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L'architettura contemporanea a Roma c'è e funziona. Ecco dove

Firmata da Labics, la Città del Sole di Parsitalia è un progetto ben riuscito di riqualificazione del tessuto urbano: una speranza per il futuro architettonico della città?

Non capita spesso di parlare di architettura contemporanea a Roma, ma oggi, alle porte della città storica, scolpita tra la nuova stazione Tiburtina, la Tangenziale Est e il cimitero Monumentale del Verano, si dichiara in tutta la sua trasparenza ed eleganza compositiva il progetto Città del Sole, firmato dallo studio romano Labics e costruito da Parsitalia, vincitore di un concorso bandito dal comune di Roma nel 2007. La Città del Sole ha attivato un processo di trasformazione urbana che coinvolge un’area occupata in precedenza da un deposito e da una rimessa dell’ATAC, azienda comunale dei trasporti pubblici; l’architettura diventa strumento di rigenerazione del tessuto della città e si propone come soluzione efficace per la valorizzazione dello spazio urbano. L’intervento di 17,000 metri quadri include molteplici funzioni: residenze, uffici, spazi commerciali, biblioteca e parcheggi; il progetto appare costruirsi secondo un principio di azione/contaminazione che mira alla riscoperta dell’importanza dell’interazione tra persone e luoghi: la piazza centrale definisce un vuoto carico di significato che raccorda i volumi della nuova architettura con quelli della città consolidata dei primi del Novecento. Il peso dei volumi sospesi sopra un sistema di podi, la complessità dei rivestimenti esterni, talmente sofisticati da risultare neutrali e capaci di annullarsi al primo sguardo fugace nella luce di un tramonto romano, il contrasto tra le geometrie volumetriche della Città del Sole con le costruzioni tradizionali si traducono poeticamente come una visione di speranza e di crescita in termini di sperimentazione e slancio creativo per il futuro architettonico di una capitale ancora poca coraggiosa. O almeno così si spera…
Per conoscere i dettagli del progetto Città del Sole abbiamo incontrato i suoi autori Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori, fondatori di Labics.

Nella consuetudine della conversazione si comincia con la dichiarazione del nome: cosa esprime il nome Labics?
Il nome Labics esprime l’idea di laboratorio, di un terreno fertile in cui circolano le idee. Questa scelta ha naturalmente come sfondo, anzi come premessa necessaria, il considerare il progetto di architettura come uno spazio sperimentale e lo studio un luogo in cui, attraverso una incessante e faticosa ricerca, vengono trovate le migliori risposte alle molteplici domande che ogni progetto pone in essere, senza mai dare niente per scontato.

Sulla pagina web di Labics nel racconto della vostra design philosophy descrivete l’architettura con l’aggettivo “strutturale”. Come riuscite a trasformare nei vostri progetti l’architettura in una “cornice che contiene luoghi, spazi e persone”
La struttura, come è noto, è una nozione che si riferisce alla conoscenza e alla osservazione del sistema di relazioni interne ad una data entità, i cui termini non esistono di per sé stessi ma solo in connessione fra di loro ed in rapporto alla totalità entro cui si collocano. Nell’uso comune in architettura il termine struttura identifica l’insieme degli elementi che ne garantiscono la statica, ma in realtà, nell’accezione che a noi interessa, costituisce anche l’insieme delle regole che ne definiscono l’apparato figurativo e spaziale, l’insieme delle relazioni che ne definiscono l’uso e la circolazione, infine l’insieme delle relazioni che l’architettura istituisce con il contesto, materiale e immateriale. In questo senso l’idea di architettura come struttura porta a considerare il progetto non come fatto isolato ma come parte di un sistema più ampio, ovvero implica il riconoscimento, talvolta anche il disvelamento, di uno sfondo, sia esso la città o il paesaggio, fatto di luoghi e persone, a cui il progetto tende naturalmente ad appartenere e quindi a trasformare.

Nell’approccio di Labics al progetto di architettura, dalla scala domestica alla scala urbana, emerge sempre una ricerca teorica che si fonde con il sapere pratico. Ci raccontate come nasce e si sviluppa un progetto secondo la vostra metodologia di studio professionale?
Nel nostro lavoro quotidiano la ricerca teorica e la sua applicazione pratica sono tra di loro sempre integrate. Questa integrazione avviene attraverso un metodo abbastanza rigoroso in cui le componenti del sapere pratico – ad esempio gli aspetti strutturali, materiali o programmatici del progetto – sono integrati fin dal principio nella ricerca formale, anzi ne sono per certi versi gli elementi fondativi. La ricerca - che si compone di disegni ma soprattutto di tanti modelli - si applica a tutti gli elementi del progetto: i diagrammi che descrivono la circolazione all’interno dell’edificio, le relazioni geometriche e dimensionali tra gli elementi della composizione, l’organizzazione delle attività all’interno dello spazio, confluiscono alla fine in una unica figurazione astratta che diventa l’apparato strutturale del progetto.

Quali aspetti o dettagli del progetto Città del Sole riflettono l’applicazione di questa metodologia?
Città del Sole, come del resto tutti i nostri progetti, è un progetto estremamente specifico, nasce e appartiene al contesto in cui si trova; a differenza di tanti progetti contemporanei che vengono clonati come prodotti di marketing, non potrebbe essere collocato in nessun altro luogo. Le sue giaciture, le sue geometrie, le sue dimensioni, il rapporto pieni /vuoti nascono da una lettura attenta del contesto, sia alla scala urbana – nel suo essere collocato al bordo della città consolidata – che soprattutto alla scala locale, nell’intensità del dialogo, quasi un corpo a corpo, che intesse con il limitrofo Tiburtino II. Anche la articolata morfologia dello spazio pubblico, che rappresenta il cuore e la vera struttura del progetto, nasce per certi versi dal contesto, oltre che dal desiderio di sperimentare nuove forme di relazione tra architettura, città e spazio pubblico.

La Città del Sole è un’intelligente azione di recycle urbano, tendenza ormai divenuta quasi una scelta obbligata, almeno a livello europeo, per l’affermazione di una disciplina, l’architettura contemporanea, capace di intervenire sul patrimonio esistente e riattivare parti di città. Quali sono le fasi più delicate e importanti di un processo di trasformazione urbana?
Gli aspetti più importante di un progetto di rigenerazione urbana sono a nostro parere il rapporto con il contesto e la creazione di spazi condivisi, capaci di radicare il progetto nella comunità locale. Questo si può fare a tutte le scale, dalla scala del masterplan alla scala del singolo edificio, anzi forse è proprio alla scala dell’architettura che la sfida si fa interessante. Per far questo, è sufficiente guardare avanti forti del passato da cui proveniamo; guardare alla grande tradizione dell’architettura e delle città italiane. I portici, le logge, i loggiati, le scalinate delle chiese o dei municipi, le gallerie e i passaggi, non sono altro che alcuni degli esempi più noti di architetture che cedono una parte di sé per il bene comune. Architetture che diventano parte del paesaggio urbano, che si fondono con lo spazio condiviso della piazza o della strada.

Oltre al MAXXI e a pochi altri progetti di architettura contemporanea su grande scala, la Città del Sole è un’esperienza rara nel panorama romano. Qual è il significato di un intervento di queste dimensioni per la città di Roma?
Il significato per la città potrebbe essere importante se solo ce ne fosse la consapevolezza, ovvero se la città e chi ci governa se ne appropriasse in modo coraggioso. Invece avvertiamo da una parte una sorta di indifferenza, basti pensare che la biblioteca di quartiere prevista all’interno dell’ex deposito ATAC, unica opera pubblica all’interno del progetto, è lungi dall’essere realizzata; dall’altra avvertiamo il timore di non essere in grado di gestire il progetto, di non saper governare lo spazio pubblico. E la paura genera chiusura e disaffezione. Del resto viviamo in una città in cui invece di promuovere lo spazio urbano come luogo inclusivo, per tutti, e l’architettura come strumento capace di contribuire con le modalità che le sono proprie alla costruzione di un nuovo spazio condiviso, si ventilala chiusura della scalinata di piazza di Spagna. Cosa altro vogliamo aggiungere? 

www.labics.it


di Giovanni Carli / 24 Febbraio 2017

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