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Elle Decor Italia

L’eredità del design

Memoria: istruzioni per l’uso

I maestri e il loro lascito: pezzi-icona bestseller o creazioni di cui esistono solo disegni esecutivi o un prototipo. Un’indagine per scoprire chi ne gestisce il patrimonio, ne autorizza edizioni e riedizioni dopo la scomparsa, ovvero gli eredi e le fondazioni che portano il loro nome

Le grandi idee non muoiono mai. A maggior ragione quelle dei grandi del design, che hanno lasciato un patrimonio fatto anche di disegni, schizzi, documenti, scritti. Che fa gola a tanti. È possibile tenerlo vivo e al tempo stesso tutelarlo? Sì, in molti modi. Come ci raccontano eredi, studiosi, designer e produttori

Il design è – anche – un’eredità. Un’eredità di oggetti e progetti, magari perduti; ma soprattutto di sogni, bellezza e creatività. Oggetti e sogni che sono quindi da difendere, proteggere, conservare. Ma come? Come, in un mondo dove il copyright nel campo del design tutela solo in parte e protegge, in ogni caso, solo per 25 anni nel caso di registrazione del brevetto, e 70 – dalla scomparsa dell’ideatore – nel caso di diritto d’autore? “Per preservare l’eredità del design italiano ci deve essere un’azione concertata a più voci: musei, fondazioni, mostre, aziende, eredi, soprintendenze ai Beni Culturali”, sostiene Manolo De Giorgi, architetto e critico. “E cioè: musei che costituiscano delle collezioni (di pezzi veri, possibilmente, e non nuovi per l’occasione); fondazioni che si occupino di temi specifici (artigianato, cultura dei materiali eccetera); mostre che abbiano un carattere internazionale (da quanto non esportiamo una mostra di design prodotta da noi?). E ancora: aziende che conservino il loro patrimonio e la cultura della produzione; eredi che organizzino i propri archivi in modo scientifico anche dal punto di vista delle autentiche, sulla falsariga di quanto si fa in arte con gli autori più rilevanti. Aggiungo: eredi che controllino tutto il fenomeno dei falsi, da qualche anno in costante aumento, e che tralascino il capitolo delle riedizioni, che a mio parere, anche da un punto di vista commerciale, non producono utili neppure per le aziende (salvo un po’ di comunicazione d’immagine). E infine soprintendenze che estendano la loro cultura dell’oggetto al dopoguerra, visto che sono incapaci di riconoscere un mobile del 1960, si fermano al Novecento e alle ceramiche di Gio Ponti e di Andlovitz”. E forse non a caso, l’oggetto di design che più sta a cuore a Manolo De Giorgi è del 1969: “La zuccheriera Java di Enzo Mari per Danese in melammina”. Plastica e non ceramica. Ed Enzo Mari, su cui il critico ha scritto una monografia (pubblicata da Il Sole 24 Ore nel 2011). “In quella zuccheriera c’è tutto: il materiale industriale, la lavorazione artigianale, l’idea del monomaterico, una matrice geometrica di solidi che s’intersecano, la plastica elevata al rango di un oggetto in argento, il progetto di una cerniera senza fare una vera cerniera. Un oggetto semplicissimo che – come sempre – nasconde in sé un enorme lavoro di progetto”. Un altro oggetto “semplicissimo” è l’oggetto del cuore dell’architetto Alessandro Scandurra: “La sedia Tripolina, la preferita di Dino Gavina: una pelle d’animale appoggiata su quattro bastoni. Una poltrona primordiale: il trono dell’homo faber”. Perché la Tripolina? Perché Scandurra (che ha allestito una stanza su Ettore Sottsass al Triennale Design Museum di Milano) sta studiando Gavina, il designer e imprenditore che tra l’altro fondò nel ’62, insieme a Cesare Cassina, la Flos. “Era la generazione del dopoguerra, e i designer erano pionieri di necessità non ancora esplorate di modi di vivere e abitare. Mentre oggi il design è entrato in un’orbita fascinosa e vertiginosa di sperimentazione; gli oggetti odierni sono ‘super informati’, nascono per dialogare con altri oggetti”. Pensiamo all’iPhone e all’iPad, pezzi design che ci mettono in connessione continua con il mondo, quanto di più lontano da una poltrona o da una zuccheriera. O da una sedia... Già: è di una sedia che ci parla Marco Romanelli, designer e critico. “In questi nostri tempi affrettati e superficiali, con progettisti che disegnano lo stesso oggetto per due aziende diverse, e aziende che l’anno successivo hanno già dimenticato i prodotti dell’anno precedente, vorrei ricordare una storia che parte nel 1949 e termina nel 1957. È la storia dell’ideazione di una sedia, forse la sedia più famosa del mondo”, dice. “Quindi non parlerò del prodotto finito, ma del tempo che è stato impiegato per metterla a punto. Nel 1949 Gio Ponti disegna un primo modello con gambe rastremate e appuntite e sedile piegato in corrispondenza dei reni. Da essa nel 1952 nasce, attraverso una prima sostanziale riduzione degli spessori, la Leggera, da questa, nel 1957, la Superleggera. Sono stati necessari otto anni, al più grande designer italiano, per progettare una sedia: certo è un capolavoro, ma sono comunque otto anni! Vorrei che molti miei colleghi designer meditassero su questo fatto per otto minuti: soltanto otto minuti”. E continua: “Ricordiamoci che sia per preservare sia per modernizzare (parola pericolosa) l’originalità del design esiste un unico metodo possibile: lo studio. Solo lo studio consente di posizionare ciascun autore e ciascun pezzo nella prospettiva più corretta, valutare primogeniture e rapporti. Soprattutto, di non dimenticare! La memoria è infatti uno strumento fondamentale del progetto: per la ricostruzione del passato e molto di più per la costruzione del futuro. La memoria non fa sconti, evidenzia d’un balzo la copia o la citazione furbescamente celata. ‘Imparare a memoria’ è secondo me l’esercizio che dovrebbero fare tutti i designer; per poi, al momento del progetto, come diceva l’artista Vincenzo Agnetti, ‘dimenticare a memoria’. Ovvero essere diventati abbastanza forti per non aver più bisogno di copiare”.

UN’EREDITÀ SUPERLEGGERA
Gio Ponti: il nome che, tra i grandi del design italiano, è uno dei più amati. Per la Superleggera, certo, ma anche per un grattacielo, il Pirelli a Milano; e poi ceramiche, tessuti, arredi. Un’eredità preziosa. Ne parla uno dei nipoti, Paolo Rosselli, fotografo e architetto, che è anche, da tre anni, il portavoce degli eredi: “Non vorrei però parlare di difficoltà, ma di responsabilità: che condivido con gli eredi tutti, in particolare con Salvatore Licitra, mio cugino e coetaneo. Più che di diritti d’autore, ormai fatto acquisito, il punto è la gestione in una prospettiva contemporanea di quest’eredità, che ha un valore commerciale ma anche culturale. Ciò significa mettere a disposizione di studenti, studiosi e storici una massa di materiale enorme: si è trattato in pratica di rendere consultabili circa 98mila lettere dell’epistolario e circa 8.000 fotografie dell’archivio. Un impegno, da parte nostra, che è durato anni”. Non ci sono solo gli eredi a difendere il design. Come nel caso di Francesca Molteni che per Molteni&C si occupa della riedizione dei pezzi di Gio Ponti. E che, con la mostra Vivere alla Ponti, ha esposto le bellissime foto del designer in famiglia, negli anni Cinquanta. “In questo caso Gio Ponti è testimonial dei pezzi che Molteni&C ha deciso di rieditare. E vorrei sottolineare, a proposito di materiali conservati negli archivi, che si trovano anche documenti meravigliosi, come queste foto così intime e domestiche: perché, quasi come in un cortocircuito temporale, c’è chi aveva capito il marketing prima di noi, addirittura prima che ne fosse coniata la parola”. Un’esperienza particolare, la vostra, perché Molteni&C, come azienda, non aveva mai collaborato con Gio Ponti. “Ma lavorare sull’assenza è stato, in qualche modo, affascinante. Anche per la ricerca, durata più di due anni di lavoro negli archivi: per arrivare a una vera e propria collezione, otto pezzi. La nostra, tra l’altro, non è un’edizione limitata, ma numerata. Non solo: un’edizione resa contemporanea”. Che cosa intende? “Oggi, aprire un cassetto vuol dire avere una praticità che negli anni Cinquanta non era pensabile. Quindi abbiamo introdotto delle guide che consentono quella chiusura morbidissima: le stesse guide che, sono convinta, Gio Ponti, un innovatore, avrebbe introdotto se fossero esistite all’epoca”. Il pezzo rieditato che le sta più a cuore? “Un tavolino: meraviglioso, perché girandoci intorno la griglia di colori cambia. Tra l’altro, la prima volta che l’abbiamo mostrato a una delle figlie di Gio Ponti, lei ha protestato: si ricordava che c’era il rosso. Le abbiamo detto di provare a girargli intorno, come faceva a casa, nella casa di via Dezza da cui vengono i mobili prototipati. E infatti il tavolino era proprio lui: emozionata, ci ha detto di essersi dimenticata che la cosa curiosa era che cambiava colore a seconda dei punti di vista”. La magia del design.

ORIGINALE: OVVERO RISCHIO E INNOVAZIONE
Altri nomi leggendari: Luigi Caccia Dominioni, che fondò a Milano, nel 1947, insieme a Ignazio Gardella e Corrado Corradi Dell’Acqua, Azucena. “Io e mia sorella Anna abbiamo ereditato Azucena, una ditta per alcuni versi molto contemporanea, per altri assolutamente fuori dal tempo”, spiega Marta Sala, nipote di Caccia Dominioni. “Contemporanea come concezione: il fatto di non aver mai acquisito una produzione interna, ma aver sempre fatto ricorso a maestrie artigianali o industrie esterne, ha permesso una grande elasticità della produzione. Fuori dal tempo, invece, per tutto quel che riguarda la documentazione e la comunicazione. Azucena nasce infatti come trait d’union tra i progetti dei fondatori e gli artigiani. Dagli schizzi fatti su fogli di carta volanti, buste o addirittura sui muri del cantiere si ricavava un prototipo, lo si controllava, lo si provava ed entrava così in produzione, senza disegno tecnico né altro. La memoria storica era legata al sapere degli uomini che lo realizzavano. Dopo un primo catalogo ad anelli ormai considerato mitico, nessun pezzo veniva più fotografato. Abbiamo così dovuto fare un enorme lavoro sia di documentazione, per creare un sito web e un catalogo adeguati, sia per avviare un lavoro, ancora in corso, di definizione tecnica di ogni pezzo. Per fortuna i materiali e le lavorazioni, molto innovativi per l’epoca – mia madre si ricorda le sperimentazioni delle prime lacche o dei primi tavoli cromati –, ci permettono di continuare a produrre la collezione mantenendo lo stesso livello di qualità. Anzi, migliorandolo”. A quale oggetto è più affezionata? “Sarà banale, ma è la poltrona Catilina, nella versione piccola. La amo con la seduta di lacca nera, senza cuscino. Sembra un’elegante ballerina che attraversa il tempo con discrezione, ma con carattere”. Il progetto preferito della sorella Anna è invece la scrivania Sciabola piccola: “E il mobile Bar, semplicemente perché intelligente”. Un altro nome iconico nel design italiano: Achille Castiglioni. I figli, Carlo e Giovanna, hanno aperto al pubblico nel 2006 quello che era lo studio del padre a Milano, che dal 2011 è anche fondazione. E, come fondazione, avete deciso di rieditare in proprio degli oggetti? “È una delle nostre sfide, insieme a un pool di artigiani come quelli con cui lavorava nostro padre. Inoltre, all’ultimo Salone del Mobile di Milano abbiamo presentato con Meritalia la poltrona Cubo dei fratelli Castiglioni del ’57: un oggetto unico, visto solo una volta a un allestimento”. E il problema dei falsi... “Per fortuna sono proprio i nostri fan le nostre spie: chi viene a visitare lo studio a volte racconta di aver visto un oggetto secondo loro contraffatto, c’è chi addirittura manda una foto!”. Il problema della difesa dell’originale, sottolineano, sta anche nella provvisorietà dei contratti dell’epoca. “Perché spesso, all’inizio degli anni Cinquanta, erano solo verbali: ‘Architetto, facciamo il pezzo, poi vediamo’. E quindi alcune aziende rimettono in produzione oggetti senza chiedere nulla; altre sono più sensibili, soprattutto da quando c’è la nostra fondazione, quindi se variano il colore di un cinturino ti chiedono il permesso...”. Però, come ricorda Castiglioni: “Il design è anche altro. L’oggetto che piaceva di più a nostro padre era un interruttore della luce. Probabilmente nessuno sa che l’ha disegnato lui e, guarda caso, non è stato copiato: costa un euro e lo trovi dall’elettricista”. Riedizioni anche per i fratelli Emanuele e Giampaolo Benedini, che a Mantova, con Agape, hanno deciso di occuparsi della produzione creativa di Angelo Mangiarotti: “Lo conoscevamo, avevamo iniziato a lavorare insieme su progetti per Agape. Poi la decisione di rieditare progetti passati. Mi sono preso la responsabilità di capire, con i miei collaboratori, e con Anna Mangiarotti, come realizzare con tecnologie moderne dei prodotti in passato spesso eseguiti da artigiani. Ciò che abbiamo fatto – sono stati appena presentati il tavolo More e la sedia Club 44 – può considerarsi a tutti gli effetti un prodotto originale. I progetti di Angelo Mangiarotti sono al di fuori del tempo, il loro valore assoluto non li farà mai invecchiare. Per questo crediamo che avranno ancora una nuova lunga vita”. Ma di che cosa è fatto un design originale? “Di coraggio e innovazione”, dichiara Sandra Severi Sarfatti. Che nel mondo del design ha due ruoli: imprenditrice (Luceplan è l’azienda fondata insieme al marito Riccardo Sarfatti) e custode dell’eredità creativa di famiglia (il suocero, Gino Sarfatti, fondatore di Arteluce, poi acquisita da Flos, è stato un grande maestro nel campo dell’illuminazione, negli anni Cinquanta e Sessanta). Un doppio ruolo che ha portato anche a una mostra su Gino Sarfatti, l’anno scorso, alla Triennale di Milano. Dunque, design d’autore per lei vuol dire...: “Ricerca, rischio, innovazione. Un esempio? La lampada Costanza, dell’86. Per realizzarla, mio marito andò fino alla sede della Bayer, insieme al socio e progettista, l’architetto Paolo Rizzatto. Avevano bisogno di far produrre, per il paralume, uno schermo in policarbonato di un certo spessore. Si poteva fare, ma solo per un quantitativo tale per cui avremmo dovuto produrre, e vendere, quella lampada per almeno 20 anni. Avrebbe funzionato? Mio marito disse: ‘Proviamo’. E la Costanza è diventata una delle nostre luci più copiate. Anche questo fa parte del design originale: rischiare”. Marco Albini, invece, è il figlio dell’architetto Franco Albini: e l’archivio storico nonché lo studio milanese del padre sono da poco aperti al pubblico, grazie alla fondazione che porta il suo nome. “Ci chiediamo continuamente: che cosa deve fare la fondazione? Non mummificare l’archivio, ma dargli un senso contemporaneo. Per questo abbiamo deciso di aprire lo studio al pubblico. E poi di rieditare pezzi storici. In passato abbiamo sempre rifiutato. Un po’ perché avevamo il timore che produrre industrialmente e di serie alcuni pezzi significasse la morte degli stessi. Ma avevamo anche una specie di giuramento di fedeltà a Poggi: l’artigiano che ha curato e migliorato, in un dialogo continuo con mio padre, gli oggetti storici che poi lui ha prodotto. O meglio, che lui diceva di produrre, perché in effetti di produzione e di soldi non ce n’erano. Poi, contemporaneamente all’ultima richiesta di Cassina, è arrivata la disdetta di Poggi. Così, oggi, ecco i pezzi di mio padre nella Collezione I Maestri di Cassina. E devo dire che alcune riedizioni sono migliorate”. Cassina ha rieditato anche il Veliero, la mitica libreria che suo padre fece produrre nel 1940 in un unico esemplare, per la casa milanese di via de’ Togni. “È stata una sfida temeraria, con grossi problemi sui carichi strutturali”. Perché è una libreria che ricorda davvero una vela, con due aste di legno in frassino su cui si trovano sospesi, attraverso un sistema di tiranti in acciaio, i ripiani in vetro stratificato. “Evidentemente non si può caricare al massimo: ma il progetto originario non prevedeva che fosse un muro di libri, bensì una soluzione trasparente, che divide uno spazio. E questa temerarietà della produzione ha avuto successo”.

GLI OGGETTI D’AFFEZIONE
Rosanna Pavoni, dopo aver diretto il Museo Bagatti Valsecchi a Milano, ora è direttore della Fondazione Vico Magistretti, nello studio dove lavorava il progettista milanese. E aggiunge: “Di che cosa si deve occupare una fondazione, come la nostra, che non è proprietaria del diritto d’autore? Di lavorare per valorizzare il design come patrimonio culturale, condiviso, di tutti: almeno, questo è quello che penso e faccio. Anche con piccole iniziative. Per esempio, noi abbiamo lanciato qualche mese fa il progetto Il mio Magistretti, dedicato a quello che possiamo chiamare l’oggetto d’affezione. Cioè abbiamo chiesto a tutti coloro che posseggono un oggetto Magistretti di mandarcene una foto, anche brutta. Di quell’oggetto che li ha seguiti tutta la vita, e di raccontare perché. Così, se uno dei più copiati di Magistretti è il letto Nathalie (di Flou, ndr), è perché: ‘Mi piaceva così tanto che l’ho comprato appena me lo sono potuta permettere’. Alla fine sono loro, siete voi i veri testimonial del design originale. Originale tanto più quanto è originale la storia, la relazione con l’oggetto”. E lei non ce l’ha, un oggetto d’affezione? “Certo. Però non è Magistretti, bensì Castiglioni. È il tavolino Cumano, che mi accompagna dal ’79. A Siena, per definire una persona che si adatta bene a ogni situazione, dicono: è da bosco e da riviera. Così è anche il mio tavolino rosso amaranto: discreto, tenace, accondiscendente”.

LA MAPPATURA DEL MONDO
Riedizioni, abbiamo visto, vuol dire Cassina. Con la Collezione I Maestri il brand ha rieditato non solo alcuni pezzi di Albini, ma anche l’iconica poltrona LC2 disegnata da Le Corbusier nel 1928, insieme a Jeanneret e Perriand: che è, tra l’altro, uno dei mobili d’autore più copiati al mondo. Spiega Barbara Lehmann, responsabile dell’Archivio Storico Cassina: “Nella nostra Collezione I Maestri, che comprende gli arredi dei grandi autori classici moderni, ci sono sia riedizioni, cioè modelli prodotti nel passato da altre aziende e riportati a nuova vita da Cassina, sia modelli inediti mai messi in produzione: dalle creazioni di Le Corbusier e Wright fino a quelle di Albini. Per questo possiamo dire che Cassina è stata il capostipite delle riedizioni storiche. Dove ogni prodotto nasce da un contatto diretto con gli eredi o con gli archivi; un lavoro affascinante di analisi e ricerca”. Qual è dunque il valore del design originale? “Vorrei rispondere citando l’architetto Ernesto Nathan Rogers: ‘Gli oggetti diventano antichi quando hanno superato di essere vecchi, ma questa è una qualità di pochi esempi selezionati. Quando diventano antichi ridiventano patrimonio attuale e possiamo farne uso pratico e quotidiana consumazione culturale’. Lo scrisse nel ’64 proprio in relazione alle prime riedizioni degli arredi di Le Corbusier, Jeanneret e Perriand. Ed è il senso ultimo, questo, della ‘quotidiana consumazione’, della riedizione. Il circondarsi di bellezza; di oggetti che ci diano gioia”. A Vienna, la parola a Heinz Hofer-Wittmann, che dirige con la moglie la storica azienda di famiglia Wittmann, fondata alla fine dell’Ottocento: “Nessun problema nel rieditare i mobili dei grandi nomi viennesi, Hoffmann e Kiesler: forse perché, semplicemente, sono senza tempo. Come la poltrona Kubus che Josef Hoffmann, uno dei fondatori della Wiener Werkstätte, disegnò nel 1910, e che è ancora oggi uno dei nostri bestseller. Ma allo stesso tempo, rieditarli è un piacere: sono dei capolavori di artigianato”. Una coppia di designer mito, gli americani Charles e Ray Eames, con i loro pezzi iconici anni Quaranta: riproposti, a cominciare dal coloratissimo appendiabiti Hang It All, grazie a due illuminati imprenditori, ovvero Federica Zanco e Rolf Fehlbaum, per Vitra. “Modernizzare un classico del design è un compito difficile, che richiede sensibilità e ricerca”, dice Federica Zanco. “Contrariamente a un’opera d’arte, un oggetto di design deve rispondere anche a dei criteri funzionali, e di conseguenza è soggetto a possibili miglioramenti nel corso del tempo. Charles e Ray Eames hanno costantemente lavorato al miglioramento dei loro prodotti durante l’intero arco della loro vita. Ora, dopo la loro scomparsa, lavoriamo in stretta collaborazione con l’Eames Office”. Se dovesse scegliere, tra tutto quello che hanno disegnato, l’oggetto preferito? “È difficile, ovviamente... Ma è un loro prodotto forse meno conosciuto: la Soft Pad Chaise del 1968. Questa stretta ed elegante chaise longue mi consente infatti di fare ogni tanto un pisolino che spezza la mia giornata di lavoro: è diventata un’abitudine piacevole quanto necessaria che, secondo me, contribuisce decisamente a... incrementare la mia produttività!”. Difendere: è la battaglia di Ignazia Favata, che fu assistente di Joe Colombo (negli anni Sessanta, quando il designer, tra l’altro, creò le sedie iconiche in plastica per la Kartell). “Difendere da quelle che, con un tiepido eufemismo, definisco imitazioni vere e proprie. A volte è sufficiente una lettera o una telefonata per persuadere l’imitatore a desistere; ma negli ultimi anni, data la globalizzazione del mercato, è stato necessario registrarne il marchio, per una maggiore tutela”. Il suo oggetto del cuore? “La libreria Continental, per due motivi. Primo, perché i libri, oltre al loro contenuto che definisce chi li possiede, hanno anche un’estetica d’insieme che arricchisce e rende caldi gli ambienti: la sua forma semisferica mi ha sempre fatto pensare a un mappamondo, in cui i libri sono terre emerse. La seconda considerazione è affettiva. Mio padre ripeteva a noi figli che la cultura rende liberi e che di conseguenza i libri non sono mai una spesa, ma un investimento. Ho scelto la libreria Continental perché sembra essere la sintesi di queste due considerazioni: un mondo di cultura”. Un mappamondo di cultura e di bellezza, dunque: questa, in fondo, è l’eredità quotidiana – per tutti noi – del design.


di a cura di Laura Maggi - testi di Lisa Corva e Maria Cristina Tommasini - ha collaborato Grazia Baccari / 13 Maggio 2013

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