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Cosa sono le barriere New Jersey e perché se ne parla tanto in questi giorni?

Da New York alla proposta di Stefano Boeri: quando il problema della sicurezza diventa una questione architettonica

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© Vincenzo D'Alba

Barriere New Jersey in cemento nelle piazze italiane: dopo l’attacco terroristico a Barcellona le piazze delle città italiane si blindano con sistemi anti-sfondamento. Da Milano a Bari, passando per Firenze il tema è la sicurezza ma anche l’impatto architettonico.

Ma cosa sono, esattamente, le barriere New Jersey? In realtà si chiamano barriere jersey e sono quei sistemi in plastica colorata o in calcestruzzo che si vedono spesso lungo le strade, dove sono utilizzati per incanalare il traffico. E che oggi si riscoprono dissuasori per fermare eventuali attentati, strutture di cemento armato che pesano circa 40 quintali l'una e che non piacciono a tutti.

"Ci sono metodi davvero efficaci per fermare attacchi dei camion e per proteggere gli spazi pubblici", scriveva Dominic Casciani per la BBC dopo l'attacco del dicembre scorso a Berlino. "Gli Stati Uniti, Israele e Regno Unito sono tra le nazioni che meglio hanno sviluppato il pensiero sulla protezione degli spazi pubblici con la messa in atto di misure che vanno dalle barriere massive a modifiche incredibilmente sottili nel paesaggio urbano che nessuno di noi noterebbe”.

Fin dall’11 settembre designer e architetti si sono cimentati con questo tema sviluppando soluzioni creative che mettono d’accordo estetica e sicurezza, ed evitano quel senso di incertezza e di malessere psicologico che poi è uno degli obiettivi principali del terrorismo: farci temere che possa esserci un altro attacco, più che preoccuparci per i danni di quello che c’è già stato (c'è addirittura chi ai dissuasori ha dedicato un intero profilo Instagram come il fotografo californiano Andrew Choate).

 https://www.instagram.com/p/BReYXSfjhn7/?taken-by=saintbollard

A New York, per esempio, si sono rivolti allo studio Rogers Partners Architects + Urban Designers, che ha sostituito le invadenti barriere metalliche con paletti in bronzo sfaccettati personalizzati chiamati "No Go” e descritti dal Chicago Tribune come “un esempio pianificazione umanistica della sicurezza multidimensionale”: i sistemi scultorei sono presto diventato un luogo dove i frequentatori di Manhattan si ritrovano all’aperto.  

Un progetto vincente perché capace di dialogare con il contesto e i suoi abitanti, che cita Frank Gehry ma riflette le grandi porte dei templi di commercio di Wall Street.

Courtesy Rogers Partners Architects + Urban Designers

E in Italia?

Dopo il posizionamento delle barriere antisfondamento in piazza Duomo a Milano a dicembre 2016, la palla passa agli architetti e agli artisti: se Benedetta Tagliabue (architetto che ha scelto Barcellona come città in cui vivere e lavorare) pensa di circondare d’acqua i luoghi simbolo delle città, con un'idea simile a quella che il suo studio ha realizzato per il Parlamento scozzese a Edimburgo dove, ricorda, "non abbiamo installato centinaia di pilomat, ma realizzato dei laghetti artificiali", Michelangelo Pistoletto, secondo cui "quei new jersey non hanno ricadute soltanto dal punto di vista estetico, ma anche psicologico: si trasformano in un doppio successo dei terroristi che non solo compiono attentati, facendoci male fisicamente, ma peggiorano la qualità della vita nelle nostre città, ferendoci nello spirito" immagina orti rialzati aperti a tutti. Più soft la proposta di Mimmo Paladino che propone i colori e l’ironia come armi contro il terrorismo: se è vero che quei dissuasori sono inevitabili, almeno nell'emergenza, allora "sfruttiamo a nostro vantaggio questi new jersey o pilomat, coloriamoli, rendiamoli delle opere d’arte con le quali lanciare messaggi ai terroristi"

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Ma l’attenzione è tutta intorno alla proposta di Stefano Boeri: “Bisogna lanciare un forte messaggio simbolico/estetico rispondendo alla paura e al terrorismo non con new jersey o pilomat, ma con una struttura che sia in grado allo stesso tempo di ospitare un albero e di proteggere le persone” scrive.  Un'idea che è anche un invito alle istituzioni "a chiamare creativi, designer, architetti, uffici tecnici, studenti, artisti a progettare dei grandi vasi, ciascuno ospitante un albero" e che raccoglie il consenso di Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci), dei primi cittadini di Palermo Leoluca Orlando e di Firenze Dario Nardella.

Dall’idea di Boeri ne nascono altre, che declinano la proposta a seconda del contesto in cui verrà inserita: “Si potrebbe invocare la collaborazione di giovani artisti provenienti dall'intero bacino del Mediterraneo, e ridare alla barriera il significato di ponte culturale” scrive su Repubblica Francesco Marocco, che a Bari fa lo scrittore e a New York l’architetto.

Ancora più decisi contro la soluzione univoca si schierano, sempre dalle pagine di Repubblica, Francesco Maggiore e Vincenzo D’Alba, designer del brand Kiasmo, preoccupati che si giunga a "soluzioni retoriche, formali e lontane dai contesti storici di appartenenza". "Lo sguardo verso il verde è condotto con fascinazione e nostalgia, nonostante assuma spesso connotati progettuali approssimativi, intendendolo didascalicamente come sinonimo di bello e di qualità." spiegano "Il cemento, invece, è fatalisticamente e paradossalmente ancora considerato un materiale condannabile a causa degli innumerevoli errori progettuali di cui è divenuto ingiustamente colpevole. Si deve, invece, affermare che i materiali, in generale, non abbiano colpe. Cercare invece di 'abbellire' e non di progettare significa, infine, essere colpevoli di una grave indifferenza che condanna alla mediocrità le nostre strade, piazze e città."

Perché non è affatto una pianificazione della sicurezza. È a tutti gli effetti una pianificazione urbanistica.

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di Carlotta Marelli / 25 Agosto 2017

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