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Ischia, dai villaggi di Elena Ferrante agli abusi edilizi in nome del turismo

Dopo il terremoto, si rimette in discussione l'economia turistica che ha portato alla costruzione selvaggia con materiali scadenti

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Getty Images

Per parlare di Ischia gli stranieri amano rifarsi ai romanzi napoletani di Elena Ferrante, tra le cui pagine i villaggi rustici e le montagne dell'isola diventano una via di fuga dai popolosi quartieri napoletani.

Il 2017 sembrava essere l’anno d’oro delle vacanze a Ischia, incoronata meta del turismo letterario dal britannico Guardian e dall’americano Los Angeles Times, con tanto di adattamento cinematografico già annunciato (una serie tv in otto episodi co-prodotta da HBO e Rai tratta proprio da “L’amica geniale”): un turismo così cercato che ha fatto da carburante alla necessità di nuove cubature, all’insegna dell’equazione “più cemento più ricchezza” scrive Antonello Caporale sul Fatto Quotidiano.

E il terremoto di Ischia ha spostato l’attenzione proprio su questa questione. Il sisma che il 21 agosto ha provocato due morti e decine di feriti non è stato fortissimo (pare abbia liberato circa un millesimo dell’energia del terremoto che ha scosso l’Italia centrale l’anno scorso):un evento che, stando ai sismografi, non doveva causare morti né crolli. 

A qualche giorno di distanza assume sempre più consistenza l’ipotesi che la causa sia nei tanti abusi edilizi (nell’isola ammontano a 46.877 – censiti –, pari a 2.799 ogni centomila abitanti) ma soprattutto nella costruzione con materiali scadenti e senza rispettare le norme di sicurezza. Un problema che si fa ancora più grave quando riguarda territori ad elevata sismicità, fenomeno ben noto agli abitanti: in Campania quando si vuole dire che sta per scoppiare un putiferio si usa ancora la frase “qui succede Casamicciola”, evocando il nome del paese più colpito dal sisma del 1883, di magnitudo 5.8, che provocò oltre duemila morti. Gia a quel tempo Giuseppe Mercalli, che ha Ischia fece i suoi primi studi sul campo, scriveva: "La causa di tanta rovina non è solo la violenza del terremoto, ma anche la poca solidità delle case e la scarsezza e la cattiva qualità del cemento usato nella loro costruzione". Sta parlando di quello che oggi chiamiamo cemento impoverito, diluito con dosi maggiori di acqua o miscelato con una quantità eccessiva di sabbia. O ancora, delle tante soprelevazioni in cemento armato costruite sopra strutture portanti di mattoni, edifici fragili che crollano alla prima scossa.

Scrive Legambiente in un comunicato diffuso il giorno successivo al terremoto: “Ischia è da sempre simbolo di abusivismo edilizio, di cementificazione disordinata e di impunità. Davanti a questa ennesima tragedia speriamo che chi in queste settimane sta cavalcando il tema dell’abusivismo di necessità, per ricercare consenso elettorale, si fermi”. 

Rincara la dose il Consiglio nazionale degli architetti, scrive in una nota: “La mancanza di serie politiche di prevenzione evidenzia, dopo grandi catastrofi, come il terremoto che ha colpito l’Italia centrale un anno fa e, purtroppo, il recentissimo sisma di Ischia, come i problemi che devono essere affrontati non siano tanto connessi alla gestione dell’emergenza, cui si deve l’impegno e la gestione del Dipartimento Protezione Civile, quanto piuttosto alla mancanza della cultura della prevenzione, ossia della conoscenza, del contrasto e della riduzione del rischio”.

Oppure, come suggerisce Michele Serra su L’Espresso, “Basterà costruire sul lungomare di Napoli il suggestivo grattacielo a forma di corno (progettato dall’archistar Gegé Cifariello, del Rione Sanità) per proteggere l’intero Sud Italia da terremoti, maremoti e altre catastrofi?

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di Carlotta Marelli / 28 Agosto 2017

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