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Architettura al femminile

La seconda edizione di arcVision Prize per le donne architetto

Un premio per le donne, ideato e promosso da Italcementi Group, ha celebrato, alla vigilia dell’8 marzo, le progettiste emergenti del panorama internazionale nella sede dell'i.lab di Bergamo firmata da Richard Meier. Per 36 ore dieci donne, provenienti da altrettante parti del mondo, si sono confrontate su temi fondamentali per la nostra epoca: coraggio verso l’innovazione, attenzione all’ambiente, valorizzazione delle culture locali, sensibilità e attenzione al fattore umano. L'evento, degno di un tavolo di lavoro alle Nazioni Unite, si è svolto in occasione della seconda edizione di arcVision Prize - Women and Architecture.

Il premio è andato alla portoghese Ines Lobo, che si è distinta per la capacità di lavorare su diverse scale, integrando il nuovo e risolvendo in modo creativo problemi complessi. Tema centrale del suo lavoro è la riconversione di edifici esistenti come la Facoltà di Arte e di Architettura di Evora (2009) o l'edificio che ospita gli uffici della Ferreira Construction (2009).

Tre le menzioni d’onore: la prima è per la tedesca Anna Heringer, impegnata in progetti che hanno una grande carica sociale come il Training Center di Rudrapur in Bangladesh (2008), dove sperimenta l’utilizzo di tecniche povere ma intelligenti e due ostelli in Cina (2014).

La seconda va a Shimul Javeri Kadri, indiana, che spazia dalla citazione di elementi tradizionali, come la terracotta impiegata nella fabbrica a Karur (2011), al linguaggio modernista degli uffici per la Nirvana Film (2011).

La terza menzione è riservata a Cecilia Puga, rappresentante del Cile e di una nuova generazione di architetti liberi dalla omologazione linguistica dell’architettura internazionale. Sua la Casa di Vacanze a Baia Azul (2002).

Tra le giurate anche Benedetta Tagliabue, italiana, socia fondatrice dello studio d’architettura EMBT di Barcellona. Insieme a Odile Decq, Kazuyo Sejima e a Louisa Hutton è stata tra le architette membri del team di selezione di ArchVision. A lei abbiamo chiesto cosa abbia significato ricoprire il ruolo di giudice. «Forse a volte si corre il rischio di apparire un po’ gelose- esordisce ridendo- ciò che ha prevalso alla fine è la capacità di comprendere le difficoltà che una donna deve affrontare per affermarsi attraverso l'architettura. Ogni tanto, scherzando, ci siamo immaginate come delle mamme che stanno cercando in qualche modo di aprire nuove porte alle progettiste più giovani e meno affermate. Di solito gli architetti faticano a essere generosi; la nostra è una professione nella quale è difficile trovare un proprio spazio: non c’è lavoro per tutti. Penso sia  importante che architette note si trovino nella condizione di dare visibilità ad architette che non ne hanno ancora avuta. Conosciamo bene quanto sia difficile emergere e proviamo ammirazione per quelle progettiste che in aree geografiche complicate riescono ad ottenere risultati importanti».


di Massimiliano Giberti / 25 Febbraio 2014

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