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Zaha Hadid: una retrospettiva a Venezia dall'architettura all'arte

L'architetto iracheno a Palazzo Franchetti con un racconto architettonico di un lavoro lungo quarant’anni, tra sperimentazione teorica e arte digitale

Zaha Hadid Exhibition, la mostra allestita lungo il Canal Grande – nella straordinaria cornice di Palazzo Franchetti – dalla Fondazione Berengo in collaborazione con Stone Italiana e Falconeri, è una retrospettiva sull’architetto anglo iracheno da pochi mesi scomparso. Molto è stato scritto ultimamente sul personaggio Hadid, della lista infinita di premi vinti, della tenacia sempre dimostrata, del sua teoria sperimentale, dell’ossessione pionieristica per il digitale, della critica per un design a servizio del mercato, di una donna non facile da comprendere.

Quasi quarant’anni di lavoro, studio, ricerca e sperimentazione sono raccontati attraverso quadri, disegni e modelli: dai progetti della Architectural Association (AA) di Londra dove studiò in compagnia degli amici Rem Koolhaas ed Elia Zenghelis, ai progetti non realizzati fino al successo delle prime opere costruite fino all’attualità dei cantieri ancora in corso d’opera. Zaha Hadid ricordava come i progetti non realizzati avessero comunque deciso parte del suo destino. La perdita di un concorso, un rifiuto, la semplice e forse ingenua voglia di soddisfare un desiderio di sperimentazione portata all’estremo hanno permesso a lei e alla sua nutrita equipe di collaboratori di aggiornarsi costantemente e affinare quel processo di disegno digitale inteso come celebrazione assoluta della terza dimensione.

Per Hadid anche la pianta di un edifico, convenzionalmente definita come sezione orizzontale 2D, possiede una forza tridimensionale comunicabile attraverso diagrammi e linee quasi sollevate dal piano del disegno. In mostra il visitatore potrà sorprendersi di fronte ai grandi pannelli-quadri di progetti come il Malevich’s Tektonic (1976-77), prova d’esame del quarto anno alla AA dove Hadid dimostra la passione per il costruttivismo sovietico, matrice indiscussa della sua idea di estetica e forma; il Peak Club di Hong Kong (1982-83) dove per la città asiatica fu promesso un paesaggio di de-costruzione composto dalla lame di un’architettura tagliente; e ancora la visione urbana di un nuovo master plan per una Berlino ancora divisa (1988) dove il sogno di un controllo prospettico totale restituisce un’architettura aliena quasi infestante dalle cui forme, su scala ridotta, nascerà il primo progetto costruito, ovvero la Vitra Fire Station (1993) di Weil Am Rhein.

Le stanze di Palazzo Franchetti, decorate in stile gotico veneziano con archi ad ogiva, volute, ricami in pietra e marmo appaiono come segni ante-literram del disegno di Hadid: si costruisce così un ambiente continuo dove forme composite, fluide, eccessive, concorrono alla definizione di una continuità tra il contenuto della mostra e il contenitore/palazzo. In mostra sono presentati anche progetti futuri e in fase di completamento, dalla Port House di Anversa, pronta ad inaugurare già a settembre prossimo, e la Mathematics Gallery presso il London’s Science Museum. Ironia della sorte vuole che Zaha Hadid conseguì la sua prima laurea in Matematica, disciplina che tramite numeri ed equazioni complesse, stratificate e dalla soluzione geologica, le ha permesso di dare forma al mondo.

La mostra celebra l’intero immaginario di Hadid, che attraversa le diverse scale, dalla pittura all’architettura ma anche al product design e al fashion design: un talento poliedrico per il quale l’approccio al piacere della scoperta (iper-tecnologica), come dichiarò in un intervista al critico Hans Ülrich Obrist, non deve mai esaurirsi.

www.fondazioneberengo.org

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di Giovanni Carli / 6 Luglio 2016

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