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BE ORIGINAL 2

Storie di contraffazione

Case history eccellenti di copie di best seller di design. Le raccontano i protagonisti delle azioni legali condotte a tutela del copyright. Mentre associazioni e enti impegnati a difendere la proprietà intellettuale dei progetti ne illustrano le implicazioni

GIALLI D'AUTORE
Come in un racconto noir, dove vittime del delitto non sono solo sedie, poltrone e lampade di firma, ma anche rubinetti e lavabi
I falsi nel design, a volte, sono come i protagonisti di un thriller. E se il corpo del reato, ovvero la copia contraffatta, è in vendita magari nel negozio sotto casa, il falsario agisce e si nasconde lontano. Per esempio, in Cina. “La nostra responsabile commerciale per l’Estremo Oriente”, racconta Alberto Alessi, “si era accorta, nel 2011, che una banca di Hong Kong stava facendo una promozione regalando ai clienti una copia di Magic Bunny, il nostro portastuzzicadenti a forma di cilindro, da cui esce un coniglietto, disegnato nel 1998 da Stefano Giovannoni. Le copie erano chiaramente di provenienza cinese, prodotte con materiale plastico di scarsa qualità, con un packaging molto cheap”. Come avete reagito? “Non c’è stata una vera e propria causa legale: abbiamo contattato la banca, che si è resa conto dell’abbaglio, dandoci il nome del fornitore. I nostri legali si sono mossi con una diffida, senza però ottenere risposta, come solitamente accade quando sono coinvolti i piccoli produttori cinesi. Ma da allora non ci sono più stati casi di falsi Magic Bunny”. Immaginiamo non sia stato l’unico episodio di falsi Alessi. “Purtroppo no. È stato copiato persino il nostro omino-simbolo, quello dei vassoi e cestini disegnati da Stefano Giovannoni e Guido Venturini, che alla fine degli anni ’90 era diventato anche gioiello: un ciondolo. Peccato che due note case italiane, qualche anno fa, abbiano messo in commercio rispettivamente una linea di gioielli dedicata alle mamme, e una linea di bijoux in plastica, con l’omino-icona copiato. Ma in entrambi in casi, dopo una diffida sia per contraffazione di marchio sia per imitazione servile*, abbiamo ottenuto il ritiro della merce dal mercato e un risarcimento per i danni subiti”. E quindi, in tribunale si parlerà di concorrenza sleale e, più precisamente, di imitazione servile. Interessante il termine tecnico, “imitazione servile”: sono i prodotti, spiega Simona Scanziani del Legal Department di B&B Italia, che, pur non riportando il brand, imitano tuttavia il design. “È la nostra case history: quando hanno copiato il nostro divano Charles, disegnato da Antonio Citterio nel ’97 e da allora uno dei nostri best seller. La ditta falsaria, piemontese, aveva persino ribattezzato il divano: Nicola”. Charles che diventa Nicola: e poi cos’è successo? “Abbiamo iniziato la causa nel 2000, per concorrenza sleale appunto. Ma la sentenza, a nostro favore, della Cassazione è arrivata solo nel 2012. I tempi della giustizia si commentano da soli. Ma abbiamo vinto tutti e tre i gradi di giudizio. E questo vale la pena di sottolinearlo!”. E quando i falsari spacciano in pieno centro a Milano? È successo con la Chaise Longue di Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand, prodotta da Cassina, e copiata, nonché venduta, da HighTech, uno dei negozi di design d’interni più frequentati della città. Un caso che è finito anche sul Corriere della Sera. Ce lo racconta Giacomo Leo, responsabile degli affari legali e societari del gruppo Poltrona Frau (inclusa la società Cassina). “Abbiamo immediatamente reagito con un provvedimento cautelare, il sequestro delle copie in negozio, e vinto il ricorso di HighTech. Ora siamo in attesa della sentenza di primo grado prevista per fine anno”. Poltrone che vengono copiate come borse. “Con la differenza che spesso, nel mondo del design, chi compra un falso non ne ha purtroppo la percezione: anche perché il contraffatto è in vetrina, in negozio; e non per strada, offerto da un venditore ambulante, come succede per le it-bags tutto logo”. Poltrone ma anche lavabi. “Se solo avessimo potuto difendere con un brevetto i nostri Acquagrande, o Link, poi copiati in tutto il mondo, la nostra storia sarebbe stata decisamente diversa!”, commenta Augusto Ciarrocchi, presidente di Flaminia Ceramiche. “Oggi però abbiamo potuto brevettare il lavabo Roll, disegnato da Nendo, e quindi siamo in grado di combattere eventuali falsari in tutto il mondo”. Gli avvocati Gabriele Cuonzo e Federico Aloisi si sono invece occupati per Vitra della Panton Chair. 110 copie, prodotte in Cina, stavano entrando in Italia e sono state fermate al confine: “Esattamente nel 2006, alle Dogane di La Spezia. Il container è stato bloccato, è stato ottenuto un provvedimento cautelare e la conseguente decisione del Tribunale è stata importantissima, perché è stata la prima che riconosceva il diritto d’autore a un pezzo di design tridimensionale**”. Pochi mesi dopo, davanti allo stesso magistrato, viene presentata la denuncia per Arco, l’ambitissima (e purtroppo copiatissima) lampada di Flos. “E da lì è iniziato un braccio di ferro durato ben cinque anni”, racconta Giovanni Casucci, avvocato di Flos. “Un braccio di ferro tra tribunali, contro-leggine fatte approvare in fretta dalla lobby dei falsari in palese conflitto con norme comunitarie che proteggono il diritto d’autore anche nel design, ben ostacolate dallo Stato italiano, che solo dinanzi all’epocale sentenza della Flos della Corte di Giustizia del 2011 sta cominciando a rendere il dovuto rispetto alla creatività dei nostri imprenditori”. Una vera e propria guerra che si combatte anche via Internet. Perché oggi i falsari spacciano anche e soprattutto sul Web. L’ha scoperto a sue spese Kartell, con la lampada Bourgie, di Ferruccio Laviani, e lo sgabello Stone, di Marcel Wanders. “Le copie contraffatte venivano vendute via Internet, ma partivano da un magazzino alla periferia di Milano”, spiegano da Kartell. “La segnalazione, stavolta, è arrivata per caso da un nostro trasportatore, che stava consegnando merce per un’altra azienda. E quando abbiamo mandato un nostro incaricato, per comprare, come prova, uno sgabello Stone, ingenuamente i commessi se ne sono usciti con: “Prendi in magazzino uno di quei simil-Kartell!”. Una battuta surreale: del resto, il giallo tra i falsari del design è un vero giallo all’italiana. Con colpi di scena, come ogni giallo che si rispetti: per esempio, uno dei casi più eclatanti, quello dello sgabello Bombo, disegnato da Stefano Giovannoni per Magis. “Il primo sgabello regolabile di design, creato nel 1996. Un’icona copiata in tutto il mondo, in maniera per noi devastante”, dichiara Barbara Minetto, marketing manager di Magis. Con conseguenti cause legali intraprese in tutto il mondo. “E una sentenza che ha fatto epoca, soprattutto a livello mediatico: quasi un migliaio di copie, scoperte in Belgio, sono state distrutte pubblicamente nel maggio del 2007, in seguito a un’ordinanza del Tribunale belga”. Un altro numero da brivido per Dornbracht. “Ben 267 copie o prodotti similari a Tara, la nostra rubinetteria best seller”, dice Alessio Luciani, Marketing Coordinator Italia. “Lanciata nel ’92, ha rotto gli schemi nel settore: forse per questo è così difficile difenderla. E alla fine l’azienda ha deciso che il miglior modo di tutelarsi è investire in innovazione”. Anche perché a volte i falsari sono sfacciati. Molto sfacciati. E i clienti pure. Lo racconta Giulio Cappellini: “Una grossa multinazionale automobilistica aveva scelto 1000 dei nostri sgabelli Ribbon, disegnati da Nendo, per tutte le loro concessionarie negli Stati Uniti. Ma poi ha acquistato le copie prodotte in Cina, a un prezzo più basso”. Conferma Ernesto Gismondi, fondatore di Artemide, che da anni lotta contro chi copia le sue luci. “Sono andato qualche anno fa a Hong Kong, dove stavamo per concludere una fornitura di cinquemila pezzi per un nuovo hotel luxury. Finché il cliente ci ha detto: lo sconto proposto è troppo basso; se non abbassate ancora, le vostre lampade me le faccio copiare in Cina”. Una minaccia? “Una realtà. Ma bisogna reagire. La nostra Tizio siamo riusciti a difenderla bene, tanto che già alla fine degli anni Settanta, dopo aver speso 149 milioni di vecchie lire di avvocati, siamo riusciti a far distruggere sia le copie sia gli stampi. Ma è successo in America. In Cina è più difficile, copiano dalle copie, non rispondono agli avvocati... E a volte sono così pigri che non si prendono neppure la briga di fotografare la loro copia contraffatta: in un catalogo cinese avevano semplicemente riprodotto una nostra foto, con la lampada in primo piano e il Duomo fuori dalla finestra”. La più copiata è dunque Tizio? “Ed è anche la più protetta. Ma ora, per fortuna, abbiamo ricevuto il marchio di protezione tridimensionale anche per Tolomeo: la nuova passione dei falsari”. Anche Carlo Urbinati, fondatore e titolare di Foscarini insieme ad Alessandro Vecchiato, ha un brutto ricordo legato a un albergo, stavolta a Singapore: “Un viaggio di lavoro, un hotel design di alto livello. Scendo in camera e mi accorgo che c’era sì una delle nostre Tress, ma era una copia. Brutale tra l’altro, avrebbe potuto essere stata fatta da mio figlio quand’era alle medie”. Avrà dormito malissimo. “E protestato formalmente con la direzione. Senza risultati. I risultati legali, però, se perseguiti con costanza, arrivano. Penso a Caboche di Patricia Urquiola: abbiamo scoperto che un nostro rivenditore, dopo un primo ordine, continuava a vendere sia direttamente, sia on line, la Caboche, ma non ne aveva più comprate. E sa dov’è accaduto? In Germania. Abbiamo iniziato la causa quattro anni fa: anche se, come in un giallo, è stata chiamata come teste in Tribunale persino la Urquiola. È stata una battaglia intensa, ma alla fine abbiamo visto riconosciuti i nostri diritti”. Perché, come sottolinea Urbinati: “Mi piace pensare che tracciamo una strada. Bisogna lavorare molto per raggiungere, in un oggetto, la semplicità. Come nelle 189 sfere trasparenti della Caboche”. E la semplicità va difesa. Semplice, no?

* Imitazione servile: l’imitazione servile è compresa tra gli atti di concorrenza sleale. È prevista dell’art. 2598 n. 1 cod. civ. Vi è imitazione servile quando un imprenditore adotta per i propri prodotti (o per le relative confezioni) le forme esteriori e individualizzanti dei prodotti (o delle relative confezioni) del concorrente, così da indurre potenzialmente in errore l’acquirente, sviandone la scelta.
** Marchio di protezione tridimensionale: il marchio tridimensionale (comunemente detto marchio di forma) è previsto sia dalla normativa nazionale sia da quella comunitaria. Entrambe prevedono che, a determinate condizioni, la forma del prodotto o della confezione del prodotto può costituire oggetto di registrazione come marchio di impresa.

a cura di Laura Maggi - testi di Lisa Corva, Paola Carimati e Ruben Modigliani - ha collaborato Maria Cristina Tommasini


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