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Elle Decor Italia

Verso il futuro

12° Biennale d’architettura a Venezia

Viaggio all’interno dell’appuntamento clou dell’architettura mondiale. Tra manifesti teorici, visioni d’artista e provocazioni (come nuvole o capanne di pescatori).

Varcare la soglia della 12° Biennale d’Architettura significa iniziare un viaggio. E non solo quello bellissimo nella storia dell’architettura moderna, che si compie passeggiando nei Giardini tra i Padiglioni Nazionali: ci si riposa all’ombra dell’Art Déco del padiglione ungherese, ci si incanta per la poesia di quello dei Paesi nordici, ci si diverte nel bookshop “navale” di James Stirling. Il viaggio che ci propone Katsuyo Sejima si intitola People meet in Architecture e ci guida attraverso le visioni che architetti, designer e fotografi offrono come risposta alle problematiche nate dal cambiamento, in atto da decenni, nella realtà sociale e urbana. La città contemporanea, invasa dall’attività caotica di miliardi di persone, è infatti un organismo in continuo mutamento. Ma è un’evoluzione che l’architettura in generale non ha colto.

“Non è mai cambiata la cultura del progetto”, afferma Andrea Branzi, padre nobile del movimento radicale e uno dei tre italiani invitati a esporre, insieme ad Aldo Cibic e a Renzo Piano. “I modelli urbani sono ancora rigidi, caratterizzati da edifici permanenti e invalicabili”. Ecco allora che, nell’ex Padiglione Italia, Branzi propone un intervento dal titolo Dieci Modesti Consigli per una Nuova Carta di Atene (il manifesto di Le Corbusier che offriva una visione funzionalista della città):

1. La città come una favelas a alta tecnologia.
2. La città come un computer ogni 20mq.
3. La città come luogo di ospitalità cosmica.
4. La città come un tutto-pieno microclimatizzato.
5. La città come un laboratorio genetico.
6. La città come un plancton vivente.
7. Ricercare modelli di urbanizzazione debole.
8. Realizzare confini sfumati e attraversabili.
9. Realizzare infrastrutture reversibili e leggere.
10. Realizzare grandi trasformazioni attraverso micro-progetti.

Consigli che sono rappresentati da dodici suggestivi modelli di nuovi ambienti urbani. In un susseguirsi fluido si incontrano le altre opere degli ospiti internazionali, in parte ai Giardini, in parte nell’Arsenale. Ogni architetto, infatti, ha costruito uno spazio specifico: il risultato è un montaggio di 45 opere per 45 autori privo di un vero progetto di allestimento generale. Un susseguirsi di esperienze fisiche e spaziali, dove mancano lunghi testi scritti per non compromettere la relazione immediata tra persone e luoghi.

Sempre ai Giardini ci sono le provocatorie Microrealities di Aldo Cibic, quattro grandi plastici per nuovi modi di vivere aperti alla felicità. E il titolo scelto dal designer è proprio Rethinking happiness. “Cerco una progettualità che generi un miglioramento nella qualità della vita a livello, sociale, economico e ambientale”, ci dice Cibic. Non, quindi, singoli edifici ma scenari, come il campus per creativi autosufficiente dal punto di vista energetico e alimentare da costruire su un terreno nella laguna di Venezia, o il “Superbazar” vicino alla tangenziale di Milano che ospiti attività utili alla vita di quartiere: asilo, biblioteca, mercato... E se il francese François Roche, architetto visionario che lavora con la natura, risponde alla chiamata della Sejima con un edificio biodegradabile che sarà costruito l’anno prossimo in Danimarca, l’artista coreano Do-Ho Suh ci sorprende con una della sue case di tessuto sospese in aria, mentre Transsolar Klimaengineering con Tetsuo Kondo ci immergono in una nuvola, vera architettura atmosferica.

Ci sono poi le proposte dei Padiglioni Nazionali, con new entry come Ruanda, Bahrain, Malesia, Albania. Iran. Da non perdere quello polacco, che la scorsa edizione vinse il Leone d’Oro, e quello israeliano, dedicato al kibbutz come perfetta forma di architettura temporanea, che cambia secondo le esigenze dei suoi abitanti. Resta il Padiglione Italiano, 1.800 mq all’interno dell’Arsenale, curato da Luca Molinari, mostra-nella-mostra dal titolo AILATI. Divisa in tre sezioni, passato presente futuro, ci offre la visione di progetti “laterali” ma significativi. “Nella parte del presente ho scelto tutte opere costruite che rappresentano forme di resistenza in un territorio che rifiuta la qualità. Dotate, quindi, di un profondo valore civile”, ci racconta Molinari. C’è la centrale di teleriscaldamento realizzata a Bressanone da Modus: un edificio trasparente che coinvolge i passanti e il cui il tetto è usato come pista dagli skater. O il Centro per donne abbandonate in Burkina Faso progettato dal gruppo Farestudio o l’ospedale di Emergency fatto da Tamassociati a Kartum in Sudan, costruito usando container abbandonati.

Nella sezione Futuro, invece, si realizza l’idea di un’architettura da esperire fisicamente. Grazie all’allestimento di Francesco Librizzi e di Salottobuono, ci si immerge nelle visioni di 14 progettisti italiani che portano il visitatore in uno spazio che non è solo da guardare, ma a cui abbandonarsi quasi con amore.

Info: People meet in Architecture, appunto. Dal 29/8 al 21/11. www.labiennale.org


di Marta Piras / 6 Settembre 2010

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