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Donne architetto famose: 10 personaggi della storia e dell'attualità

«Sono semplicemente un architetto, non una donna architetto»: ricordava sempre Zaha Hadid

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Getty Images

Donne architetto famose. Il genere femminile ,nella pratica dell’architettura, di cui ad oggi possiamo vantare eccellenti esponenti, non ha certo avuto vita facile, come in tutti i campi professionali vagamente tecnici. «L’architettura è un mestiere da uomini ma io ho sempre fatto finta di nulla», era solita dire Gae Aulenti.

Foto: Courtesy Cassina

Ancora nel 1927 (lo stesso anno in cui Mussolini scriveva che sarebbe meglio che la donna si limitasse ad ubbidire, giacché «essa è analitica, non sintetica», «estranea all’architettura, che è la sintesi di tutte le arti» e per natura impossibilitata a costruire anche solo una capanna [sic.]), Le Corbusier, alla neolaureata Charlotte Perriand (foto sopra) che si era presentata nel suo studio con una cartella piena di disegni, aveva riso in faccia dicendo «Qui non ricamiamo cuscini». Salvo poi avviare con lei, insieme a Jeanneret, una collaborazione decennale che porterà all’innovazione dell’équipement d’intérieur de l’habitation, con pezzi talmente moderni da essere in buona parte tuttora in produzione da Cassina.

Se la prima donna europea a conseguire una laurea in architettura, la finlandese Signe Hornborg nel 1890, è riuscita a lavorare quasi da subito in autonomia, progettando edifici per lo più ad uso sociale, non ha avuto la stessa fortuna la sua collega d’oltreoceano Sophia Hayden, la prima donna ad essere ammessa e a laurearsi, sempre nel 1890, al MIT: frustrata dalla continua e sfacciata disparità di trattamento, economico e professionale, rispetto ai suoi colleghi uomini, ha finito per ritirarsi molto presto, e definitivamente, dalla pratica.

Chiaramente, non appartiene a tutta Europa la precoce proverbiale apertura mentale dei paesi scandinavi e, in Austria ad esempio, fino al 1920 è stata preclusa alle donne la possibilità di accedere alle scuole politecniche. Il che comunque non ha fermato Margarete Schütte-Lihotzky dal diplomarsi alla Scuola Professionale d’Arte di Vienna, nel 1918, per poi brevettare nel 1926 la cosiddetta Cucina di Francoforte, il prototipo delle cucine componibili che tuttora utilizziamo. Oltre a prendere parte ai progetti delle nuove città dell’Unione Sovietica e a modelli di abitazioni per donne sole con figli.

Nonostante da allora di acqua sotto i ponti ne sia passata parecchia e il contributo femminile all’architettura, di cui a seguire troviamo dieci esempi eminenti, sia diventato sempre più rilevante e autorevole, ancora negli anni Ottanta del secolo scorso Odile Decq racconta di essere stata puntualmente presa per la segretaria, durante le riunioni, e di essersi spesso sentita chiedere come mai non provasse a cercare lavoro presso un architetto uomo. Le stesse polemiche pretestuose che avrebbe volentieri spento Zaha Hadid, solita ricordare di essere semplicemente un architetto, non una donna architetto.
Nata nel 1878 in un paesino nel sud-est dell’Irlanda, Eileen Gray fin da bambina è stata spinta dal padre a viaggiare per l’Europa per dipingere dal vero, ha studiato disegno e pittura a Londra ma ha iniziato ad interessarsi all’architettura e al design d’interni solo nel 1900, dopo una visita all’Esposizione Universale di Parigi e la scoperta della tecnica dei mobili laccati in un negozietto di Soho. Pochi anni dopo si trasferisce a Parigi per imparare questa tecnica da un artigiano giapponese, Seizo Sugawara, ma fino al 1919, quando le fu chiesto di arredare il salotto di Suzanne Talbot, nessuno sembrava accorgersi di lei. In un’epoca in cui le donne potevano aspirare al massimo a diventare arredatrici o decoratrici, la Gray disegna anche alcuni mobili per il salotto, trasformandolo in uno degli esempi più significativi del design d’interni degli anni Venti. Quindi, grazie a Gropius, Jean Badovici, un architetto rumeno che diventerà suo compagno per un po’, ma soprattutto a Le Corbusier e a Adrienne Górska, una delle prime donne a laurearsi in Architettura in Francia, si avvicina al mondo della progettazione, disegnando alcuni dei complementi d’arredo più innovativi della sua epoca e soprattutto la celebre casa E-1027, vicino a Monaco. Un'abitazione costruita su una pianta a L dalle forme squadrate che tuttavia mantengono una sensualità impensabile in quel periodo. Poggiata su pilotis nel bel mezzo della roccia e della vegetazione, con pareti bianche e minimali e alcuni mobili disegnati da lei stessa (alcuni ormai iconici, come il tavolino E1027 e la poltrona Bibendum), suscitò l’invidia persino di Le Corbusier, che non solo ne progettò una simile poco distante ma, col benestare di Badovici, decise di affrescare le pareti immacolate della villa della Gray con otto coloratissimi murales, mandandola definitivamente su tutte le furie.

Foto: © Instituto Lina Bo e P.M Bardi, Sao Paulo

Lina Bo Bardi è una delle figure più rivoluzionarie nell’architettura italiana (e non solo) del Novecento. Dopo essersi laureata a Roma con una tesi sugli edifici per ragazze madri, si trasferisce a Milano, dove inizia a collaborare con Carlo Pagani e con lo studio di Gio Ponti, mantenendo allo stesso tempo un’intensa attività editoriale (oltre che interessi nell’ambito della scenografia, del cinema e della didattica), grazie alla quale nel 1944 diventerà vicedirettore di Domus e fondatrice, l’anno successivo, sempre insieme a Pagani, dei Quaderni di Domus e quindi di A-Cultura della Vita. Durante il secondo conflitto mondiale parteciperà alla Resistenza e nel 1945 sarà tra i fondatori del Movimento Studi Architettura (MSA), prima di trasferirsi, l’anno seguente, in Brasile con il marito Pietro Maria Bardi, che dirigerà il Museo d’Arte di San Paolo. Qui non solo fonderà e dirigerà la rivista Habitat, ma costruirà la sua prima opera, la Casa de Vidro, sua residenza e ora sede della fondazione a lei dedicata, oltre al Masp, il Museo d’Arte di San Paolo, tuttora il più importante dell’America Latina, il Museo di Arte Popolare di Bahia e, sempre a Bahia, la casa del Benin. Il suo apporto sarà fondamentale nello sviluppo di una consapevolezza e di una valorizzazione della cultura brasiliana, dal momento che la Bo Bardi era convinta che «per un architetto la cosa più importante non è costruire bene, ma sapere come vive la maggior parte della gente. L’architetto è un maestro di vita, nel senso modesto di impadronirsi del modo di cucinare i fagioli, di come fare il fornello, di essere obbligato a vedere come funziona il gabinetto, come fare il bagno. Ha il sogno poetico, che è bello, di un’architettura che dia un senso di libertà».

Foto di: Getty Images

Nasce a Baghdad, studia architettura e matematica pura a Beirut e poi a Londra, insegna per sette anni all’Architectural Association e diventa membro dell’OMA – l’Office for Metropolitan Architecture –, insieme a Rem Koolhaas ed Elia Zenghelis, prima donna nella storia a vincere il premio Pritzker nel 2004 e la medaglia d’oro del Royal Institute of British Architects nel 2016: Zaha Hadid è brillantemente riuscita nell’intento non solo di applicare il principio che ha ricercato tutta a vita, quello della fluidità, ma di farlo secondo l’assioma di base per cui l’architettura debba principalmente infondere piacere. Utilizzando un approccio progettuale che si discosta da quelli tradizionali, che parte dall’ideale matematico e passa per la scultura, trasformando, per usare le sue stesse parole «tutti i vincoli possibili ed immaginabili in nuove opportunità spaziali», la Hadid riesce a rappresentare nei suoi edifici, spesso caratterizzati da strutture curve, dinamicità e forme dilatate, in maestose architetture pur ponendosi in antitesi con il concetto di monumentalità che hanno la complessità e il dinamismo della nostra epoca. Uno stile davvero fluido e leggero, ottenuto anche grazie alla sperimentazione sui materiali come vetro, acciaio, titanio e plastica. Innumerevoli gli incarichi che ha portato a termine nel suo studio (leggi anche Zaha Hadid, omaggio alla dama dell’architettura), aperto da oltre trent’anni e nel quale lavorano più di 240 architetti, dalla stazione dei pompieri Vitra, a Weil am Rheim, in Germania, tra le opere più rappresentative del decostruttivismo, al Forum di Tokyo, al London Aquatics Centre dove si tennero Olimpiadi e Paralimpiadi del 2012, al MAXXI di Roma e alla Stazione Marittima di Salerno, alla sede dell’Opera di Guangzhou in Cina, oltre ad una collezione di scarpe realizzata per Lacoste, palcoscenici per i Pet Shop Boys, una linea di gioielli per Swarovski e una borsa per Vuitton.

Foto di: Getty Images

Seconda donna a ricevere il Pritzker, nel 2010, e prima ad essere designata dell’incarico di Direttore per il settore Architettura della Biennale di Venezia, sempre nel 2010, oltre che insegnante alla più prestigiosa università d’arte del Giappone, la Tama Art University di Tokyo, e a Princeton, la giapponese Kazuyo Sejima (foto sopra) ha contribuito allo sviluppo dell’architettura nipponica anche grazie all’attività dello studio SANAA, fondato nel 1995 in collaborazione con il suo ex-dipendente Ryue Nishizawa promosso ad associato. Linee pulite, superfici lucide come marmo, vetro e metalli, grandi finestre che fanno passare la luce naturale, dentro edifici pensati come unità funzionali, ovvero «l’equivalente del diagramma dello spazio utilizzato per descrivere astrattamente le attività quotidiane che vi si svolgono», in una ricerca effettiva di nuove forme, non necessariamente stravaganti ed eccentriche, ma generate direttamente dal progetto: tutte caratteristiche, queste, che ritroviamo non solo nei suoi lavori in patria, come il Museo di Arte Contemporanea del 21°secolo di Kanazawa e l’Ufficio di Polizia della Stazione Chofu di Tokyo, ma anche all’estero, come il Padiglione di Vetro del Museo d’Arte di Toledo, il New Museum of Contemporary Art di New York e il Centro Teatrale e Artistico di Almere, in Olanda.

Foto di: Getty Images

In Francia la chiamano la dame noir ed è una rockstar dell’architettura, non solo per il look à la Robert Smith e la spiccata predilezione per il nero, ma soprattutto per la fama di cui gode e per il numero di riconoscimenti che le sono stati assegnati nel corso degli anni – dal Leone d’Oro, all’International Prize for Architecture, fino ai titoli di Commandeur de l'Ordre des Arts et des Lettres e di Chevalier de la Légion d' Honneur –: Odile Decq (foto sopra) ha cambiato il mondo dell’urbanistica con i suoi progetti sperimentali, e non solo. Con lo studio fondato insieme all’architetto, medico e suo compagno nella vita Benoît Cornette, morto nel ’98 in un incidente d’auto che ha coinvolto anche la Decq, ha realizzato, tra gli altri, la Banque Populaire de l'Ouest di Rennes, un rivoluzionario edificio costituto da un telaio in acciaio ed elementi industriali modulari, il porto di Osaka, alcuni edifici dell'Università di Nantes, il Centro Operativo Autostradale di Nanterre e il padiglione francese per la Biennale di Venezia. In Italia, inoltre, ha progettato un ardito ampliamento del Macro, il Museo di Arte Contemporanea di Roma, saldando al vecchio edificio storico un parallelepipedo trasparente alto tre piani. È stato lo stesso architetto bretone a definire sensuale il pavimento della terrazza del Macro realizzato da lei, augurandosi che i visitatori riuscissero a sentire fisicamente «il piacere quasi voluttuoso di poggiare i piedi su un pavimento che non è mai uguale a se stesso». Non da meno è stata nel design, curando l’arredamento della sala conferenze del Palazzo dell’UNESCO a Parigi, oltre ad una linea di accessori per la tavola di Guzzini, la Phantom Chair per Frau e due lampade per Luceplan, Petale, che ad una luce diffusa aggiunge proprietà fonoassorbenti che la rendono perfetta per ristoranti e luoghi affollati, e Javelot, di cui ha definito anche una versione a tre giavellotti che diventa a tutti gli effetti una scultura da esterni.

Foto di: Getty Images

Nata in Ohio da immigrati cinesi con la passione delle arti applicate (suo padre era un ceramista e sua nonna sembra sia stata la prima donna architetto della Cina), Maya Lin (foto sopra) esordisce nel 1981, ancora ventunenne studentessa di Yale, con un progetto architettonico che si avvicina alla scultura per concetto e realizzazione e che superò quello di altri 1400 candidati aggiudicandosi il concorso. Il monumento, dedicato ai 58.000 soldati americani caduti durante la guerra del Vietnam, i cui nomi sono stati incisi in ordine cronologico rispetto alla loro morte su una parete in granito nero lucido a forma di V incassata nel terreno, appare come una vera e propria cicatrice nera a Washington DC. Attualmente è titolare del Maya Lin Studio di New York, che ha continuato a progettare altre strutture, come il Civil Rights Memorial a Montgomery, in Alabama e il Wave Field presso l’Università del Michigan, dando vita ad una mescolanza assolutamente personale di scultura, architettura, installazione e design. Da sempre grande sostenitrice della necessità di difendere l’ambiente che ci circonda, che poi è anche la sua principale fonte di ispirazione, nel 2013 ha realizzato il suo lavoro più imponente fino ad ora, A Fold in the Field, creato con 105.000 metri cubi di terra che coprono tre ettari, un’irregolarità sul terreno altrimenti coltivato che si pone come riflessione sull’intervento umano sul paesaggio.

Foto di: Getty Images

Gae Aulenti (foto sopra) ha profondamente segnato la storia dell’architettura moderna, tanto da meritarsi una piazza a lei intitolata, a Milano, nell’anno della sua scomparsa. Se la sua formazione professionale è iniziata con Ernesto Nathan Rogers, dopo la laurea al Politecnico di Milano nel 1953, sarà la lunga e fruttuosa collaborazione con Olivetti, durante le quale si è occupata di architettura d’interni, arredamento, design e progettazione degli spazi di mostre, showroom e palcoscenici, ad affinare la consapevolezza che la comunicazione passa soprattutto dalla forma e che lo stile non possa prescindere dal recupero storico e dalle potenzialità intrinseche agli stessi luoghi. Per questa ragione era solita affiancare un accurato lavoro di ricerca storica e letteraria, oltre che tecnico-scientifica, ai suoi progetti, componendo con grazia il nuovo con l’antico, la decorazione con l’impianto strutturale. Da capisaldi del design, come la poltrona a dondolo in legno curvato Sgarsul, la lampada Parola progettata con Piero Castiglioni, i mobili in tubolare metallico Locus Solus, il Tavolo con Ruote per FontanaArte, i vasi per Venini e la lampada Pipistrello di Martinelli Luce, fino all’allestimento del Museo Nazionale di Arte Moderna al Centre Pompidou  e del Museo d’Orsay di Parigi e alla ristrutturazione di Palazzo Grassi a Venezia, dalle Scuderie del Quirinale, a Palazzo Branciforte fino a piazza Cadorna a Milano, l’Aulenti ha compiuto un percorso che dal neorealismo arriva fino al neoliberty, fondando solo nel 2005 il suo studio, la Gae Aulenti Associati.

Foto di: Alice Clancy

Prende il nome da una via centrale di Dublino, lo studio Grafton Architects (foto sopra), fondato nel 1978 da Shelley McNamara e Yvonne Farrell (leggi anche Grafton Architects parla di architettura e ambiente), entrambe laureate all’Università della capitale irlandese. E sempre a Dublino ha luogo la maggior parte dei progetti realizzati dal Grafton, per lo più edifici scolastici, universitari, istituzionali e culturali, come il Dipartimento di Ingegneria Meccanica al Trinity College di Dublino, il Solstice Arts Centre e gli uffici della Dublin City University. Ma anche la Facoltà di Economia dell’Università di Tolosa e la London School of Economics and Political Science (LSE) a Holborn, per citarne solo un paio fuori dall’Irlanda. Ma la didattica interessa i due architetti anche personalmente, dal momento che entrambe tengono corsi in tantissime università in tutta Europa e negli Usa, oltre ad aver presieduto nelle giurie di prestigiosi premi di architettura come il RIBA e il Mies Van Der Rohe (e ad averne vinti parecchi). Inoltre nel 2002 hanno vinto il concorso per l’estensione dell’Università Bocconi, a Milano, inaugurata sei anni più tardi, creando un complesso di volumi compatti che si affacciano su corti e spazi pubblici amalgamandosi il più possibile al tessuto cittadino, un progetto che sarà insignito, tra i vari riconoscimenti internazionali, anche del World Building of the Year 2008. Nonché un esempio dell’interesse del duo, più che alla ricerca di monumentalità e materiali costosi, principalmente rivolto alla coerenza e all’armonia dei propri edifici con l’ambiente circostante. Di recente, dopo aver partecipato alla Biennale di Architettura del 2002 e aver vinto il Leone d’Argento alla Biennale 2012 con il progetto del nuovo campus UTEC per l’Università di Lima, sono state nominate in coppia direttrici della prossima Mostra Internazionale, la sedicesima, che si terrà dal 26 maggio al 25 novembre 2018.

L’approccio pionieristico di Denise Scott Brown (foto sopra) e del socio e marito Robert Venturi, non è stato soltanto pratico, con edifici ormai iconici, che hanno contribuito a sovvertire la categorica pretesa di semplificazione del Modernismo, come il Seattle Art Museum, l’ala Sainsbury della National Gallery di Londra, la Vanna Venturi House e numerosi progetti in vari campus americani, come Princeton, Harvard e le Università del Michigan e del Delaware, ma si è fondato su un solido impianto teorico. Suscitò non poche polemiche Learning from Las Vegas: The Forgotten Symbolism of Architectural Form, pubblicato nel 1972 insieme a Steven Izenour, per aver intuito nella malfamata capitale del vizio, cresciuta ad una velocità mai vista prima nel deserto del Mojave, elementi unitari in grado di formare un sistema coerente con regole ed esigenze proprie ed averne quindi fatto un modello della capacità comunicativa dell’architettura. Insieme dagli anni Sessanta, la coppia vive e lavora stabilmente a Philadelphia, presso lo studio di cui sono entrambi titolari, il Venturi, Scott Brown and Associates (VSBA), ma quando ci fu da assegnare il premio Pritzker, nel 1991, il consiglio pensò di conferirlo unicamente a Venturi, come se il contributo della Scott Brown fosse stato accessorio(leggi anche Denise Scott Brown non è solo la moglie di Robert Venturi). La campagna a favore della modifica dell’assegnazione del premio raccolse 20.000 firme ma non portò i risultati sperati, anche se nel 2016, l’AIA, l’American Institute of Architects, deliberò per il conferimento congiunto della Medaglia d’Oro, attualmente primo e unico caso nella storia.

Foto di: Getty Images

Tra gli architetti più rinomati della sua generazione, la gallese Amanda Levete (foto sopra) ha firmato, inizialmente per la Future System, insieme a Jan Kaplický, suo compagno dell’epoca, alcune opere di prestigio come il Media Centre del Lord’s Cricket Ground, che le è valso uno Stirling Prize, e il futuristico spazio commerciale di Selfridges, a Birmingham. Nel 2009 fonda la AL_A studio, con cui cura la ristrutturazione del Victoria & Albert Museum di Londra, trasformandolo nel più importante polo artistico tra i musei della capitale, come non si vedeva fare dal restyling della Tate Gallery, grazie anche al miglioramento della fruizione e della visibilità. Anche nella realizzazione dello spazio espositivo temporaneo del MPavillion di Melbourne non è mancata la spinta al rischio e alla sperimentazione: la peculiare commistione di vetroresina e aste in fibre di carbonio, mai tentata prima, ottenne esattamente il risultato sperato di apparente fragilità e leggerezza, che rese la struttura una sorta di verosimile elemento naturale mosso dal vento, creando particolarissimi giochi d’ombre sul terreno e sovvertendo l’assioma di fondo di staticità dell’architettura. Oltre alla stazione per la metropolitana di Monte Sant’Angelo a Napoli, firmata insieme ad Anish Kapoor, la Levete ha inaugurato pochi mesi fa il MAAT – Museum of Art, Architecture & Technology –  di Lisbona, la prima fase di un complesso di gallerie, spazi espositivi e luoghi pubblici oltre ad un ristorante che sta per essere concluso e che dimostra ancora una volta l’importanza di una progettazione coerente con il paesaggio. «Il lungomare è così essenziale per il progetto che il design lo riflette letteralmente», ha detto Amanda Levete, giacché in effetti il tetto a sbalzo viene utilizzato per far rimbalzare la luce del sole dall'acqua alla galleria principale, mentre la stessa forma ondulata dell’edificio, ricoperto di piastrelle smaltate, segue quella del lungomare.


di Lia Morreale / 2 Marzo 2017

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