anni del loro studio. Li abbiamo incontrati nei giorni, frenetici, del Salone del Mobile.

Perché un libro, perché adesso?
EDWARD BARBER Ci hanno chiesto: “Vi piacerebbe fare un libro?” E noi: “Yeah!”. Senza renderci conto di quanto lavoro avrebbe comportato. Più seriamente: lavoriamo insieme dal ’96 e il nostro sito web raccoglie solo l’essenziale, senza raccontare il perché delle scelte dietro ogni singolo progetto. Dettagli che per noi sono il lato più importante del lavoro, perché ci piace trovare delle buone ragioni per le cose che facciamo. Così ci siamo buttati nell’avventura, raccogliendo disegni, immagini di prototipi, foto fatte in fabbrica. Cose che in genere non vedi quando sfogli un catalogo. È stato davvero una faticaccia, ma ne è valsa la pena.

Cosa è cambiato nel vostro mondo da quando avete iniziato? Tecnologie, desideri della gente...
EB La tecnologia ha fatto grandi passi, come continuerà a fare. Ma non credo che questo abbia rivoluzionato le cose. Lo ha fatto sul fronte della prototipia, con il concetto di 3D printing che usiamo molto negli ultimi stadi di sviluppo di un progetto. Ma il cambiamento più grande è quello della visibilità di un prodotto: il giorno che finisci la fase di progettazione il mondo intero può vederlo, grazie a rendering che non riesci a distinguere da fotografie di oggetti reali. Tutta questa comunicazione ha cambiato il modo in cui i designer, specialmente i più giovani, lavorano. Hanno l’urgenza di essere notati. Così progettano in modo drammatico per catturare l’attenzione e finire sull’ultimo blog.

JAY OSGERBY E poi c’è la questione dell’ambiente. Tutti hanno iniziato a chiedere sostenibilità, ciclo vitale lungo, riciclabilità. Tanto che adesso è una delle prime cose a cui pensiamo quando affrontiamo un nuovo progetto. E certo prima non lo era. In poche parole: è cambiato il ritmo, chiunque oggi può essere un designer (come chiunque può tenere un blog). Noi ci ribelliamo a modo nostro, producendo meno di quasi tutti i nostri contemporanei. Perché ci piace pensare a quello che stiamo facendo.

Come definireste il vostro stile?
EB Domanda difficile. Non pensiamo di avere uno stile, perché per noi ogni progetto è una sfida a sé. Una sedia di plastica, un multiplo da editare in pochi esemplari o un’applique in ceramica: i punti di vista che questi progetti implicano sono troppo diversi. Difficile trovare una cifra comune. Il nostro stile è semplificare le cose per farle funzionare in modo più efficiente, più razionale.

Sarebbe a dire?
Prendi Tip Ton, la sedia che presentiamo per Vitra. È pensata per le scuole. Abbiamo guardato a ricerche svolte negli anni ’60 e ’70 sul comportamento dei ragazzi in classe: il motivo per cui si muovono in continuazione è che quando ti muovi la circolazione sanguigna migliora. E migliora anche la capacità di concentrazione, perché il cervello riceve più ossigeno. Così abbiamo voluto costruire una sedia che desse questa libertà. Vitra ha già tante sedie da ufficio che hanno un movimento in avanti, ma si tratta di oggetti costosi. Troppo per le scuole. Così abbiamo cercato di prendere questo concetto e tradurlo in un oggetto low cost.

Dove sta andando il vostro design?
EB Altra bella domanda. Non c’è niente che non vorremmo provare: un ponte, una linea di gioielli. Ci piace lavorare con persone dotate di ambizione, e che affrontano quello che fanno con passione. Non importa la scala del progetto. Questo detto, credo che ci piacerebbe fare un po’ più di architettura. Adesso facciamo più che altro allestimenti per mostre, oppure esterni come per alcuni H&M di Los Angeles e di Tokyo. Ci confrontiamo anche con architetture su piccola scala, e non ci dispiacerebbe provare qualcosa di più grande.

C’è qualcosa del genere in arrivo?
EB Sì, una galleria che stiamo facendo a Londra. Anche se siamo ancora a uno stadio preliminare.

Come mai avete iniziato a lavorare insieme?
EB Ci siamo conosciuti studiando architettura al Royal College of Art, ci siamo trovati bene insieme e - ancora da studenti – abbiamo progettato un ristorante per l’amico di un amico, le solite cose che arrivano per caso. Per quel famoso primo ristorante avevamo disegnato un tavolo, che non venne realizzato perché troppo caro. Ma il prototipo finì sotto gli occhi di Giulio Cappellini: è stato così che abbiamo inziato a disegnare mobili, visto che i nostri studi erano da architetto. Di nuovo, un caso. Praticamente abbiamo sempre lavorato insieme. Non abbiamo un metodo di lavoro: facciamo schizzi su carta, inizia uno e l’altro in genere boccia tutto. Tutto in modo molto naturale. Disegnamo dalla mattina alla sera.

Niente computer?
EB Non li sappiamo usare, al massimo mandiamo le email (ride)! Ovviamente ne abbiamo molti in studio e li usiamo, ma solo a partire da uno stadio avanzato del progetto. All’inizio è tutto schizzi. E poi tanti modelli: cartone, legno, di tutto. Il computer uccide lo spirito di un progetto. Il disegno grezzo fa entrare in gioco l’interpretazione. È come leggere la descrizione di un paesaggio, tu vedrai qualcosa di diverso da quello che vedrò io. Devi lasciare spazio alla mente per poter lavorare.

Less is more?
JO Sembra proprio di sì.

Info: The Design Work of Edward Barber and Jay Osgerby, Rizzoli International, 256 pp., $ 75, www.rizzoliusa.com


di Ruben Modigliani / 7 Giugno 2011

CORNER

Architettura collection

[Architettura]

Una moderna Ca’ Valentino

Il secondo flagship store londinese del brand è firmato Chipperfield

negozi di design

[Architettura]

Filarmonica marina

Tra hub creativo e città d’acqua: così cambia lo skyline di Amburgo

Edifici pubblici

[Architettura]

Una casa d'autore in palio

Il nuovo progetto di Alberto Campo Baeza è un omaggio a Barragán

casa moderna

[Architettura]

Il pollaio? Sì, ma minimalista

Dopo questa chicken coop 2.0 la fattoria non sarà più la stessa

arredi outdoor

[Architettura]

Nuovo polo creativo a Miami

Un grande volume bianco firmato Oma porta la cultura a Mid Beach

musei

[Architettura]

Una scuola très chic

L'inconfondibile gusto francese di Jacques Ferrier a Pechino

Architettura contemporanea

[Architettura]

Il nastro cinese di Möbius

Un enorme anello di vetro e acciaio spicca nel Chaoyang Park di Pechino

uffici di design

[Architettura]

La mecca del design a Londra

Il nuovo London Design Museum nel quartiere di Kensington

musei

[Architettura]

Vivere in garage

Andy Martin trasforma un rifugio per auto in una casa moderna

restyling

Hearst Magazines Italia

©2016 HEARST MAGAZINES ITALIA SPA - RIPRODUZIONE RISERVATA - P. IVA 12212110154 | VIA ROBERTO BRACCO, 6, 20159, MILANO – ITALY

Pubblicità | Link utili | Cookies policy | privacy policy siti web