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Upper West Tower, Berlino sta diventando una città verticale?

La bellissima torre di Langhof sembra dire, dopo decenni di dibattito, "Ich bin ein Berliner". E indica una nuova tendenza verso l'alto

UpperWest_LANGHOF_BlickMonkeyBar_TobiasNikolajew

Orizzontale e verticale, due dimensioni dello spazio, ma anche due possibili modi di essere della città. A Berlino il dibattito sulla questione è ancora vivo e vegeto, rinverdito già lo scorso maggio dall’inaugurazione, dopo quattro anni di lavori, dell’Upper West Tower: il grattacielo fortemente voluto dall’architetto austriaco Cristoph Langhof vicino all’illustre viale Ku’damm, su quella Kantstraße già ombreggiata dai 33 piani dello Zoofenster. Due torri grazie alle quali Berlino Ovest assume oggi una ritrovata magnificenza futuristica e che incorniciano le rovine della Gedächtniskirche - la nota chiesa dell’imperatore Guglielmo, unico monito del passato - quasi ricostruendone metaforicamente le 5 guglie, e riscattando in altezza la città dai suoi fantasmi.

Costruita da Strabag Real Estate, l’Upper West conta 53 mila metri quadrati distribuiti in due volumi diversi ma collegati alla base, il 40% dei quali è stato dato a Motel One. Il resto sono uffici (25 mila mq) negozi (più di 5 mila mq) e uno sky bar di 1000 metri quadri che corona il top floor a 118 metri di altezza. A colpire è soprattutto la facciata in alluminio bianco e ondulato, un gioco di forme cubiche e curve che dà un aspetto reticolare all’edificio affusolato, che Langhof ha voluto simile a una scultura monolitica. 

La costruzione dell’Upper West Tower è frutto di 20 anni di polemiche: Langhof iniziò il progetto tra il  ’94 e il ’95, proprio lui che aveva gli uffici nella Schimmelpfeng-Building,  apprezzato edificio del dopoguerra, abbattuto nel 2011 per far spazio ai cantieri dei nuovi grattacieli. Ad ogni modo, la torre tanto vituperata oggi sembra dire ai berlinesi, con tutta la sua bellezza, "Ich bin ein Berliner". Ma questo potrebbe essere soltanto l’inizio di quello che si annuncia un percorso lungo, voluto da una certa intellighenzia architettonica: la trasformazione di Berlino Ovest in una città verticale. Di fronte a un piano regolatore del 2016 (“Masterplan City-West”) che non pone tabù di sorta, sono in molti a chiedersi se ce ne sia davvero bisogno. Voci gelose di un passato - letteralmente - anteguerra, quindi innocente e creativo, che fa rima con Weimar.  

Foto a sinistra: UpperWest_LANGHOF_BlickKantstraße, LANGHOF®.

Foto a destra: UpperWest_LANGHOF_BlickvonTerrasse_TobiasNikolajew

Il dibattito sui grattacieli può sembrare ozioso eppure è sempre attuale. Quella loro è una storia vecchia più di un secolo: l’immigrazione di massa verso gli Stati Uniti spinse gli architetti e ingegneri come Louis Sullivan o William LeBaron Jenney (cui viene attribuito il primo, l'Home Insurance Building) verso altezze fino ad allora immaginate soltanto con la biblica torre di Babele. Il suolo scarseggiava, la popolazione aumentava: ecco le metropoli trasformarsi in città verticali. La moda degli edifici di Chicago che “raschiano” il cielo si diffonde presto in tutto il mondo e inventa una nuova linea: lo skyline, misura immediata di magnificenza, potere, e prosperità dei grandi CBD (central business district). Torri che stanno ai palazzi come i transatlantici alle navi, e come le navi hanno avuto i loro naufragi. Superfluo ogni riferimento alle Twin Towers, o al più recente incendio della Grenfell Tower di Londra.

Intanto, “Città verticale” diventa l’edificio stesso, che inizia a contenere in sé tutti i servizi necessari per ridurre le distanze e aumentare la velocità degli affari. 

UpperWest_LANGHOF_BlickBreitscheidplatz_TobiasNikolajew

Viene dunque da chiedersi se scarsità di spazio e velocità dei collegamenti siano ancora esigenze attuali. La densità di popolazione aumenta, è vero, ma oggi assistiamo anche a contro-tendenze che spingono gli inurbati a cercare una vita meno costosa verso le campagne, incentivando quindi un modello di città “diffusa” e stili di vita pendolari. Per non parlare di esempi come Detroit, ovvero di città che si svuotano e cambiano vocazione. Quanto alla velocità di collegamenti, basta rivedere Il segreto del mio successo, per accorgersi di quanto sia datata l’immagine di Micheal J. Fox che corre da un ufficio all’altro per consegnare una busta: oggi invierebbe un’email. Quindi, a cosa servono veramente oggi i grattacieli? 

Rendono disumano il paesaggio, secondo alcuni; permettono di preservare il verde cittadino, rispondono altri. Riducono il traffico privato? No, deteriorano il rapporto dei cittadini tra loro e con la città. Per non parlare dell’aspetto: lucido, vivo, potente, per i fautori. Anonimo, freddo, arido, per i detrattori, e senza alcun rapporto con la storia.

A scuola ci spiegavano le altezze acuminate dello stile gotico come manifestazione di un potere superiore e trascendente. Un assoggettamento dell’anima che il recentemente scomparso Robert Pirsig - il filosofo de Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, - commentò nel suo secondo e quasi ignoto saggio - Lila -in cui solcava l’Hudson in barca a vela: nell’altezza delle costruzioni c’è l’intenzione di soggiogare lo spirito, diceva, ed è vero: ma dobbiamo ammettere che nell’essere cittadini di una potente città verticale, anche noi ci sentiamo great again.

Foto a sinistra: UpperWest_LANGHOF_BlickBudapester_TobiasNikolajew.

Foto a destra: UpperWest_LANGHOF_BlickFuge_TobiasNikolajew

Chissà, forse la gara per la supremazia di oggi si gioca anche su questo terreno. In Cina e in tutti i paesi emergenti ne sorgono centinaia all’anno, con scopi inediti come nei grattacieli a uso residenziale. E nel migrare dei grattacieli verso est - nove dei più alti al mondo sono asiatici, il più alto a Dubai - c’è la migrazione del potere economico globale.

Forse con Upper West, il professor Langhof e la sua cerchia stanno dicendo al mondo che Berlino Ovest - o la Germania, o l’Occidente intero? - possono competere e puntare ancora in alto.

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di Roberto Fiandaca / 12 Ottobre 2017

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