ELLEdecor.it
X

Questo sito utilizza cookie, inclusi cookie di terze parti. Alcuni cookie ci aiutano a migliorare la navigazione nel sito, altri sono finalizzati a inviare messaggi pubblicitari mirati. Continuando la navigazione nel sito acconsenti al loro impiego in conformità alla nostra Cookie Policy, che ti invitiamo pertanto a consultare. Accedendo alla nostra Cookie Policy, inoltre, potrai negare il consenso all'installazione dei cookie

Elle Decor Italia

Storia e leggenda del Taj Mahal, un tesoro da difendere

L’India lo bandisce dalle guide turistiche per motivi religiosi, noi lo celebriamo così, ripercorrendone insieme la storia

taj-mahal-storia
Getty Images

“Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo”: così il poeta Rabindranath Tagore definì il Taj Mahal, monumento simbolo dell'India e capolavoro senza eguali dell'arte persiana. Ogni giorno migliaia di visitatori restano a bocca aperta davanti a questo celeberrimo mausoleo, patrimonio UNESCO dal 1983, che dieci anni fa si è guadagnato di diritto un posto fra le nuove sette meraviglie del mondo. Eppure in India hanno pensato bene di estromettere il Taj Mahal dalle guide turistiche. Un errore di stampa? Non esattamente. Il nuovo governo a guida indù dell’Uttar Pradesh, la regione in cui sorge il monumento, ha infatti ritenuto che un tempio islamico non fosse adatto a rappresentarne la cultura e la tradizione. Non è la prima volta che l'arte resta pericolosamente incagliata in questioni politiche o religiose, ma la notizia fa ancora più scalpore quando arriva da un paese laico e multiculturale come l'India. E così, mentre in tutto il mondo impazzano le polemiche, raccontare la storia del Taj Mahal e celebrarne ancora una volta la bellezza diventa quasi un atto dovuto.

Se avete un animo romantico, certamente ricorderete la ragione per cui fu costruito: un tributo d'amore. L’imperatore moghul Shah Jahan aveva molte mogli, ma una più di tutte gli faceva battere il cuore: Mumtaz Mahal. Quando lei morì, dando alla luce il suo quattrodicescimo figlio, l'ossessione del sovrano, prostrato dal dolore, divenne renderle omaggio, costruendo in sua memoria il tempio più maestoso che si fosse mai visto, che porta appunto il suo nome. Era il 1631. Un anno più tardi, ad Agra, antica capitale dell'Impero, iniziarono i lavori, e ci vollero ben ventidue anni perché quella dichiarazione d'amore imperitura giungesse a compimento.

Foto Getty Images

Ventimila persone, tra cui l'architetto italiano Geronimo Veroneo, furono impiegate nel progetto, attribuito al genio di Ustad Ahmad Lahauri. Con l'aiuto di mille elefanti e bufali assemblarono materiali e pietre preziose in simmetrie perfette, finché il sovrano non fu soddisfatto. L'unico materiale locale utilizzato fu l'arenaria rossa che decora le diverse strutture del complesso. Tutto il resto veniva da lontano: il marmo bianco da Makrana, il diaspro dal Punjab, la giada e il cristallo dalla Cina. C’erano anche turchesi, lapislazzuli, e una lunga lista di altre pietre preziose, 28 tipi in totale, incastonati nel marmo per un costo di circa 32 milioni di rupie. Persino le impalcature erano pregiate: non di bambù, come si usava da quelle parti, ma di mattoni. Al termine dei lavori l'enorme struttura doveva essere smantellata, un'operazione che avrebbe potuto richiedere anni. Ma l'imperatore trovò una soluzione più veloce: chiunque avesse dato una mano, poteva tenersi i mattoni. In una notte, l'intero involucro fu smantellato, rivelando il tempio in tutto il suo splendore. Una meraviglia che non poteva rischiare di essere eguagliata: per questo Shah Jahan ordinò di mozzare i pollici agli scultori e di decapitare i progettisti. Almeno è ciò che racconta la leggenda.

Del resto anche a lui toccò una sorte non molto migliore: morì poco dopo la fine dei lavori, in prigione, dove il figlio lo aveva confinato per prenderne il posto. Gli fu concesso comunque l'onore di essere sepolto nel Taj Mahal, accanto alla sua amata, anche se forse ne avrebbe fatto a meno: con altrettanta devozione venerava infatti la simmetria… chissà che smacco sapere che proprio la sua tomba l'avrebbe irrimediabilmente compromessa! Fu infatti posta di lato, mentre al centro di tutto non poteva che esserci lei, l’indimenticata Mahal.

Il mausoleum, ovvero il complesso tombale, è una delle cinque parti che costituiscono la struttura – le altre sono il darwaza (portone), il bageecha (giardino), il masjid (moschea) e il mihman khana ("casa degli ospiti", chiamata anche jawab). L'eterno riposo degli amanti meritava un trattamento speciale, ecco perché il mausoleum è, insieme ai minareti che lo consacrano, l'unico edificio interamente rivestito di marmo bianco: le strutture circostanti sono invece in arenaria e utilizzano rifiniture marmoree solo per accentuare i motivi architettonici ricorrenti. L'intero complesso è infatti uno spettacolare esempio di geometria autoreplicante: è possibile trovare pochi elementi principali che si ripetono in tutte le strutture, creando una rigorosa armonia simmetrica.

Le forme qui non sono scelte a caso, ma incarnano una precisa visione simbolica: il quadrato su cui poggia la struttura rappresenta la Terra, le Cupole rimandano al cielo, e l’ottagono, fusione ideale delle due figure, è l’emblema dell'uomo, in cui materia e spirito convivono. Non stupisce quindi che al centro del mausoleo ci sia proprio una stanza ottagonale che contiene i cenotafi di Shah Jahan e Mumtaz Mahal, orientati verso La Mecca e protetti da un recinto di marmo traforato. Attorno ai due sposi, quattro stanze minori, sempre ottagonali – quattro è un numero sacro per l’Islam, che ricorre spesso nel Taj Mahal – poste agli angoli del mausoleo sui lati corti dell’ottagono della base, e quattro rettangolari, ognuna delle quali ha un’apertura ad arco verso l’esterno. La sala principale è coperta da una falsa cupola, al centro della quale è posto un sole, a suggerire la presenza di Allah. Altre quattro cupole può piccole sovrastano le stanze laterali. L'intero ambiente si articola su due livelli, come segnala la doppia fila di archi ogivali identici che adorna la struttura.

Sorvegliati dai quattro minareti che ne definiscono il perimetro ci sono poi i giardini, non meno sbalorditivi degli interni. Divisi tradizionalmente in quattro parti da due canali che si incrociano al centro, essi ricalcano la rappresentazione islamica dell’Eden, un tripudio di armonia e ordine irrorato da acque cristalline, dove il monumento può specchiarsi. Ciascuna parte si compone a sua volta di quattro riquadri, delimitati da viali pavimentati che incorniciano piante e fiori lussureggianti (400 per ogni porzione del giardino).

Sostando sulle panche che fiancheggiano questo paradiso verde si può ammirare la caratteristica più suggestiva della costruzione: il suo colore mutevole, che cambia nel corso della giornata, virando dal rosa al bianco all'oro. L'imperatore voleva che la tomba di Mahal non fosse un luogo di morte, ma una testimonianza costante e tangibile del suo amore, più vivo che mai. Perciò il suo “castello in aria” doveva vibrare di una bellezza palpitante, come una promessa che non si sarebbe mai estinta. A questo servivano le pietre preziose, sminuzzate a coprire tutte le superfici e a comporre le decorazioni (floreali, geometriche o calligrafiche), un mosaico talmente minuzioso che per un fiore di tre centimetri potevano servire fino a 50 pezzi.

Normale che una ricchezza così abbacinante attirasse le mire dei depredatori di tombe. Ai furti ben presto si aggiunse l'incuria: dopo il trasferimento della capitale da Agra a New Delhi, il sito venne pressoché dimenticato, si parlò addirittura di demolizione, finché nel 1899 Lord George Nathaniel Curzon salì al potere. Il nuovo viceré dell'India pose fine a due secoli di abbandono e degrado, avviando un intenso restauro terminato nel 1908. Da allora il Taj Mahal ha ricevuto tutte le cure e le attenzioni che meritava: durante la seconda guerra mondiale e il conflitto con il Pakistan è stato persino ingabbiato da un'impalcatura per scongiurare i danni di un eventuale bombardamento aereo.

Oggi i suoi nemici sono due: la politica cieca ed estremista, che come già abbiamo visto calpesta l'arte nel nome della religione, e l'inquinamento, che rischia di ingiallire i pregiati marmi. Almeno per questo si è trovato un rimedio: una legge, infatti, vieta di costruire industrie inquinanti nell'area attorno al Taj Mahal. Come si fronteggia invece l’ottusità del potere? Molte sono le polemiche e le campagne che si sono moltiplicate in ogni dove, ma la risposta più efficace non può che essere continuare a visitare questo luogo magico, colmando così quel vuoto inaccettabile sulle guide turistiche. E se non potete partire per l'India, l'alternativa è a portata di mano: LEGO ha appena lanciato la sua versione del Taj Mahal, una delle sue costruzioni più grandi di sempre, un kit di quasi 6.000 pezzi per realizzare una copia perfetta del tempio. Vi sembra un'impresa titanica? Prendetelo come un atto d'amore.


di Elisa Zagaria / 7 Novembre 2017

CORNER

Architettura collection

[Architettura]

In punta di penna

Milano raccontata dai grandi autori italiani

Travel

[Architettura]

Vienna effetto Wow

A caccia di arte, architettura e design nei posti più cool della capitale Austriaca

Itinerari

[Architettura]

Una mela al giorno...

A Cupertino Apple apre il Visitor Center progettato da Norman Foster

edifici pubblici

[Architettura]

Nuovo grattacielo a Milano

Lo skyline della città cambia ancora con Gioia 22, pronto tra 3 anni

progetti

[Architettura]

Il volto urbano nella storia

La mostra di Carlos Garaicoa alla Fondazione Merz di Torino

mostre

[Architettura]

L'architettura della giustizia

Il tribunale di Parigi firmato Piano è aperto e trasparente, come la legge

edifici pubblici

[Architettura]

Il salotto di Hong Kong

Quelle nuove terrazze sul porto di Hong Kong...

Travel

[Architettura]

La tundra in un parco

La Russia si mette a nuovo in attesa dei Mondiali 2018

Travel

[Architettura]

Un hotel da veri bohémien

L'Hotel Pilar in Leopold de Waelplaats ad Anversa

Hotel

Hearst Magazines Italia

©2017 HEARST MAGAZINES ITALIA SPA - RIPRODUZIONE RISERVATA - P. IVA 12212110154 | VIA ROBERTO BRACCO, 6, 20159, MILANO – ITALY

Pubblicità | Link utili | Cookies policy | privacy policy siti web