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Viaggio a Fire Island, la culla del modernismo (e di "Colazione da Tiffany")

Case e ricordi nella terra promessa più amata dalle star e della comunità gay che divenne incubatrice del futuro

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Andrew Geller, 547 Beachcomber Walk (1958 -1961) - Courtesy of Vinnie Petrarca Fire Island Real Estate

Benvenuti a Fire Island, l'isola degli eccessi, della libertà e del modernismo. Adagiata nelle fredde acque dell'Atlantico, a meno di sessanta chilometri da Manhattan, questa leggendaria striscia di terra verde e oro non è solo un paradiso incontaminato in cui trascorrere le vacanze. È un'utopia, la cui storia si intreccia a quella di grandi scrittori, artisti, architetti. Tutti o quasi omosessuali.

A partire dagli anni 60, infatti, la comunità gay in fuga da New York ne fece il proprio rifugio. Repressione e discriminazione qui non erano ammesse. Ciascuno era libero di vivere serenamente la propria sessualità, senza il timore di essere giudicato. Sbarazzarsi delle sovrastrutture significava anche lasciare a casa il superfluo e recuperare un rapporto autentico con la natura. A Fire Island si andava solo a piedi (una regola tuttora in vigore), per non disturbare i cervi e gli altri animali selvatici. E anche il modo di abitare non poteva che assecondare questo spirito, audace e primitivo: i retaggi del passato non erano che zavorre e dovevano lasciare il posto al futuro. Fu così che in breve tempo l'isola divenne la culla del modernismo a stelle e strisce. Merito soprattutto di Horace Gifford, che tra gli anni 60 e 70 firmò circa settanta case, ispirando altri a seguire il suo esempio, da Carl Stein a Andrew Geller a Harry Bates.

 

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Incastonate nella roccia, immerse nella sabbia o ammantate da folte pinete, ovunque spuntarono case moderniste avveniristiche, caratterizzate da geometrie imponenti e teatrali e da una compenetrazione assoluta con il paesaggio. Nasceva con loro l'architettura ecosostenibile: non solo le costruzioni dovevano adeguarsi alla morfologia del terreno, ma da esso venivano i materiali con cui erano fatte: cedro, sequoia, cipresso. E poi vetro, moltissimo vetro. Quello delle gigantesche vetrate scintillanti, spalancate sull'oceano o sul cuore verde dell’isola. 

 
 

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Nei suoi lavori, Gifford cercava la semplicità: rifiutava di progettare case troppo grandi, si adoperava per ridurre al minimo le successive manutenzioni, detestava le separazioni nette: gli ambienti dovevano scivolare gli uni negli altri nel modo più fluido, e ciò valeva per gli interni, come per gli esterni. Solo così una casa poteva raggiungere il suo scopo: emozionare. Le costruzioni moderniste dell'isola insomma erano fatte apposta per coltivare la creatività e celebrare la vita: tra un party scatenato e un tuffo in mare, di qui passarono Yoko Ono e Calvin Klein, Liza Minelli e David Geffen. Rimirando le onde, Truman Capote vi scrisse Colazione da Tiffany.

Ma il fuoco che aveva infiammato l'isola era destinato a spegnersi. Lo spettro dell’AIDS negli anni 80 e 90 giunse a lambire anche queste spiagge, ponendo fine nel modo più tragico all’epoca d’oro di Fire Island. Nel 1992 la malattia si portò via anche lo stesso Horace Gifford. Le case però rimasero in piedi, a testimoniare i fasti e i sogni infranti di quella generazione perduta. Oggi molte di esse si possono visitare, grazie a tour dedicati, affittare o addirittura comprare.

Sail Walk House è una casa disegnata da Gifford nel 1975, sul mercato per 1,75 milioni di dollari. Tanto vale questa spettacolare “casa sull'albero”, che guarda dall'alto la vegetazione lussureggiante dell'isola, grazie a una scala a spirale che sale fino alla vertiginosa terrazza. sfilando accanto a una parete inclinata, interamente in vetro.

 

Courtesy of Vinnie Petrarca Fire Island Real Estate

Con un budget appena superiore, 1.895 milioni di dollari, ci si può aggiudicare un'altra casa da sogno, 257 Bay Walk, firmata da Gifford e completata da Bates, che gli architetti di DAS Studio hanno da poco rimesso a nuovo. La struttura modernista sembra scendere a piccoli passi verso il mare, con le sue tre camere da letto poste in cima, collegate da una passerella sospesa sulle aree comuni al pianterreno, e a seguire un gioco di terrazze a gradoni che conducono fino alla spiaggia. Il restyling operato da DAS ha preservato il fascino originale della casa rendendola solo un po' più comoda: ecco allora la cucina incorporata nella zona living, i bagni più funzionali e soprattutto la piscina che sembra fondersi nella baia. 

Courtesy of DAS Studio

Qualche civico più in là, sempre lungo Bay Walk, al 241, c'è la casa che Michael Kinlaw disegnò per sé nel 1970: dietro la facciata aggressiva in vetro e cedro, affiancata da una torretta semicircolare in cui si annida una scala, si cela uno spazio dinamico, che sorprende con le sue vertiginose altezze, alternate ad angoli intimi e imprevisti, come quello riservato alle orchidee. Può essere vostra per 1.15 milioni di dollari.

Se volete una vista esclusiva sull'oceano dovete essere disposti a spendere un po' di più. 144 Ocean Walk ha quattro camere da letto panoramiche e un maestoso salotto a doppia altezza, con anche la piscina, se il mare non vi basta. All'esterno, la casa è severa e massiccia, all'interno è il tempio della luce. Per averla occorrono 2,75 milioni di dollari.

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E per concludere eccovi un vero affare: è quotata solo 995.000 dollari la Octagon House che Earls Combs realizzò per sé nel 1966: una struttura ottagonale sospesa come una palafitta, con 36 finestre a scandirne le pareti. In questo modo, la luce non è piatta, ma frantumata in un ritmo poetico e regolare, che si fa drammatico nella grande sala a doppia altezza.

Se non vi sentite pronti a rompere il salvadanaio, potete comunque farvi un giro tra questi ed altri capolavori modernisti, grazie all'associazione Modern Pines, che si occupa di salvaguardare e promuovere il patrimonio architettonico dell'isola. Perché anche se la realtà ha messo alle corde l'utopia, questo è ancora un luogo magico di sensualità e pace, un paradiso selvaggio da cui farsi ammaliare.

 


di Elisa Zagaria / 22 Settembre 2017

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