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The World a Dubai, camere sott'acqua e neve tutto l'anno per il rilancio del progetto

Dieci anni dopo la crisi finanziaria, nuovi investimenti hanno permesso di riprendere la costruzione delle 300 isole dell'arcipelago artificiale di Dubai

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Getty Images

In un recente articolo, il Guardian riporta alla luce una delle follie dimenticate, The World a Dubai. Pressoché ignorato, a differenza della sua omologa Palm Island, il progetto non ha avuto altrettanta fortuna e versava in stato di abbandono. Un enorme arcipelago artificiale (sette volte Venezia), che riproduceva a grandi linee il globo terrestre, frutto di 5 anni di lavoro e 320 milioni di metri cubi di sabbia. Dopo essere stato inaugurato nell’annus horribilis 2008, l’arcipelago The World non è mai decollato e la compagnia governativa che lo gestiva ha rivelato un buco di 60 miliardi di dollari.

L’idea originale, come quella di Palm Island, pare sia da attribuire allo sceicco Mohammed e rispondeva all’esigenza di fornire più spiagge a Dubai, e alla richiesta estrema di case sul mare (le abitazioni della Palma furono vendute in soli due giorni).

Tutte le foto: Getty Images

Molte le sfide e i problemi a cui si andò in contro. A cominciare dalla scarsità della sabbia che, esaurita nelle immediate vicinanze per la Palma, comportò costi proibitivi. Inoltre, la densità abitativa crebbe molto sopra il previsto, rendendo le isolette artificiali di Dubai meno attraenti per i miliardari del mondo. Come se non bastasse, alcuni dei più facoltosi investitori ebbero grane finanziare, finendo poi incarcerati, invischiati in lunghi processi, o suicidi. Infine, un’evoluzione ancora più megalomane, The Universe (una riproduzione della Via Lattea), avrebbe minacciato l’esclusività del sito, passato in secondo piano. Anche se, a quel punto, quasi tutti i lotti erano stati venduti ai privati, allettati dalla prospettiva demiurgica di poter riadattare a proprio gusto (ed estro imprenditoriale) gli “Stati” acquistati.

Con sguardo straniato, Oliver Wainwright ci descrive quella che assomiglia più a uno scenario apocalittico che alla realizzazione di una terra promessa. Il fantasma dell’ottimismo pre-crisi, che galleggia come monito in attesa di inabissarsi. In cui, però, qualcosa riprende a essere costruito.

Perché forse non tutto è perduto. Ne è convinto Josef Kleindienst, che si è messo in testa di rilanciare The World, forte delle 7 isolette di sua proprietà. Senza più la concorrenza dell’abortito Universo, Kleindienst punta sullo spettacolo. E cosa c’è di più spettacolare della neve in un arcipelago di sabbia? Un sistema di raffreddamento riempirà l’aria del suo Heart of Europe (un cluster di tre isole con riproduzioni di castelli austriaci, chalet svizzeri e palazzi russi) di fiocchi, per lo stupore dei visitatori. Altre isole ospiteranno ville a forma di cavalluccio marino, una Venezia con tanto di gondole e camere da letto sommerse con vista su una barriera corallina in costruzione (sic), hotel per feste in stile Ibiza e organizzeranno festival a tema ogni giorno. Data di consegna? Un inverosimile 2020, in tempo per l’Expo.

L’intraprendenza di Kleindienst ha riattivato altri soggetti, possessori di isole di The World a lungo dimenticate. È il caso di Lindsay Lohan, che sta riprogettando la propria isola. Ed è il caso di Abdulla Bin Sulayem, CEO di Seven Tides, che annuncia un resort di 100 ville, in una delle 10 isole del “Sud America” della compagnia.

Insomma, giocattoli molto costosi, in cui la fantasia sfrenata scommette sul capriccio di chi tutto sommato si può permettere qualsiasi cosa. E poco importa se una delle ultime costruzioni di Kleindienst sia letteralmente sprofondata nelle acque in seguito a una festa per il Capodanno, o se Seven Tides avesse promesso nel 2009 una fila di chalet su palafitte, con campi da tennis e piscine, mai realizzata.


di Stefano Annovazzi Lodi / 19 Febbraio 2018

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