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Restauro a Treviso: Museo Bailo riapre dopo 12 anni

La sacralità dell’antico aggiornata alle esigenze del contemporaneo. Così Studio Mas e Heinz Tesar ripensano il complesso conventuale cinquecentesco

Treviso. Dopo un'importante opera di restauro, giovedì 29 ottobre è stato inaugurato, alla presenza del ministro dei Beni e delle Attività Culturali Dario Franceschini, il rinnovato Museo Bailo. Il complesso conventuale del sedicesimo secolo, che raccoglie importanti opere di Arturo Martini, Luigi Serena e Giovanni Apollonio, è stato restituito alla città in una forma architettonica completamente nuova.

Il progetto di Studio Mas con Heinz Tesar, che collaborano con successo dal 2004, ridisegna gli spazi del museo sottoponendoli a un attento restauro. Ne risulta un’estetica sofisticata e una più generosa fruibilità degli ambienti. La nuova facciata si dichiara come un logo, una candida croce scomposta intagliata da tre grandi aperture che sono filtri di scambio tra l’esterno e l’interno. L’atrio trova nel lucernario il proprio elemento caratterizzante: una lama di luce, che ferisce la copertura percorrendo l’intera sezione longitudinale del corpo di fabbrica, predispone lo spazio ad essere superficie plasmabile da giochi e riflessi di luce. Qui ha luogo l'incontro tra i due volumi del progetto: la nuova galleria del Novecento penetra nello spessore del chiostro preesistente e ne distribuisce i percorsi. Le aperture vetrate verso il giardino del chiostro smaterializzano la gravità dei muri cinquecenteschi e permettono al visitatore di cogliere in singoli sguardi la complessità del progetto e l’eterogeneità della collezione.

L’allestimento, curato da Studio Mas con progetto grafico di Metodo Studio, procede dal piano terra al primo piano come un flusso narrativo raccontato su pannelli continui di colore grigio che esaltano le opere in mostra e su supporti lineari e modulari variabili in termini di dimensione e posizione ma che descrivono un disegno unitario. Particolare attenzione è dedicata alla precisa collocazione dell’opera d’arte: quadri e grafiche sono raccolti sulle pareti interne – anche per esigenze di conservazione – mentre sculture e opere plastiche in prossimità di vetrate e portali, così da garantire l’interazione tra luce e materia tridimensionale. I colori degli ambienti rispettano una palette rigorosa che si muove dai grigi più chiari dei pavimenti a quelli più scuri dei podi, fino alle nuance écru e tortora delle pareti. Gli spazi espositivi si dilatano e si comprimono lungo la visita; il vuoto è parte integrante del progetto. Il museo è così riscoperto come fabrica artis in cui si manifesta la sacralità dell’antico aggiornata alle esigenze del contemporaneo.

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