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Il tuo quartiere è gentrificato? Per capirlo basta osservare le lampadine

Secondo lo studioso americano T. J. Campanella, le lampadine Edison a incandescenza dicono di noi molto più di quanto crediamo

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Getty Images

Uno studioso americano sostiene che ci sia una relazione tra la temperatura delle lampadine utilizzate nei locali, espressa in gradi Kelvin, e la gentrificazione. Troppi paroloni? Proviamo a fare un gioco. 

Immaginate che siano le due di notte e che vi sediate a mangiare un kebab con gli amici dal vostro egiziano notturno di fiducia. Siete lì? State per addentare il meraviglioso panino? Fermatevi un attimo e rispondete: com’è la luce del locale? Fredda, biancastra, accecante. Il locale è probabilmente illuminato da lampade fluorescenti (CFL) o al LED, energicamente efficienti, ma tendenti a tonalità bianco-bluastre. 

Adesso immaginatevi seduti in un piccolo bistrot di Brooklyn, un locale intimo, accogliente, con le pietre a vista e il vino rosso che sgorga come la conversazione su Godard. Com’è adesso la luce? Più calda? Merito probabilmente di lampadine a incandescenza, del tipo Edison Light Bulb: Sicuramente più in voga nei locali “più cool”, con un’atmosfera “di un certo tipo”. 

Il professore Thomas J. Campanella ha ipotizzato che dietro a questa differenza di illuminazione potesse esserci qualcosa di più. E dopo una lunga passeggiata a Brooklyn, trascorsa a osservare il lighting design di locali e ristorantini, ha concluso che nelle zone dove prevale un’illuminazione calda, vintage, che fa uso di lampadine a incandescenza, i prezzi degli immobili sono molto più alti. Perché quella zona si è gentrificata. 

Gentrificazione è una di quelle parolone da usare con cautela, perché se pronunciate a una cena possono mettervi in mostra quanto rivelare di voi il vostro bisogno di mettervi in mostra. Ad ogni modo, la parola coniata dal sociologo Ruth Glass ha una sua utilità, perché racconta un fenomeno reale, quello che vede la gentry - piccola nobiltà, oggi la classe intellettuale, creativa, coi soldi - convergere verso la stessa zona e abitarla in massa, riqualificandola e provocando un innalzamento dei prezzi delle case. Volgarmente, quando un quartiere “migliora” (siamo al limite del politicamente scorretto) a causa di chi lo viene ad abitare, ma anche dei servizi che offre, della qualità dei suoi spazi e dei luoghi d’intrattenimento, lo si dice “gentrificato”. Ma cosa c’entra tutto questo con la luce delle lampadine?  

Campanella sostiene che tra i simboli in cui si riconosce la gentry contemporanea, ci siano anche le lampadine dal design vintage e con filamenti di tungsteno: in particolare, proprio le Edison Light Bulbs. Bandite in Europa dal 2012, come tutte le lampade a incandescenza, negli USA esse sono scampate all’editto del 2007 per la loro funzione “decorativa”, e forniscono quei 2.400-2.700 gradi Kelvin che rendono le atmosfere più “raffinate”. Ben lontane dalle luci CFL o al LED che arrivano ad esprimere temperature oltre i 6 mila Kelvin, in stile “sala d’attesa”. Carte alla mano, secondo il professor Campanella “alla più alta concentrazione di tungsteno corrispondono aree con prezzi degli immobili molto elevati”. 

Ma perché apprezziamo di più luci simili alla dantesca “fiamma antica” delle candele? Forse c’entra l’evoluzione (il ricordo dei preistorici falò?), la psicologia (cerchiamo sollievo dopo ore di lavoro al pc?). Secondo qualcuno è il gusto degli architetti, che finisce per fare tendenza. Secondo Campanella, è anche una questione di cultura: l’esempio del kebab (lui ha usato i locali cinesi) non è casuale. Sembra infatti più probabile che la temperatura delle luci cambi al variare dell’etnia di maggioranza in una certa zona, e questo potrebbe risalire alla memoria infelice di un passato povero e senza luce, da cui riscattarsi aumentando i Kelvin, o per dirla con la serie tv Boris, smarmellando tutto verso una luce più fredda. 

Chissà se il motivo è veramente questo. Un parallelo importante c’è, ed è davanti ai nostri occhi, anzi alle nostre orecchie. Il volume. È vero o no che le stesse atmosfere più “raffinate” le associamo non solo al calore delle luci, ma anche ai decibel della musica e della conversazione? Lapalissiano, ma qui il discorso sconfina, e si sposta sull’estetica del kitsch: fondata sull’eccesso, la sproporzione, il vistoso disequilibrio tra la forma e la funzione che fa storcere il naso. Un locale con troppa luce? La gente giusta lo evita.

Ma - ecco arrivare il boomerang - spesso la gente giusta non sa che dietro a cotanta raffinata atmosfera ci sono lampadine che - a meno di usare moderne riproduzioni energicamente efficienti, come le lampade a filamenti LED - costano e inquinano molto più del necessario. La stessa gentry che sceglie accuratamente i locali dove sedersi, in cerca di ambientini “molto autentici”: già, guai a cercare l’autenticità nel locale aperto nell’ultima periferia non gentrificata da un ristoratore tunisino, cinese, o ivoriano: lì, alla luce di fredde lampade fluorescenti, rischieremmo di trovarla davvero.

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di Roberto Fiandaca / 2 Novembre 2017

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