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Alejandro Aravena alla Fabrica Reunion parla agli studenti

Intervista con l’architetto cileno, direttore della Biennale di Venezia, che ha parlato con noi di formazione e creatività

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L’architetto cileno Alejandro Aravena, direttore della 15. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia e Pritzker Prize 2016. Foto di Marco Zanin/Fabrica

Alejandro Aravena, direttore della 15. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia e Pritzker Prize 2016, ha inaugurato la prima Fabrica Reunion nel weekend del 25 giugno. Dopo la conversazione pubblica sul tema di social architecture con Massimo Russo, giornalista de La Stampa, non si è sottratto a qualche domanda, seduto al fresco sotto un albero. Pochi minuti prima, dal palco dell’Agorà, aveva detto: “scordatevi internet, ci si deve incontrare di persona”. E i 300 Fabricanti lo hanno acclamato.

Pensando a questo intenso momento di scambio e al ricco programma Educational (Biennale Educational 2016) della sua Biennale Reporting from the Front, gli abbiamo chiesto un commento sul panorama formativo attuale. “Argomento troppo vasto”, ha risposto. “Difficile da inquadrare”. Ma, invece di schivare la domanda, ha cominciato a spiegare dettagliatamente il suo punto di vista. Anche su questo tema, le opinioni di Aravena sono puntuali, appassionate e non scontate.

Sopra: la conversazione tra Alejandro Aravena e Massimo Russo in occasione della prima Fabrica Reunion. Foto di Marco Zanin/Fabrica

Cosa significa educare?
Agli studenti, specialmente quelli di materie creative, viene detto di essere liberi. Viene fatto credere che sia possibile volare in alto seguendo le proprie attitudini. Non è vero. Per la creatività, più regole ci sono e meglio è. Non puoi essere libero perché devi sempre fare i conti con la realtà, con i problemi concreti. Credo sia di fondamentale importanza capire che le costrizioni esistono. Questo per me significa educare, e va fatto il prima possibile.

Un altro errore da evitare con gli studenti?
Non chiedere loro di presentare progetti prima di avere conosciuto le esperienze altrui. Magari copiarle, oppure assimilarle per osmosi. Non esiste una ricetta, le possibilità sono infinite (tanto sul fronte artistico quanto su quello scientifico). Bisogna sedersi e guardare quello che hanno fatto gli altri. Non bisogna bruciare i tempi o semplificare le cose.

L’uditorio di Fabricanti assiste nello spazio Agorà di Fabrica all’incontro con Alejandro Aravena e Massimo Russo. Foto di Marco Zanin/Fabrica

Cosa intendi con “semplificare le cose”?
Le accademie, soprattutto quelle di architettura, sono ambienti endogamici, che rischiano di creare universi paralleli protetti, falsi. Il pericolo è di avere una brutta sorpresa quando poi si dovrà operare nella realtà. Può essere paralizzante. Meglio affrontare progetti veri, pieni di elementi non controllabili, con tutti i rischi che comportano.

Sul sito del tuo studio sono elencati un gran numero di stagisti, dal 2003 a oggi. Anche questo è un passaggio formativo?
Ci sono quattro stagisti per volta, di solito. Per noi è di grande importanza confrontarci con altre persone su quello che stiamo progettando, è uno scambio determinante che arricchisce entrambi. La differenza è che mentre in Accademia i professori già sanno, noi quando iniziamo un lavoro non abbiamo idea di che cosa faremo. Su questo tema si articolano grandi conversazioni cui tutti partecipano attivamente. Abbiamo bisogno di tutti i punti di vista, onestamente. Di chiunque sia intelligente, anche non architetto. Sei perduto, se non accetti critiche quando progetti.

www.fabrica.it

www.elementalchile.cl

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Intervista ad Alejandro Aravena


di Annalisa Rosso / 1 Luglio 2016

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