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Gli architetti messicani progettano il muro di Trump

Estudio 3.14 ha provato a immaginare l’impatto che potrebbero effettivamente avere le quasi duemila miglia di cemento e calcestruzzo tra il Golfo del Messico e la costa del Pacifico

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Si fa presto a parlare di titaniche mura che proteggano gli Stati Uniti dall’invasione di clandestini messicani, ma quanti hanno davvero provato a immaginare l’impatto che potrebbero effettivamente avere le quasi duemila miglia di cemento e calcestruzzo tra il Golfo del Messico e la costa del Pacifico su cui il neoeletto presidente Donald Trump ha incentrato la sua campagna elettorale?

Di sicuro l’ha fatto un gruppo di stagisti dello studio messicano Estudio 3.14 di Guadalajara, con la collaborazione del prof. Hassanaly Ladha dell’Università del Connecticut, includendo al progetto grafico anche i render della struttura in svariati paesaggi di confine, come deserti, colline, fiumi e la famigerata cittadina di frontiera Tijuana – nonché alcuni ironici dissacranti manifesti propagandistici a favore della costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico.

 

Perché, se proprio dovrà esserci un muro, che almeno sia bellissimo ed anche perfettamente in linea con l’estetica messicana: quale miglior colpo al becero fanatismo di Trump che visualizzare il suo muro di un bel rosa acceso, nello spirito degli edifici di uno tra i più rinomati architetti messicani, vincitore tra l’altro del premio Pritzer, Luis Barragán?

 

Prison-Wall, questo il nome del progetto, non è pensato per essere solo un muro divisorio, ma anche una prigione in cui verranno “processati, classificati, indottrinati e/o deportati” circa undici milioni di clandestini senza documenti.

E non solo: il team di giovani creativi ha immaginato negozi incastonati all’interno del muro, con comodi differenti ingressi da ciascuna nazione, ed anche siti panoramici dove i cittadini statunitensi potranno salire per godersi la vista sul paesaggio messicano.

L’interesse di questo progetto, spiegano, è triplice: innanzitutto permetterà alle persone di avere letteralmente davanti agli occhi le conseguenze della costruzione di una struttura che attraverserebbe per lo più zone pubbliche all’interno di parchi naturali, oltre a diverse aree private, impiegando nella sua gestione circa sei milioni di persone e creando numerosi problemi pratici come per esempio la necessità di lasciar scorrere i fiumi Colorado e Rio Grande assecondandone i differenti flussi stagionali ma allo stesso tempo impedendo ai temutissimi clandestini messicani di valicare il confine attraverso le loro acque.

Inoltre, avere un elemento architettonico al centro del dibattito politico internazionale permette di testare effettivamente le potenzialità e i limiti di tali immagini nei mass e social media, ed infine offre la possibilità di una riflessione sui molteplici referenti del linguaggio.

Fermo restando che, comunque la si immagini, la costruzione di oltre tremila chilometri di muro non può essere molto più che una “spettacolare perversione”.

e314.mx

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di Lia Morreale / 2 Febbraio 2017

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