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Perché gli effetti Brexit riguardano anche gli architetti

Un sondaggio del Royal Institute of British Architects propone soluzioni al governo inglese per evitare il disastro e trasformarlo in opportunità

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Getty Images

Sono tanti gli effetti Brexit sul Regno Unito: non sono solo i medici che hanno studiato in Europa a voler lasciare il Regno Unito, come ha rivelato pochi giorni fa una ricerca della Medical Association, ma anche il 40% degli architetti europei sta seriamente considerando di andarsene nei prossimi tempi secondo il sondaggio del Royal Institute of British Architects (RIBA). Se nel primo caso, quello dei medici, si parla di una possibilità “inquietante” che porterebbe al collasso il sistema sanitario nazionale, nel secondo caso le conseguenze potrebbero essere altrettanto serie, seppur di ordine diverso, considerando che il 25% degli architetti operanti nel Paese non è di origine inglese.
Difficile dare torto a questo piccolo esercito di professionisti che minacciano l’esodo: dal giorno del fatidico referendum ad oggi, il 60% degli architetti basati in UK ha subito forti ritardi nei lavori e al 37% sono state cancellate intere commesse.
RIBA non nasconde di temere “disastrose conseguenze” ma nelle sei pagine di commento al sondaggio assume un approccio propositivo, suggerendo al governo inglese cinque priorità per mantenere da un lato la leadership dell’architettura inglese (un mercato da quattro miliardi di sterline all’anno) e dall’altro cogliere nuove opportunità di rafforzamento ed espansione.
La prima raccomandazione è un appello a preservare una delle principali ragioni della potenza e dell’eccellenza del settore architettura in UK ovvero la capacità di attirare i migliori talenti da tutto il mondo e attingere dalle più avanzate competenze internazionali. Dal concept alla costruzione, all’uso degli edifici, infatti, il Regno Unito è stato capace di affermarsi come hub globale, aperto alla collaborazione e alla contaminazione. Oltre l’80% dei membri intervistati sostiene che l’accesso al talento è un punto vitale per il futuro del settore ed è perciò necessario preservare lo scambio di servizi con l’Europa e la reciproca riconoscibilità delle qualifiche.
E dato che l’accesso al talento comincia nelle università, ci si augura che non venga limitato in alcun modo il flusso di studenti dall’estero, che sono circa un terzo del totale nel campo dell’architettura (13% UE, 20% non-UE). Si chiede inoltre che il Paese possa continuare a partecipare ai programmi di ricerca europei, beneficiando degli ingenti fondi che tutt'ora riceve (8.8 milioni di euro nel periodo 2007-2013 a fronte di un contributo di 5.4 milioni).
La preoccupazione va inoltre ai fatidici accordi per il libero mercato: nel 2016 i progetti basati al di fuori dei confini UK hanno generato guadagni per 474 milioni di sterline mentre nel 2014 sono stati importati servizi per il valore di 39 milioni. Per continuare a trarre beneficio dal reciproco scambio, visto che più del 20% dei membri RIBA ha deciso di espandersi fuori dal Paese proprio in conseguenza del risultato del referendum, sarà necessario secondo RIBA stipulare accordi vantaggiosi anche in caso di commercio di servizi e incentivare l’export supportando programmi specifici per i piccoli business.
Gli architetti auspicano anche una massiccia opera di restyling delle infrastrutture, tra ferrovie (leggi anche → Lounge Eurostar a Parigi: lusso e cocktail bar argineranno l'effetto Brexit?), strade, telecomunicazioni, housing, per incrementare la competitività e rendere il Regno Unito più attraente agli occhi degli investitori stranieri. Anche mantenere il libero movimento di capitale attraverso l’UE è indispensabile secondo RIBA per favorire l’accesso ai fondi e agli appalti per le piccole imprese.
Ultima ma non ultima la volontà di rimanere parte integrante e attiva, come membri dei gruppi CEN e CENELEC, nella definizione degli standard internazionali nel settore delle costruzioni che, soprattutto grazie al contributo del Regno Unito, hanno avuto un grande impatto nelle economie europee e mondiali portando qualità e riducendo i costi.
A corollario di tutto questo, gli architetti inglesi guardano con grande interesse anche il possibile risvolto positivo dell'uscita dall'UE ovvero l’opportunità di stringere nuovi accordi privilegiati con altri Paesi tra cui la Cina, gli USA, l’Australia ma anche con le economie emergenti come l’India, l’America Latina e il Golfo Persico.
Sarà dunque esodo o rilancio? Lo scopriremo assistendo ai veloci cambiamenti del mondo post Brexit, quando Teresa May invocherà il fatidico Articolo 50 per dare il via alle trattative ufficiali che faranno apparire molto più distante la riva Nord della Manica.

https://www.architecture.com/

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di Laura Ghisellini / 27 Febbraio 2017

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