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Calcio e periferie: storia di una (ri)qualificazione mancata

I campetti di calcio in cemento nelle banlieue parigine spiegano perché la Francia (e altre nazioni) abbiano tanti campioni. E noi no.

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Getty Images

Provate a raccontare a un tifoso del Milan che “San Siro” è il nome di un piccolo campetto di calcio in cemento ad Argentueil, un comune tra le banlieue di Parigi. Probabilmente vi riderà in faccia, eppure c’è poco da scherzare: mentre l’Italia non si è neanche qualificata ai Mondiali di Calcio di Russia 2018, altre nazionali come la Francia e il Belgio sono tra le favorite e vantano sempre più calciatori di altissimo livello, provenienti direttamente dal calcio di strada. Ne ha parlato Il Post in questo articolo, dove cita calciatori francesi come Paul Pogba, Kylian Mbappe, Anthony Martial e Blaise Matuidi. 

Ma a raccontare l’universo dei numerosi campetti di calcio nelle periferie di Parigi - campi spontanei, in asfalto, ma sempre più connessi con i piani alti dello sport - è anche un documentario che potete trovare su Netflix: Asfalto e pallone. Il film si concentra sul calcio nelle banlieue parigine, anche se situazioni simili si riscontrano nei sobborghi di Anversa o di altre città russe (dove i campetti di cemento si chiamano korobka). 

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Qualcuno ha detto in proposito che il Brasile delle favelas è definitivamente sbarcato in Europa. Quel Brasile calcistico a cui, davanti a un dribbling di Ronaldo, abbiamo sempre guardato con eurocentrico esotismo. In effetti adesso non bisogna più andare tanto lontano.

Prendiamo Argentueil: è uno dei comuni più popolati nell’Ile de France, la regione di Parigi. Qui il campetto più ambito nei tornei di calcio di strada ricorda i campi da basket delle strade di Chicago o New York.

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Si pronuncia San Sirò, con la “r” arrotolata e l’accento sulla “o”. È un campo d’asfalto neanche rettangolare, dove valgono “altre regole” e se cadi ti fai davvero male. Un luogo mitico per i ragazzi del posto, immigrati di seconda e terza generazione, che del grande Milan di Sacchi hanno solo sentito parlare. Sognano ogni giorno di diventare campioni ed entrare nella rinomata scuola calcio di Clairefontane.

Non c’è solo Argentueil: talenti come Patrice Evra ed Thierry Henry erano stati scovati nei campetti di Les Ulis, comune di appena 30 mila abitanti dove non arrivano neanche le linee ferroviarie. Riyad Mahrez del Leicester viene da Sarcelles, città emblematica della banlieue. Come loro, molti altri sono passati dai palloni deformi e dalle scarpe bucate alle luci dei grandi stadi. 

E in Italia? Delle periferie ce ne siamo ricordati tardi e soltanto perché l’attuale crisi (non solo del calcio, ma anche della politica) proviene da lì. Quanto al nostro calcio, sono lontani i tempi di Totò Schillaci, talento sbocciato al CEP, periferia palermitana meno nota dello ZEN ma per certi versi non meno degradata.  

Foto: Getty Images

Un piano per la riqualificazione delle periferie italiane è stato approvato a dicembre dal governo Gentiloni. Conta 120 progetti e investimenti per 4 miliardi. In attesa di valutarne gli effetti, non si può non citare anche G124, il piano di “rammendo delle periferie” voluto da Renzo Piano, che alla causa ha devoluto il suo stipendio di senatore a vita.

Tra i progetti con maggiore attenzione al gioco di G124 c’è il BAL, “Buone azioni per Librino”. Librino è il quartiere alla periferia di Catania dove l’associazione di volontari I Briganti aveva trasformato un terreno incolto in un campo da gioco (in quel caso rugby). 

Ma sono tante, troppe le periferie delle città italiane dove crescono adolescenze dimenticate. Quarto Oggiaro a Milano. San Luca e Platì in Calabria. Ponte di Nona, oltre il GRA della capitale, zona purtroppo nota alle cronache per gli eventi delittuosi e meno per il meritevole lavoro della Polisportiva GDC Ponte di Nona. Qui è recentemente sorta una sede dell’AS Roma Academy, il nuovo progetto della Roma “per formare società, istruttori e i ragazzi che si avvicinano al gioco del calcio”.

Ma cosa è oggi “la periferia”? Sempre meno la “zona distante dal centro”, e sempre più una zona perduta nello sprawl: “la città diffusa o infinita - così Treccani - “ovvero il dilatarsi territoriale del costruito”. Un infinito di cemento, dove oltre la siepe c’è un’altra siepe, e dietro questa, un’altra ancora. Per evadere c’è il calcio, che insieme al rap costituisce una buona alternativa alla delinquenza.

Un campetto di periferia segna quindi il bivio tra un ragazzino senza-un-luogo dove giocare, e un ragazzino con-un-luogo. E questo bivio, forse, è una possibile definizione di urbanistica: la disciplina che si occupa della creazione di quei “dove” - in questo caso semplici strutture sportive nei quartieri disagiati - che possono trasformare la vita.

In una lunga intervista (Spazio, sapere e potere) Michelle Foucault dichiarò che architettura e urbanistica producono effetti positivi “quando le intenzioni liberatorie dell’architetto coincidono con la pratica reale delle persone nell’esercizio delle loro libertà”.

E cos’è il calcio se non un esercizio di libertà? Un esercizio che comincia da un semplice un pallone: ne basta anche uno deforme e improvvisato per inventare lo spazio con l’immaginazione e trasformare uno squallido cortile in uno stadio pieno di tifosi.

Figuriamoci allora la potenza fabbricatrice (di sogni e speranze) di un campetto di quartiere, soprattutto se il sobborgo in questione è un agglomerato senza nome, perso oltre le colonne d’Ercole di una tangenziale, là dove “città” è un eufemismo e “non-luogo” è un vezzo lessicale da accademici.

Provate a spiegarglielo a un ragazzo cresciuto allo Zen 2 di Palermo (il progetto mancato del troppo vituperato Vittorio Gregotti), che le rotonde, i parcheggi, le aiuole trascurate intorno a lui si chiamano “non-luoghi”: vi dirà che lui è tutto tranne che una “non-persona”.

Foto: Getty Images

Eccolo quindi indossare una maglia col nome di un grande calciatore stampato sopra, ed inseguire un pallone tra altri “non-ragazzini” simili a lui. Per scoprire magari un giorno che il suo nome è un nome, che su un campo di calcio vale qualcosa. Oppure no, come ammonisce un allenatore nel documentario su Netflix, il cui mestiere è allenare, sì, ma anche tenere tutti coi piedi per terra. Perché diventare un calciatore di successo è come vincere alla lotteria: “solo uno su 5 mila diventa professionista, e io non faccio il mercante di sogni”. Superata una certa età, molti lo capiscono da soli, che nel loro destino non c’è iscritto un Pallone d’oro.

L’accettazione di questa “normalità” è forse l’insegnamento più importante del calcio di strada: il rischio è che pur di non vivere “da nessuno” alcuni ragazzi sacrifichino tutto - la scuola, lo studio - per diventare dei “qualcuno”. No, non bisogna illudersi, l’importante è giocare e non scambiare i sani insegnamenti dello sport con il culto dell’immagine, del successo, dell’ego. Una lezione utile anche per una certa grande architettura che in vena di sperimentazione e sensazionalismo ha sacrificato la sobrietà di periferie che avevano bisogno di tutto - scuole, uffici, campi di calcio - tranne che di opere fumose come nuvole, e “d’autore” (quindi latentemente autoritarie). 

Sui muretti di San Sirò qualcuno ha scritto con uno spray i nomi degli amici morti prematuramente. Nabil, Boubou, come se ne sono andati? Facile immaginare che siano caduti vittime della dura legge della strada. Ma il loro nome è ancora lì, che sfida le piogge e le pallonate degli amici che continuano a giocare. 

Nomi che ci ammoniscono e invitano a chiamare le cose col loro nome: la colpa dell’esclusione delle periferie non è (soltanto) architettonica e urbanistica. È politica, di una politica assente dai margini e oggi in piena crisi d’identità, proprio come il calcio: sport che in Italia lamenta un calo di vocazioni, che invece non riguarda la criminalità organizzata.

Non stupiamoci quindi se una grande nazionale come l’Italia resta in panchina, alla periferia dei mondiali di calcio. Prendiamo invece esempio - almeno calcisticamente - dalla Francia e diamo ai ragazzi nuovi luoghi dove esprimere una libertà giocosa e sportiva. I campioni, quelli verranno da sè, ma per qualificarci - questo è certo - dobbiamo prima riqualificarci. 


di Roberto Fiandaca / 9 Aprile 2018

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