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La deforestazione digitale riporta alla luce i segreti dei Maya

Una sofisticata tecnologia laser sta permettendo agli archeologi di scoprire enormi città costruite da questa antica e misteriosa civiltà

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Getty Images

È appena andato in onda negli States un documentario del National Geographic la cui tematica è la scoperta di nuovi ritrovamenti Maya grazie all’impiego della deforestazione digitale, una tecnica portata alla ribalta dall’assistente professore di archeologia Thomas Garrison, studente presso il newyorkese Ithaca College

Ma facciamo un passo indietro: le foreste pluviali del Guatemala del Nord custodiscono segreti. Da secoli il paesaggio incontaminato ha protetto molti reperti e rovine dei Maya, un tempo padroni assoluti del territorio, rendendo faticoso il lavoro di scienziati e archeologi che da anni tentano di strappare informazioni al passato di questa antica civiltà rinomata per la sua scrittura geroglifica e la destrezza nelle arti, nelle scienze e nell’architettura.

Courtesy: Ithaca College

Gli albori della civiltà Maya risalgono a circa 3000 anni fa, ma il suo zenith lo raggiunse nel periodo classico, dal 250 al 900 d.C. Oggi, grazie a una raffinata tecnologia che consente una “deforestazione digitale”, si sono scoperte centinaia di architetture Maya mai rilevate in precedenza sotto la lussureggiante vegetazione. Un fatto entusiasmante per gli archeologi come Thomas Garrison poiché queste nuove scoperte aggiungono preziose informazioni circa la densità di popolazione e le abitudini della società antica dell’America Centrale. Proprio Garrison ha aiutato a organizzare l’indagine aerea del 2016 dalla quale sono partite le scoperte. 

Nel documentario al quale abbiamo accennato all’inizio, intitolato Lost Treasures of the Maya Snake King, si parla della tecnologia che ha portato alle nuove rivelazioni, denominata LiDAR (Light Detection and Ranging) ed è proprio Garrison a commentare la mappatura aerea di LiDAR e i relativi risultati. 

“È molto difficile immaginare cosa si nasconda dietro la densa coltre di verde e piante, ma il materiale è incredibile ed è straordinario scoprirlo con questa tecnica” ha affermato Garrison. 

Courtesy: Ithaca College

L’analisi laser ha interessato 21.000 km quadrati inclusivi dei famosi siti Maya, tra cui il più grande a Tikal ed El Zotz, dove Garrison ha concentrato la ricerca. La mappatura LiDAR ha messo in evidenza oltre 60.000 strutture sconosciute: dalle piramidi ai palazzi, da terrazzamenti a mura difensive e torrette, senza contare le abitazioni. Agli archeologi è stato subito chiaro che le cittadine che avevano studiato per anni e anni erano molto più grandi e popolose di quanto avevano immaginato. In particolare sono rimasti colpiti da alcune pratiche agricole indispensabili per le popolazioni del bassopiano che, nel periodo di massimo splendore, raggiunsero i 10-20 milioni di abitanti. 

L’indagine LiDAR è nata dalla collaborazione tra archeologi di Stati Uniti, Europa e Guatemala e la Fundación PACUNAM (Patrimonio Cultural y Natural Maya), ma come sottolinea Garrison, “si tratta solo dell’inizio. Vi è ancora parecchio da scoprire sull’ascesa, lo splendore e la caduta della civiltà Maya. Vi sono ancora numerose aree da analizzare e scandagliare. Il lavoro è quasi infinito”.


di Elena Marzorati / 7 Febbraio 2018

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