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Il codice Caruncho

Dalle Americhe al Mediterraneo

Dalle Americhe al Mediterraneo, i giardini di un filosofo che si interroga sull’ordine segreto delle cose. La risposta? La geometria. Che è già in natura, basta svelarla

Se le cose hanno un ordine segreto, i giardini sono uno dei posti migliori per scoprirlo. Ti metti a guardarli e aspetti che si riveli. Può durare una vita la questione, “oppure, come è capitato a me, mi sono messo a farli”: non è una scorciatoia, questa è stata la vita di Fernando Caruncho. Nato a Madrid, una predilezione maniacale per la Grecia classica e gli orti islamici, non devi dirgli che è un paesaggista. E non è un caso, forse, se per scoprire il codice che si nasconde nella natura ha studiato filosofia, non architettura dei giardini. Un giro largo che, partendo dalle prime esperienze galiziane o nell’austera Andalusia, lo ha condotto a disegnare spazi terreni come fossero quelli della mente: “Non è questione di bello o brutto. Il bello arriva se si pensa semplice. È la semplicità a essere dentro l’ordine naturale”. Tuttavia, semplici i suoi giardini non sono, ma lo sembrano quando sono finiti: le onde dei bossi o le griglie degli alberi come una scrittura, l’importante è imparare l’alfabeto. “Io arrivo”, dice, “e guardo quello che c’è intorno. C’è sempre una logica se il panorama si è definito in un certo modo. Bisogna un po’ piegarsi, non piegarlo a quello che hai in testa magari prima di arrivare”. Dalla Florida all’Inghilterra (Oxford e la campagna più classicamente verde), adesso è in Italia. Sta tra la Toscana e la Puglia. Al sud, vicino a Massafra, ha ritrovato gli spazi iberici muovendo un vigneto come se si fosse messo a pettinare i filari a onde; a Sant’Antimo o a San Giovanni d’Asso ha rivisto invece l’idea occidentale del mondo tra selciati di pietra e verde autunnale. “La diversità dei mondi”, spiega, “non è un ostacolo. I miei amori sono ancora i giardini arabi dell’Alhambra ma anche quelli di Caprarola o di Bagnaia: non è importante la cultura ma il codice. E il codice è la geometria”. La geometria, ecco il punto. Serve nel progetto a dare forma e significato agli spazi. È la grammatica stessa del giardino: “Se lo spazio e il tempo sono i due parametri, la geometria è il mezzo per esprimerli. È così dentro le cose che più di una volta mi è capitato di disegnare un parco e di ritrovarvi, senza volerlo, le proporzioni della sezione aurea”.

Altra questione, la luce. È un’ossessione. Il rapporto tra architettura, paesaggio e cielo passa da lei: attraverso l’uso prospettico dell’acqua che rifrange le foglie lucide, oppure in chiaroscuro. O dentro le esperienze del giardino orientale e quello giapponese in particolare, che si riflette nel taglio ondulato e rigorosamente organico di certe siepi: “L’importante è decifrare. Le cose ci sono già. Anche la luce c’è sempre, pure dove sembra difficile tirarla fuori. Occorre scoprire la sua lingua”. Adesso Caruncho è capace di dire cose che fanno paura ai paesaggisti contemporanei: prospettiva, simmetria, geometria. Oggi che si assiste al trionfo della con-fusione. Ma la mano è ferma: “Siamo stati tutti contaminati dalle ideologie, ma la luce, il tempo, il verde sono onde che non si fanno piegare. Il mio obiettivo? Dare sempre a un posto il suo momento di splendore”.

Per informazioni: www.fernandocaruncho.com


di P. Campostrini, A. Scaravella / 28 Ottobre 2011

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