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La Fondazione Prada a Milano

Architettura, arte e moda: opening del nuovo complesso firmato Rem Koolhaas

Rem Koolhaas e OMA hanno di nuovo fatto centro. A un anno appena dalla direzione della Biennale Architettura di Venezia, amata quanto criticata per l’affilato taglio curatoriale, il vincitore del Pritzker Prize (2000) torna più in forma che mai con un progetto destinato a segnare la storia di Milano nonché la rinascita di una zona periferica della città, a conferma di come, sempre più spesso, interventi di agopuntura nel tessuto edilizio possono modificare le sorti di interi quartieri.

L’occasione è la riqualificazione di un’ex distilleria dei primi del Novecento commissionata a Koolhaas nel 2008 da Patrizio Bertelli e Miuccia Prada per dare vita alla nuova fondazione del gruppo: 19.000 mq – con ingresso da Largo Isarco 2 – trasformati, con l’abilità del funambolo in equilibrio tra vecchio e nuovo, in un grande contenitore di cultura dove architettura, arte, moda, cinema convivono e si intrecciano come in un moderno campus con esiti decisamente interessanti.

In fondo, pensando a certe architetture del passato, è la storia che si ripete: l’incontro fortunato tra imprenditoria illuminata e genialità creativa che da sempre rappresenta un binomio carico di promesse.

Quello tra la signora della moda italiana e il maestro dell’architettura contemporanea è sicuramente tra i più riusciti. Lo testimoniano i progetti per la sede veneziana della Fondazione a Ca’ Corner della Regina (2011) e l’epicentro di Soho a New York (2001) che ha contaminato e ibridato il concetto di fashion store rivoluzionando l’idea della tradizionale boutique.

Per chi negli anni ha seguito l’opera dell’architetto olandese divenuto famoso con progetti come la Kunsthal di Rotterdam (1992), la Casa da Música di Porto (2005), la sede della China Central Television di Pechino (2011) non si tratta di una novità. Rem Koolhaas da tempo predica e mette in pratica nei suoi progetti una logica inclusiva, piuttosto che esclusiva, che predilige l’uso della congiunzione “e” anziché quello la disgiunzione “o”.

Succede anche nella Fondazione Prada, aperta al pubblico dal 9 maggio, il cui cantiere ancora in corso attende l’ultimazione della grande torre verticale. Estremi e differenze coesistono e si rafforzano gli uni con le altre mettendo in scena una rappresentazione teatrale in cui le dicotomie classico/innovativo, povero/ricco, bello/brutto, leggero/pesante, opaco/trasparente definiscono nuove categorie estetiche che utilizzano il repertorio come figura retorica dove la conservazione vale tanto quanto l'ideazione e viceversa.

Citazioni e déjà vu ricorrono e si inseguono nella spazialità rarefatta e allo stesso tempo labirintica del compound arricchito da tre nuove presenze architettoniche che bilanciano l'opera di recupero dell'esistente. La modernità di Le Corbusier, la trasparenza monumentale di Mies van der Rohe, alcuni dettagli di Villa Dall’Ava (la prima casa realizzata da Koolhaas a Saint Cloud in Francia) sono presenti simultaneamente e giocano di sponda con i contrasti materici dei rivestimenti delle facciate affidati all’avanguardia della schiuma di alluminio e alla preziosità della foglia d’oro che tramuta in totem un ex rudere del tutto anonimo.

Lo stesso vale per gli interni. Un esempio per tutti: il travertino iraniano sovrapposto a strati di plexiglas traslucido a formare il dinamico pavimento multilivello dello spazio su due piani (Podium) che ospita la mostra Serial Classic co-curata da Salvatore Settis e Anna Anguissola.

Parallelo, a questo, è il building del cinema rivestito di lucidi specchi che in questi giorni ospita il film documentario Roman Polanski: My Inspirations.

Altro regista chiamato in causa è l'americano Wes Anderson, autore di film come I Tenembaum e Grand Budapest Hotel. Suo è l'allestimento del Bar Luce, caffè dagli accenti vintage realizzato in stile anni'50 con arredi in formica, poltrone bicolore, flipper, juke box e pareti e soffitti disegnati come classiche scenografie urbane che riprendono uno dei simboli di Milano, la Galleria Vittorio Emanuele.

Altrove, in sale spoglie dove il segno di OMA è volutamente ridotto al grado zero, campeggiano, allestite in spazi risanati con rara sensibilità, le opere della collezione permanente, curata da Germano Celant, firmate da artisti del calibro di Hirst, Klein, Cattelan, Baldessari, Vezzoli, Pistoletto, Fontana. Tributo all'arte del XX e XXI secolo, documentano il modo ostinatamente personale di Bertelli e Prada di essere collezionisti e, insieme, mecenati e la capacità di Koolhaas di andare oltre le convenzionali tipologie espositive guardando sempre un po' più in là.

www.fondazioneprada.org


di Alessandro Valenti / 8 Maggio 2015

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