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Chi è Diébédo Francis Kéré e perché è così importante conoscere la sua architettura

A Londra il nuovo Serpentine Pavilion racconta una storia che parla di Africa, di condivisione, di incontro tra terra e cielo

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Ha aperto oggi i battenti il nuovo Serpentine Pavilion progettato dall'architetto africano Diébédo Francis Kéré, tra la scenografica cornice dei Kensington Gardens. (Foto di Iwan Baan)

A Londra ha aperto oggi i battenti il Serpentine Pavilion firmato dall'architetto africano Diébédo Francis Kéré, diventato famoso in tutto il mondo per il suo forte interesse nel costruire strutture in Africa a bassissimi costi di realizzazione, e sfruttando materiali e risorse locali. Poiché il Paese da cui proviene gli sta particolarmente a cuore, sovvenziona i lavori nei suoi luoghi d'origine grazie alle numerose commissioni che riceve in tutta Europa.

Come le recenti boutique per il brand di calzature Camper (leggi anche → Il pop up store di Camper) o le installazioni di tunnel di cannucce colorate alla Royal Academy nel 2014. Tra i suoi progetti in corso d'opera, ci sono scuole, centri sanitari e biblioteche in India, Mali e Yemen, oltre a un campus educativo in Kenya. Il suo studio è stato fondato 13 anni fa e ha sede a Berlino, che è la sua seconda casa dai tempi del suoi studi universitari presso la facoltà di Architettura della Technische Universitat. Sempre qui, nel 1998, Kéré ha fondato l'associazione Schulbausteine fur Gando, attraverso la quale ha realizzato una serie di progetti di riqualificazione del suo villaggio in Africa.

Per via della forma in cui si presenta e dei materiali di cui è composto, il nuovo Serpentine Pavilion di primo acchito appare come una struttura minimalista e semplice. Scavando più a fondo, si comprende quanta storia ci sia dietro il progetto di Kéré, che parla di Africa, di condivisione, di incontro tra terra e cielo, in costante comunione con la natura. Ad ispirarlo in tutto e per tutto il villaggio africano da cui proviene. Un'ode alle sue origini, insomma, evocate persino attraverso il pattern delle pareti azzurre, che ricordano le fantasie degli abiti della festa del continente nero.

In occasione del vernissage abbiamo fatto due chiacchiere con lui, che ci ha raccontato il suo progetto.

Iniziamo dal nome. Dal momento in cui hai iniziato a progettare la struttura, l'hai chiamata “albero”. Perchè?

L'albero è sempre stato il punto più importante nel villaggio in Africa dal quale provengo. Era qui che le persone si riunivano sotto l'ombra dei suoi rami per discutere e prendere decisioni di qualsiasi genere e importanza. Ho voluto dare al Serpentine Pavilion lo stesso ruolo e funzione. Un rifugio aperto che crei un senso di libertà e di comunità per chi lo visita.

Spiegaci meglio..
Il mio padiglione è una grande tettoia sostenuta da una struttura centrale in acciaio, e una pelle trasparente che copre la struttura e consente alla luce solare di entrare nello spazio. Un gioco di luci e ombre ottenuto grazie all'utilizzo di lunghe aste di legno poste nella parte interna del tetto regala la sensazione di trovarsi all'ombra di un albero. Volevo generare un senso di accoglienza, comunità, ma soprattutto di apertura.

Come ci sei riuscito?
Tramite un sistema a parete, costituito mediante l'utilizzo di blocchi di legno prefabbricati assemblati in moduli triangolari con piccole aperture tra di essi. La composizione curva delle pareti è divisa in quattro parti, creando quattro diversi punti di accesso. Questo permette all'aria di circolare liberamente.

Spesso, Londra si trova a dover fronteggiare repentini cambiamenti meteorologici e frequenti piogge. Come hai risolto la questione?
In tempi di pioggia, il tetto diventa un imbuto che canalizza l'acqua nel cuore della struttura. Volevo che la pioggia fosse raccolta all'interno del padiglione anziché “spazzata via”. Volevo cogliere l'occasione di evidenziare che l'acqua è una risorsa fondamentale per la sopravvivenza e la prosperità umana.

E di notte, il Serpentine Pavilion si illumina...
sono state inserite una serie di fonti di illuminazione, e le perforazioni fanno intravedere da fuori il movimento e le attività delle persone che si trovano al suo interno. Ho scelto di illuminare il padiglione tenendo fede a una tradizione tipica dei villaggi africani.

Nel mio Paese d'origine, quando è in corso una celebrazione notturna, la si individua facilmente salendo su una collina e cercando la luce che proviene dal luogo di festa. Più la luce è forte, più persone stanno partecipando all'evento.

Una luogo che racconta tantissime storie, dunque...
Sì, ma soprattutto un simbolo di narrazione ed unione. 

www.serpentinegalleries.org

www.kere-architecture.com


di Valentina Mariani / 20 Giugno 2017

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