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Elle Decor Italia

Ritorno al futuro

Giardini storici ritrovati e di nuova invenzione

Se il vecchio giardino si scopre pronto per nuove destinazioni è perché ha smesso di pensarsi vecchio. Da Torino a Venezia non è più tempo di siepi estenuate e piogge sui volti silvani: gli antichi parchi stanno trovando una via d’uscita contemporanea al loro destino di signore incanutite a filo d’erba. C’è voluto coraggio a intervenire, ma ce ne sarebbe voluto altrettanto a non farlo e a lasciare che si perdessero nell’illusione di passati splendori come Gloria Swanson sul viale del tramonto. Invece adesso i viali (divenuti col tempo quasi illeggibili) della Venaria Reale sono le icone esemplari del restauro contemporaneo applicato agli assi prospettici settecenteschi, lame di luce rarefatta che corrono tra Torino e le Alpi. Perché è questo a cui assistiamo oggi: interventi di riconversione paesaggistica disinibiti e colti, non più solo conservativi. E che hanno trasformato molti classici spazi verdi in oggetti del desiderio per i nuovi pellegrini delle vacanze glamour, in diretta concorrenza con i palazzi e i luoghi a cui fino a poco tempo fa facevano solo da corollario. Sulla Venaria, una sublime Versailles pedemontana sfibrata da secoli di abbandono, l’intervento è stato titanico, ma poteva finire per essere troppo fedele e, appunto per questo, massimamente infedele. Così sul luogo delle antiche statue ormai scomparse che correvano in infilata, Giuseppe Penone ha assemblato le sue installazioni contemporanee permanenti. Perché questa è l’arte, oggi, per noi. Far diversamente sarebbe stato solo filologia e invece si è scelto di preservare lo spirito, non solo la forma del parco antico. Poco lontano dal sogno alla Barry Lyndon dei giardini della reggia, c’è invece l’hortus conclusus dei giardini del castello: negli antichi fossati di Palazzo Madama, in pieno centro a Torino, con un’operazione uguale-contraria a quella della Venaria, da poche settimane sono stati ricreati gli orti medievali così come emergevano dai trattati di agricoltura e piante medicinali del XIV e XV secolo; e poi il bosco e il frutteto (viridarium), con castagni, noci, pruni e sorbi. Un’operazione, questa sì, raffinatamente filologica. Il castello ha un nuovo museo, ma è all’aperto. La stessa riconnessione dentro-fuori è stata attuata a Ferrara dove saranno visitabili i rinnovati allestimenti di Palazzo Costabili, dal 1935 sede del Museo archeologico nazionale di Spina. Evento notabile, oltre che per l’apertura delle nuove sezioni, anche per quella dei suoi giardini. Qui è avvenuta una grande operazione di ripulitura in senso contemporaneo. Quello di Mezzogiorno, era un bell’esempio giardino formale storico, una realizzazione botanica in stile rinascimentale creata negli anni Trenta: ma alla rievocazione colta si era sovrapposto negli anni Cinquanta un intervento pesante che aveva compromesso il nitore originale. Ora tutto è ritornato chiaro. A Venezia, invece, è ritornato l’artificio. A testimonianza che il giardino può inventarsi ogni cosa, alla Fondazione Cini sull’isola di San Giorgio ci si può da poco perdere in un labirinto costruito con tremila piante di bosso. Un percorso spiazzante ispirato a Borges (e a chi se no?), di cui il labirinto riproduce il nome e in cui ci si può smarrire come dentro il suo “Giardino dei sentieri che si biforcano”. Ma il giardino, che ha imparato ad attrarre le carovane dei viandanti in cerca di bellezza come fossero grandi mostre, ha anche la sua versione scientifica. A Ventimiglia, gli ottocenteschi Giardini Hanbury sono stati strappati a un destino di spogliazione e, grazie alle recenti cure dell’Università di Genova, riconsegnati al loro ruolo di museo botanico all’aperto, con chiara vocazione esotica. Un baedeker del verde da toccare, il paradiso di Linneo. Così, tra scienza e teatro, rigore e fantasia, il giardino si è ricostruito un futuro.


di Paolo Campostrini e Anna Scaravella / 19 Settembre 2011

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