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Intervista a Vincenzo Latina, Architetto Italiano 2015

Il professore siciliano, classe 1964, racconta la sua personale idea di architettura, tra luoghi, materiali e contaminazioni

In un'intervista Vincenzo Latina, vincitore del Premio Architetto Italiano 2015, ha risposto alle nostre domande per conoscere più da vicino la sua personale idea di architettura.

L’architetto siciliano, classe 1964, professore associato presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Catania, svolge la propria attività professionale mantenendo un profondo legame con il territorio. Le architetture di Latina sono progetti che sviluppano relazioni testuali con la storia componendosi di una sintassi che alterna con precisione antichi e nuovi linguaggi. Opere come il padiglione-museo Artemision, la corte ai Bottari e le più recenti residenze della pineta Raffaello dimostrano una capacità di costruzione del progetto architettonico mai banale e lontana dalle convenzioni.

La Sicilia è terra del mito. Quali sono gli elementi di questa geografia così complessa e unica in Italia che risultano essere fonte di ispirazione nella Sua professione di progettista?
La Sicilia è una terra unica dove si legge la presenza di un passato dovuto ai Greci, che portarono la rappresentazione del mito alla massima espressione. Ma l’Italia è ricca di situazioni simili. In molte altre regioni è racchiusa una parte importante della storia dell’umanità, reale o immaginaria. Su tutto il nostro territorio, da Nord a Sud come da Est ad Ovest, la forza del mito è presente sotto forme diverse. Per esempio Venezia, luogo importante per la mia formazione dove studiai Architettura presso lo IUAV, racconta una situazione diversa: un insieme di storie di viaggiatori e mercanti, di intrecci narrativi che sono capaci di restituirci l’immaginario collettivo della città.

In molti progetti dello studio traspare un reverenziale rispetto per l’uso e l’estetica dei materiali, soprattutto la pietra. Come descrive il Suo personale rapporto tra architettura e materia?
Non cerco mai di essere reverenziale. Ho usato la pietra in alcuni progetti, ma lavoro con diversi tipi di materiali, sempre diversi, come il corten, il plexiglass o l’acciaio. Penso che tutti i materiali siano magnifici, è l’uso che se ne fa che è fondamentale: il materiale più ricco può diventare il più povero e viceversa. Ogni scelta di materiale implica geometrie e linguaggi propri; e poi c’è la luce, la quale, se interpretata come autentico elemento materico, fa cantare l’architettura. Ogni progetto richiede una specifica attenzione per la scelta di un tema che può essere sviluppato, per esempio, sulle declinazioni del marmo, o del laterizio o ancora del titanio.

Negli ultimi anni è riscontrabile a livello internazionale una notevole attenzione alla contaminazione tra nuovo e antico. Pensando ad alcune Sue opere che questo tema indagano, quali accorgimenti permettono di mantenere un giusto equilibrio tra le parti?
Perché la contaminazione sia efficace è necessario disporre di una profilassi precisa. Penso che l’equilibrio per parti sia pericoloso, preferisco raggiungere un equilibrio, per così dire, instabile, dinamico. Ora tutto deve essere verde, tutto è espressione di finta naturalità. Bisogna tenersi lontani dalle mode ed operare con regole diverse, lavorando per contraddizione con sensibilità e anche distacco per non correre il rischio di essere travolti.

In Novembre le è stato conferito dal Consiglio Nazionale degli Architetti il Premio Architetto Italiano 2015. Quale significato attribuisce a questi momenti di riconoscimento del proprio lavoro?
I premi sinceramente mi trasmettono responsabilità e ansia. Ma anche piacere, ci mancherebbe! Ci si sente sovraccarichi in questi momenti. Questo premio non è solo per me, ma è per tutte quelle forme di resistenza di architetti giovani o meno giovani o meno noti che sopravvivono lontano dalle metropoli nelle province. Dedico il premio agli amici e colleghi, a quelli che fuggono e a quelli che restano. Nella situazione post-bellica c’era un forte desiderio di fare, di innovare; ora la condizione contemporanea ci pone sotto una cappa asfissiante che impone un’estrema uniformità. Io invece credo nell’incontro / scontro, nel conflitto, ma che sia costruttivo e di dialogo sulle differenze.


di Giovanni Carli / 18 Dicembre 2015

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