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Il libro che ogni architetto dovrebbe leggere è un itinerario sentimentale

Architetto e scrittore, Davide Vargas pubblica una "guida sentimentale" a Napoli. Per chi all'andare preferisce l'avvicinarsi

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Napoli, la città erotica raccontata al cinema da Ozpetek in Napoli Velata, è la protagonista del libro di Davide Vargas, scrittore-architetto casertano, appena dato alle stampa da Tullio Pironti Editore.

Il libro si chiama L’altra città. Guida sentimentale di Napoli, ed è un volumetto di 150 pagine che chiude la trilogia di scritti con cui Vargas dà voce agli spazi, una sorta di trilogia di “luoghi parlanti” come li definisce lui (Racconti di qui , del 2009, e Racconti di architettura, 2012, sono i due titoli precedenti, editi sempre da Tullio Pironti).

Non stiamo parlando di un libro di architettura, né di un libro per architetti. Non è nemmeno una guida di viaggio, né un manuale di storia. 

E allora cos’é?

La definizione giusta è proprio in quel “guida sentimentale” che sta nel sottotitolo, perché quello che fa Vargas è a seguire itinerari tracciati nella sua memoria, plausibili e replicabili, certo, ma scelti secondo un criterio personale che lo conduce in cimiteri abbandonati e piazze, orti botanici e accademie da cui prede forma la sua Napoli, definita dal sentimento.

Una guida per chi all’andare preferisce l’avvicinarsi, cercando di catturare tra le pagine l’essenza di un luogo, perché “hai mai pensato, insomma, che senza la scrittura del tuo viaggio la città semplicemente non esiste?”.

Il libro inizia con i corridoi deserti e finisce con un museo chiuso, ma in mezzo c’è la città. Un ritratto di città consolidata, che combatte con la rovina, che “si porta dietro un’estetica pericolosa. Ti incanti a considerare la bellezza del degrado e non ti accorgi che stai scivolando nella pornografia”. Di una terra che “(come l’Italia tutta) chiede una risposta creativa a tutti noi. Il ripensamento di un’altra idea. Opposta. Radicale. Coraggiosa. Spiazzante. L’unica che consenta di emanciparsi”. 

Il linguaggio scelto da Davide Vargas per raccontare questa trama di città è fatto di semplicità e misura: disegni, bozzetti e una scrittura lenta, in linea con quel movimento di avvicinamento graduale e spirituale ai luoghi. 

Metafore, materiali descritti al tatto e alla vista, i giochi della luce sulle texture della città, che riesce a raccontare una città troppo spesso mitizzata o resa folcloristica rendendo con cristallina vividezza miserie e nobiltà, rumori e silenzi, creatività e abbandono. Perché “ogni cosa ne contiene un’altra. Scatole dentro altre, piene di sorprese. E si fa strada una dolce sensazione. Che nell’accumulo, questo tipo di accumulo così vicino all’abbandono, c’è una grande potenza evocativa”.


di Carlotta Marelli / 16 Gennaio 2018

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