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Elle Decor Italia

Be Original 3

Il valore dell'originale

Un’antologia di piccole storie legate alla nascita di un prodotto, da una sedia superleggera a una lampada tutta di plastica, raccontate in prima persona da chi l’ha ideato. Per svelarne il lungo iter progettuale, un processo che vede attori designer e industriali. E l’importanza della tutela dell’oggetto di design

Dall’idea al prototipo fino alla produzione industriale

Come nasce un prodotto? Perché, a volte, un originale costa così tanto? Che cosa stiamo acquistando? La parola ai designer che ci raccontano come il passaggio dal disegno all’oggetto finito implichi una gestazione che può durare anni con processi produttivi spesso studiati ad hoc

La nascita di un prodotto di industrial design ha una lunga gestazione: parte da un’intuizione, un’idea, uno schizzo abbozzato dal designer per arrivare all’oggetto finito, spesso realizzato attraverso processi produttivi costosi e innovativi, per finire esposto su uno scaffale o, al massimo del suo appeal, colore e luce giusti, nello spazio di uno showroom. E, da lì, migrare nelle stanze di chi l’ha acquistato, perché sedotto dalle sue forme e dal suo carattere, dal suo design innovativo, dalla sua capacità di espletare perfettamente una funzione o perché rappresenta un must have, un oggetto di desiderio. Vorremmo sottolineare che il valore di quel pezzo originale non è semplicemente legato a costi tout court (progetto, materiali, produzione, distribuzione), ma è frutto di un iter che, a volte, dura anche anni. Perché spesso gli oggetti di design sono frutto di una sfida. Proprio così: una sfida progettuale, un’avventura, con rischi e ostacoli e fallimenti, per riuscire a trasformare un’idea in un oggetto vero. Un’idea su cui sia finalmente possibile sedersi sopra (nel caso di una sedia). Pensateci, la prossima volta che vedrete (o che vi accomoderete su) una seduta o che accenderete una lampada. In quell’oggetto ci sono pensieri e sconfitte, alleanze e sperimentazioni. Sfide risolte, vittorie incise per sempre nel legno, nel vetro o nei materiali di ultima generazione. Sfide di solito nascoste. Che rimangono chiuse tra le stanze di uno studio, i centri ricerca delle aziende che si fanno carico della realizzazione del prodotto passando attraverso la sua ingegnerizzazione, i luoghi della produzione. Ma, stavolta, vogliamo provare a raccontarvele. Per svelare la storia invisibile delle cose. La parola, ovviamente, ai designer.

“La sedia Robo, che ho disegnato per gli svedesi Offecct, nasce da un fallimento”, racconta Luca Nichetto. “Stavamo studiando da anni, insieme, il progetto di una panchina. Piaceva, era stata prototipata, ma poi, visto che la produzione sarebbe stata italiana, si sono resi conto che il trasporto in Svezia, per la vendita, sarebbe stato decisamente poco eco-friendly. Così, dopo tre anni, progetto archiviato. Anzi, buttato nel cestino. A quel punto mi hanno chiesto di pensare a una sedia: una sedia impilabile, per caffè, musei, spazi pubblici. La prima cosa che ho fatto è stata tagliare gambe e schienale, per evitare problemi di volume e trasporto! Infatti Robo è scomponibile. A quel punto abbiamo iniziato una ricerca sui materiali. Pensavamo a un macinato di legno, mixato con macinato di polipropilene, e poi stampato insieme, come quello che aveva appena usato Starck per una sedia di Magis. Ma il costo era troppo elevato. Così siamo passati al legno. Passa un altro anno e Offecct mi comunica: nessuno, in Scandinavia, si sente di realizzarla. Mi sono intestardito e ho detto che ci avrei pensato io, che mi bastava un piccolo budget, appena 500 euro: nel giro di un mese sono partito per la Svezia con, nel trolley, il prototipo finito da un produttore di Udine”. Ci vuole testardaggine, allora, per passare dall’idea all’oggetto. “In questo caso sono stato davvero testardo: volevo a ogni costo collaborare con un’azienda svedese, entrare nel design nordico e dalla porta principale, con un prodotto forte”. Quanti anni ci sono voluti? “Tre: Robo è stata lanciata nel 2010. Ma adesso, quando mi capita di vederla (l’ultima volta è successo a Oslo in un piccolo caffè), sono davvero soddisfatto”. Anche Oki Sato di Nendo (lo studio fondato a Tokyo con Akihiro Ito) ha un oggetto-sfida. Anzi, un’intera collezione: la Splinter, per Conde House. “È una piccola azienda che lavora il legno secondo metodi tradizionali nel Nord del Giappone. È stata la mia prima collezione per loro; ed è stata anche una sfida, perché dopo dieci anni di collaborazioni con aziende internazionali e italiane di design, mi sono ritrovato in Giappone, in un contesto produttivo molto diverso”, spiega Oki. “La sfida è stata anche pratica. Abbiamo dovuto sperimentare molto con la tecnica di lavorazione del legno, prima cercando di piegarne e incollarne due pezzi; solo dopo siamo invece arrivati a un effetto quasi di ‘scheggiatura’. In qualche modo, dunque, a ispirarmi è stata proprio la tecnica usata”. Così sono nati, pochi mesi fa, specchi, appendiabiti, sedie, tavolini, che si chiamano Splinter proprio perché danno l’impressione di essere stati scheggiati o sbucciati.

Una sedia-avventura, un’idea che ci ha messo anni per diventare sedia davvero, è la Comback di Patricia Urquiola. “A casa dei miei c’era una sedia, nella stanza dove giocavamo, che non ho mai dimenticato: una sedia in legno con schienale a bacchette, che venne dipinta di bianco e ridipinta ancora... Una tipologia proveniente dalla Windsor Chair, rivisitata in chiave scandinava anni ’50. Da tempo avevo in studio dei prototipi di sedie derivati dalla sua memoria, che però non interessavano molto a nessuno, una tipologia troppo artigianale e poco traducibile in un prodotto industriale. È questa la sfida che ho proposto a Kartell quando, dopo la sedia Frilly, mi hanno chiesto di pensare a un nuovo modello. Ma ci sono voluti tre anni prima di arrivare alla produzione dello stampo a iniezione”. E finalmente, eccola: Comback come abbreviazione di Comb- Back, ovvero spalliera a pettine; con 4 tipi di piedi (anche un dondolo) in diversi materiali e 8 diversi colori. “Tre anni di prove, di disegni tridimensionali sfinenti, di revisione della forma (abbiamo, per esempio, dovuto abbassare di quasi dieci centimetri lo schienale, troppo alto per lo stampo). Tante prove anche per il materiale perché io cercavo una plastica opaca, che desse l’idea di una certa pesantezza, del legno, della memoria, di un oggetto che tornava...”. Sedie, sedie... Un’altra sedia avventura? La Pilotta, di Rodolfo Dordoni per Cassina. Anche in questo caso c’è una sedia- imprinting nella memoria: la Superleggera, lanciata proprio da Cassina nel 1957, e disegnata da Gio Ponti. “Ho sempre avuto delle Chiavarine a casa”, racconta l’architetto Dordoni. “E ho anche una vera Superleggera, trovata da Cassina, e loro regalo: che ha fornito nuove ispirazioni per la texture della nostra nuova sedia”. È stata quella la sfida della lavorazione, riuscire ad arrivare a una superleggera reloaded, ma ugualmente light? “Sì, anche perché è stato il mio primo progetto con Cassina: era il 2007 e ho molto insistito per operare con il loro reparto produttivo di lavorazione quasi artigianale del legno, una sezione di qualità ma all’epoca poco utilizzata. Ci è voluto un anno di prove in laboratorio, di confronto, di aggiunte di parti strutturali che inizialmente pensavo di poter evitare”. Ed eccola, la Pilotta: in legno di frassino, ma con la scocca in poliuretano flessibile, rivestita in cuio. Quasi una “lavorazione a secco”, precisa Dordoni. E la usa, la Pilotta? “Certo, è davanti al mio scrittoio, nella mia camera da letto”. Sedia Vegetal: è la sedia-sfida, con un intreccio leggero che ricorda quello dei rami degli alberi o delle nervature di una foglia, di Ronan e Erwan Bouroullec per Vitra. Quattro anni di lavoro e di studio, centinaia di maquette, partendo da un’idea iniziale molto semplice: realizzare una sedia leggera tramite il processo GIT, ovvero una tecnica speciale di stampaggio a iniezione. “In realtà l’iniezione è un processo costoso e complesso”, spiega Ronan Bouroullec. “E in corso d’opera ci siamo misurati più volte con problemi strutturali. Ma abbiamo avuto la fortuna di lavorare con Egon Bräuning, il designer che aveva seguito Verner Panton nell’esecuzione della Panton Chair”. La forza dell’idea originale... “E a volte la sorpresa delle copie. Noi avremmo voluto realizzare una Vegetal totalmente trasparente, in policarbonato, ma la maggior parte degli ingegneri ne aveva decretato l’impossibilità. Poi, incredibilmente, un’azienda turca è riuscita a farne una copia. Morale: a volte copiare è una sfida anche per chi copia”. Continuiamo a rimanere seduti, ma passiamo ai divani. Charles per B&B Italia è la challenge scelta da Antonio Citterio. “Un best seller ormai: ma è del 1997”, ricorda l’architetto. “Il primo progetto a riprendere e rafforzare l’idea della peninsula nei divani, con un bracciolo che è anche schienale e che offre massima flessibilità di composizione. Con una grande leggerezza di struttura. E un cuscino lungo che prende tutta la superficie”. Perché una sfida? “Perché negli anni Novanta il mercato aveva fatto una sorta di passo indietro: non erano solo gli ultimi anni del post-modernismo, erano anche anni in cui sembrava che
i marchi fossero finiti, in cui piacevano soltanto i mobili della memoria, dei nonni... Io invece volevo uscire da questo torpore. Pareva che i divani sollevati da terra non vendessero più, piacevano solo con le fodere e lo schienale alto. Charles è stata una proposta controcorrente. Una sfida, appunto. E ha funzionato”. Curiosamente negli stessi anni, 1999, escono le sedie di Cappellini con Jasper Morrison: Low Pad e Hi Pad. “Quando abbiamo pensato di realizzare con Jasper Morrison una nuova sedia e una poltroncina in tessuto, o pelle, abbiamo inizialmente lavorato seguendo lo schema classico, cioè creare una struttura e un rivestimento. Dopo varie prove eravamo insoddisfatti: i pezzi ci sembravano belli, ma non innovativi. Abbiamo quindi deciso di lavorare integrando il rivestimento alla struttura, seguendo varie strade: prima sperimentando il sistema di rivestimento a stampo su scocca dei sedili delle automobili; poi, volendo ottenere un effetto di sofficità tridimensionale, abbiamo osservato il metodo costruttivo delle scarpe sportive, in cui spesso sono integrati materiali diversi (pelle, gomma, nylon). Dopo innumerevoli prototipi, e due anni di lavoro, siamo finalmente arrivati a ottenere un risultato per noi perfetto: con la pelle o il tessuto che aderiscono alla scocca della seduta/ schienale, seguendone le curve”, spiega Giulio Cappellini. Dalla collezione sono state poi mutuate le sedie Tate e la collezione da ufficio Lotus, sempre di Jasper Morrison, nel 2007: a dimostrazione di come un long seller si trasforma su, e per, il mercato. E adesso, in questo giro per una casa virtuale, una casa fatta di sfide progettuali, entriamo in cucina: la cucina Aprile, disegnata per Boffi da Piero Lissoni. Che sottolinea l’importanza di una matrice di ricerca costante. “Il vero problema non è arrivare a un progetto, ma disegnare un processo: tutto quello che ci sta prima. E il processo è cultura: una miscela di ricerca, letture, ritardi dei treni e aerei persi, sguardi in giro per la strada. Da qui nascono le idee, anche nella realizzazione. Penso per esempio alla sedia Lizz per Kartell: un progetto apparentemente impossibile, mixando due tecnologie che idealmente non potevano stare insieme. Lo stesso è successo per il top della cucina Aprile per Boffi, un piano in acciaio inox che nel giro di qualche anno siamo riusciti a far passare da otto a quattro millimetri, sperimentando con la più sofisticata tecnologia. Effetto sandwich”.

E il bagno? IlBagnoAlessi One, per esempio, ormai un vero classico, disegnato nel 2002 da Stefano Giovannoni. “Il progetto del Bagno Alessi è stato una sfida da vari punti di vista. Innanzitutto, per un’azienda produttrice di oggetti per la tavola e la cucina è stata la prima operazione di licensing completamente fuori dal proprio core business. Nonostante le aziende partner (Laufen, Oras, Inda) fossero presenti sul mercato dei prodotti per il bagno, quale potesse essere l’impatto del brand Alessi all’interno di questo contesto era una scommessa del tutto imprevedibile”. L’ispirazione di Giovannoni? “Pensando alle ceramiche, la prima, immediata analogia è stata con i sassi bianchi, levigati dall’acqua; oggetti monolitici dall’immagine pura, che fuoriuscivano dal muro. La sola operazione di progetto è stata quella di sezionarne il top, generando un piano dalla sezione perfetta (rotonda o ellittica) e dalla geometria rigorosa. Il problema progettuale dell’attacco a muro veniva risolto secondo un approccio totalmente nuovo, che permetteva di ottenere un oggetto concettualmente puro e una bacinella e un top che non venivano intaccati nella loro identità formale”. Poi, le sfide tecnologiche durante la produzione. “Una per tutte: quella del lavabo Tam Tam. Per la prima volta siamo riusciti a realizzare un lavabo da terra in ceramica, alto 90 cm, in un solo pezzo. Oggi i tanti tentativi di imitazione l’hanno reso una tipologia comune, ma 11 anni fa era veramente innovativo”. Una sfida che continua... “Perché proprio in questi giorni stiamo discutendo l’idea di una ulteriore attualizzazione del Bagno Alessi”, conclude Stefano Giovannoni.

Rimaniamo in bagno, a questo punto. Perché Roberto Palomba (ovvero Palomba Serafini Associati, con la moglie Ludovica), ci parla del lavabo Lab 03 per Kos, un lavabo icona perché freestanding, con porta-asciugamano integrato: “Inizialmente volevamo realizzarlo in Corian, ma bisognava ragionare sulla lastra piegata: un materiale che aveva una grande leggerezza, ma un costo troppo alto di produzione. Poi siamo passati al Cristalplant, sensuale e setoso. Insomma: ci sono voluti due anni per arrivare alla produzione, nel 2008. Eppure io sono convinto che la vera sfida non stia nella realizzazione, ma nell’ideazione. Arrivare al prodotto è difficile, bisogna provare diverse strategie, limare, adattare; a volte è il materiale stesso che ti suggerisce delle soluzioni. Ma la forza del design, e anche del Be Original, è l’idea; l’idea che diventa poi, se è vincente, archetipo. E che, probabilmente, verrà copiata!”. Infine, per illuminare bene una casa ci vogliono le lampade giuste: quella che Ferruccio Laviani ha disegnato, e continua a disegnare, per Kartell. “La mia prima lampada per Kartell, ovvero FL/Y, nasce in realtà da un mio capriccio: non volevo, per lo stand, chiedere lampade a un altro produttore. Così, con dei sottovuoti da lastra, senza stampo, abbiamo realizzato quasi per gioco le prime luci colorate. Che dopo il Salone volevano tutti. E, nel 2002, sono entrate in produzione”. Ma la prima lampada-sfida? “La Bourgie, nel 2003, che poi è diventata un best seller. Sfida perché in quel momento, in azienda, non esisteva neppure un referente all’ufficio tecnico: la Kartell era forte in altri campi, non nell’illuminazione. E poi un’altra sfida, entrata in commercio l’anno scorso, la Taj: perché per la prima volta ho usato la tecnologia Led. Ci sono voluti tre anni e il coinvolgimento di esperti: per esempio, di un ingegnere che studia la rifrazione della luce per i fari delle automobili”. Ma lei che cosa usa, Taj o Bourgie? Laviani ride: “Sul tavolo del mio studio ho una Taj. Ma a casa, accanto al letto, una Bourgie: bianca, con interno oro. Quella che, secondo me, fa la luce più bella: davvero quasi d’oro”.

di Laura Maggi - testi di Lisa Corva ha collaborato Grazia Baccari


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