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Elle Decor Italia

Il nuovo Room Mate Hotel Giulia a Milano

Un albergo di design progettato dalla spagnola Patricia Urquiola

Un nome di donna, una posizione strategica, un interior design all’insegna dell’understatement, 85 camere di dimensioni generose e una hall accogliente come un salotto degli anni ’50. Si presenta così il nuovo hotel Giulia disegnato a Milano da Patricia Urquiola per la catena Room Mate. Aperto da poco, è già un luogo di culto, vuoi per la filosofia del fondatore, per il quale l’ospite è un amico in visita, vuoi per il progetto che propone un concetto di hôtellerie alternativo che fonde contemporaneità e memoria in una prova d’autore che è anche un omaggio alla città.

Per la designer spagnola, che ha firmato hotel esclusivi come il Mandarin Oriental di Barcellona e sta ultimando un resort sul Lago di Como, si è trattato di una interessante deviazione, il cui risultato è una riflessione non banale sul tema degli alberghi urbani di nuova generazione. A parlarcene, guidandoci tra le stanze dell’hotel, è lei stessa durante le prove generali dell’opening. «Il progetto è nato dall’amicizia con Kike Sarasola, imprenditore spagnolo illuminato (leggi anche → Intervista all'imprenditore spagnolo Kike Sarasola), che anni fa ha iniziato a investire nell’hôtellerie di fascia media, lanciando un concept innovativo che oggi è una catena internazionale. Con Kike era da un po’ che si parlava di lavorare insieme alla definizione di un modello di ospitalità accessibile ma di qualità. Si trattava di trovare un compromesso, una formula che esprimesse l’identità di un albergo di città frequentato da un pubblico molto vario, magari più giovane, aperto alle novità. L’occasione è arrivata con la decisione di aprire un hotel a due passi dal Duomo, sperimentando una tipologia di albergo che a Milano mancava». Entrando nella hall si ha l’impressione di trovarsi in una casa privata con una vaga atmosfera di déjà vu, tra arredi e soprammobili che in qualche modo sono già nei nostri ricordi.

L’hotel nasce dal riuso di un edificio d’epoca piuttosto severo, che ospitava gli uffici di una banca. «Sin dall’inizio abbiamo voluto rendere meno austera l’architettura, introducendo in maniera giocosa il tema della milanesità. Anche con i materiali: i seminati tipici dei caffè, i vetri cannettati, le finiture tipo ottone, il ceppo lombardo posato in diagonale come nei palazzi del centro. Poi ci sono i pezzi dei maestri del design italiano, l’uso del colore — il verdone dei velluti e il cotto dei mattoni — e una serie di oggetti domestici tra cui souvenir del Duomo e cartoline messe qua e là per rievocare gesti familiari». E le stanze? «Sono grandi, comode e con un sapore vintage. Ci siamo divertiti a mescolare le boiserie di una volta con una carta da parati a quadretti che ricorda i quaderni di matematica. I letti hanno testate importanti. Il quadrettato torna nei tessuti e nelle tende, usate anche come chiusure degli armadi a giorno realizzati con intelaiature metalliche di tipo industriale. Piani, mensole e tavolini, lucidi o in vetro, riprendono invece i materiali degli interni milanesi».

Le camere sono eleganti ma anche spartane. La crudezza degli arredi contenitori ricorda quella dei ‘casiers standard’ di Le Corbusier. Ovunque c’è un uso non convenzionale del colore. E così spiega Patricia: «Per i mobili di servizio abbiamo lavorato con la divisione contract di Cassina puntando sulla leggerezza del sistema». La designer è diventata art director del brand dallo scorso settembre. Da qui la scelta di coinvolgere l’azienda nella realizzazione di pezzi ad hoc. «Niente a che vedere con le camere minimali degli hotel di lusso. Lo spirito è diverso, la ricerca della qualità passa attraverso un comfort che oltre che tattile è anche visivo e mentale».

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di Alessandro Valenti / 10 Aprile 2016

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