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BE ORIGINAL 1

Il valore dell'originale

Al primo appuntamento con il mondo degli originali e delle loro infinite copie, abbiamo voluto definire lo scenario. Parlare del valore dell’oggetto di design certificato e presentare il complesso tema della contraffazione, con i suoi i dati e i suoi canali. Per capire come ci si può tutelare

Il Valore dell’Originale
Perché lo si sceglie? Per ragioni affettive e emotive. Perché ha un’aura. Per le sue qualità intrinseche. Perché è unico. Perché ha una storia da narrare. Come raccontano alcuni testimonial eccellenti

Gli oggetti hanno un’anima. L’anima di chi li ha disegnati, pensati, creati, accarezzati nella mente prima di vederli realizzati davvero: in fabbrica, in produzione. Anzi, gli oggetti hanno un’aura. Che le copie non hanno. E la tesi, incredibilmente, arriva dalla Cina, il mercato – purtroppo – del fake mondiale. Lo sostiene Rossana Hu, della coppia (marito e moglie, ma partner anche sul lavoro) di designer e architetti Neri & Hu (en.neriandhu.com). “È questo il valore in più degli oggetti icona: quello che gli artisti chiamano aura. Ed è in ogni opera d’arte, che sia un vaso, un quadro o una musica”. Eppure in Cina il falso è un mercato divorante e potente... “Si fermerà. Quando la gente avrà abbastanza soldi per comprare l’originale”. A Shanghai avete aperto Design Republic, un concept store che vende sia prodotti di produzione internazionale sia di vostra firma (en.thedesignrepublic.com); il vostro oggetto icona qual è? “Scelgo una cosa disegnata da me: le mie tazze da tè Zisha, molto materiche. E infatti, sono di terracotta: così belle da toccare, mi rilassano e danno pace nel caos delle nostre vite”. La Cina e i falsi: è proprio in un negozio cinese che si è fermato, stupito, Luca Nichetto, uno dei giovani designer più quotati del momento e candidato da Elle Decor Italia a Designer of the Year (www.lucanichetto.com). “Inconfondibile, la lampada Caboche di Patricia Urquiola per Foscarini (2), insieme a intere collezioni di Foscarini, Flos e Artemide, tutte fake”, racconta. Non un caso: Caboche è uno degli oggetti design più copiati, insieme alla lampada Arco di Flos. E a lei, Nichetto, è mai capitato di vedersi copiato? “Sì, ma non in Cina. Camminavo per strada, in Francia, e ho visto, in un piccolo ristorante, appesa al soffitto, la mia luce O-Space per Foscarini. Ho notato qualcosa di strano nel bordo e ho pensato: entro e controllo... E infatti, non era la mia, prodotta da Foscarini. Era una copia!”. Nichetto aggiunge, sorridendo: “In fondo, quando ti copiano vuol dire che hai successo. Il peggio è quando lo fanno male, ispirandosi a quello che fai, ma negando in qualche modo la tua ispirazione. È capitato con la mia sedia Face per Kristalia (3), copiata poi sfacciatamente da un altro produttore, negli stessi colori, e perfettamente impilabile sulla sedia originale. Queste sono cose che fanno, tanto per usare un eufemismo, arrabbiare”. E da designer amante del design, un oggetto cult che ha sempre desiderato e finalmente comprato? “Vede, il problema dei designer della mia generazione, quelli intorno ai 40 anni per intenderci, è che spesso disegniamo cose che non possiamo in realtà permetterci... Ma per fortuna esistono i cult del passato e i negozi di modernariato. Io ho trovato qui in Svezia la Splügen Bräu (8) di Achille Castiglioni (prodotta da Flos): vista e presa, bellissima. Ora è nella mia cucina. È del 1964; e mi emoziona pensare alle case dove è stata, le vite che ha illuminato... Una lampada con una storia”. In tempi non sospetti, mentre altri collezionisti cercavano pezzi d’antiquariato, Alexander von Vegesack, cofondatore del Vitra Design Museum e direttore dello stesso per circa vent’anni, acquistava arredi originali di design industriale. “Ho iniziato con mobili di legno curvato perché erano i primi, affascinanti esempi di design di produzione di massa. Li compravo e li raccoglievo soprattutto allo scopo di raccontare, con libri e mostre, le splendide origini dell’industrial design. Poi il mio interesse si è spostato sull’evoluzione del design dei mobili e ho iniziato così a collezionare anche pezzi in tubolare d’acciaio, legno multistrato e altri materiali che erano stati impiegati nella produzione di massa, sempre con in mente una finalità educativa”. Con lo stesso intento oggi, presidente di CIRECA, dirige il Domaine de Boisbuchet, un luogo magico, un vecchio castello immerso nella natura della Charente, dove ogni estate, in collaborazione con Vitra e il Centre Pompidou, si tengono workshop che attraggono designer-to-be da tutto il mondo (www.boisbuchet.org). Acquistare pezzi originali può essere una forma di investimento? “Non li ho mai comprati a scopo di lucro, spesso le mie acquisizioni si sono trasformate in un piccolo capitale. La chiave del successo è stato il mio interesse nel processo di design che mi ha portato a preferire le versioni iniziali di una creazione piuttosto che varianti posteriori dello spesso progetto”. Lei che acquista solo originali, che posizione ha rispetto alle copie? “Un falso è un falso solo quando pretende di essere un originale. In termini di industrial design, un originale è un oggetto che è stato interamente approvato dall’autore e dai suoi produttori. Il materiale, il processo industriale, il colore, la stessa forma possono cambiare nel corso del tempo e il risultato può essere sempre considerato un originale, sempre che designer e produttore abbiamo entrambi approvato il risultato. Comunque, io, come collezionista, preferisco la versione originale, sia esso il prototipo e quindi i pezzi della prima linea di produzione, vis-à- vis di pezzi che hanno subito modifiche nel tempo”. Ma come si acquisisce l’expertise? “Ovviamente con la conoscenza diretta degli oggetti. La si conquista attraverso uno studio approfondito (e ravvicinato) dei pezzi, comparandoli a ciò che troviamo pubblicato nei testi di design. È un modo per allenare l’occhio e la nostra comprensione della storia dell’industrial design. Per me una scuola di vita è stata la regolare frequentazione dei mercatini, dove nessuna etichetta distingue l’originale dal trash, e la triste esperienza di aver gettato del denaro per pezzi senza valore”. A suo tempo, la pubblicazione del saggio – divenuto poi celebre – L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), del filosofo tedesco Walter Benjamin, rivoluzionò il concetto di originale e spezzò una lancia a favore delle nuove tecniche per produrre, riprodurre e diffondere, a livello di massa, opere d’arte che avrebbero portato verso una democratizzazione dell’arte. Oggi, abituati a limited edition (in certi casi con anche alte tirature) e a considerare oggetti da collezione anche articoli di produzione industriali, riconosciamo a un pezzo la sua aura solo quando è originale. Perché ne apprezziamo il valore intrinseco, legato alla qualità dei materiali, al rispetto dei processi produttivi, alla certificazione di garanzia, alla sua durabilità che ne fa un classico senza tempo. Pezzi cult lungamente desiderati e trovati, magari, in un negozio di modernariato. O a un’asta. Come è successo a Jürgen Mayer H., trendy architetto berlinese (il suo Metropol Parasol, che ha cambiato lo skyline di Siviglia, l’ha lanciato sulla scena internazionale, www.jmayerh.de), che ha trovato il divano Soriana di Afra e Tobia Scarpa (9) alla Wright Auction House di Chicago. “È degli anni Settanta, prodotto da Cassina, di pelle color cognac. L’ho comprato, e finalmente ho qualcosa di comfort che mi aspetta a casa”. Anche Colomba Leddi, stilista milanese (www.colombaleddi.it), direttrice del triennio Fashion Design al Naba, ha un sogno: la mitica Arco, disegnata da Castiglioni per Flos. Ma ha già un’icona design a casa, addirittura in tre versioni: “È la lampada da tavolo E63 di Umberto Riva. Ho quella autentica in plastica, che arriva da casa dei miei genitori, credo un regalo del designer ai miei. Poi, per affezione, ho comprato il prototipo di Bieffeplast e la riedizione di Fontana Arte in ferro (7). Il più bello è il prototipo!”. Per Marina Pugliese, direttrice del Museo del Novecento a Milano, l’icona design è “un pupazzo (4) con le braccia lunghe da annodare che il mio designer preferito, Marti Guixé, ha donato ai miei figli”. Mentre, per Emanuela Frattini Magnusson, architetto e designer che vive a New York (www.efmdesign.com), gli oggetti cult sono quelli che l’hanno seguita in tutti i traslochi: “La caffettiera Bialetti (1) che ho portato più di trent’anni fa a Manhattan, quando mi sono trasferita. Ma anche il cavatappi Campagnolo, infallibile; l’adorata poltrona Sanluca (6), dei Castiglioni (Poltrona Frau); lo scrittoio 530 (Bernini) e il tavolo Kioto (Ghianda), disegnati da mio padre, Gianfranco Frattini. E poi ancora la scimmietta in teak di Kaj Bojesen, che avevo a casa sin da bambina, appesa a una lampada da terra di Gino Sarfatti”. Oggetti con un’aura, che raccontano una vita, capitolo dopo capitolo. Ma le sarà anche capitato, lei che è una designer, di essere copiata. “Certo: ho visto molti fake del mio ombrello Sky (5), quello che ora è al MoMA; e dei miei bicchieri Oliver per Salviati. Che effetto fa? Vedersi copiati suscita sempre un misto di rabbia, orgoglio e rassegnazione”.

di Laura Maggi e Lisa Corva


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