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Archistar di fama mondiale alla Biennale di Venezia

Nomi e progetti degli architetti che hanno collaborato con il cileno Alejando Aravena

Archistar alla Biennale di Venezia. Anche se la 15. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia passerà alla storia per la sua naturale vocazione all’understament, non sono mancati tra gli invitati chiamati al 'fronte' da Alejando Aravena (leggi anche → Intervista ad Alejando Aravena), illustri esponenti del panorama architettonico internazionale: quelli che a volte, più facilmente, vengono etichettati come archistar.

Ci riferiamo ad alcune figure di chiara fama, che solitamente popolano con le loro opere le più importanti riviste di settore, selezionati per partecipare alla mostra corale Reporting from the Front (leggi anche → La Biennale di Venezia di Alejandro Aravena: now open) perché rispondenti, ognuno a modo proprio, ad almeno una delle 15 battle’s world intorno a cui è nato il tema di questa edizione della manifestazione.

Per ognuno di loro, il curatore cileno – che più di una volta ha ribadito come la selezione dei partecipanti alla mostra principale fosse stata condotta senza pregiudizi né preconcetti, - ha individuato una serie di lavori pensati davvero per cambiare in meglio le condizioni di partenza dell’area di intervento.

Eclatanti se letti esclusivamente dal punto di vista della firma, i progetti in questione sono esempi virtuosi da condividere (con altri architetti, con le amministrazioni, con i cittadini) all'interno del percorso espositivo, e rappresentano le tessere di un mosaico più grande dove i nomi e cognomi degli autori lasciano il posto all'eloquenza alle architetture.

Il messaggio è importante. Come esposto con chiarezza e senza mezzi termini dal Presidente della Biennale Paolo Baratta durante la conferenza stampa di apertura della Biennale, sembrano lontani i tempi in cui i grandi architetti aspettano seduti dietro le proprie scrivanie che lo sceicco di turno telefoni per commissionare loro l'ennesimo lussuoso super building. Lo testimoniano i progetti pieni di buon senso che si susseguono con modelli, disegni, foto video, film dal Padiglione Centrale fino all'Arsenale, installazioni e architetture tra cui spiccano anche i nomi come Renzo Piano, Kazuyo Sejima, Kengo Kuma, Herzog & De Meuron.

Il Naga Site Museum in Sudan, di David Chipperfield Architects (leggi anche → Alla Biennale di Venezia Chipperfield presenta il suo protégé), nonostante sia un piccolo centro per visitatori, è una di queste architetture. Esposta nel Padiglione Centrale come esempio di integrità architettonica, è un'opera, risalente al 2008, che risponde sia alle esigenze contemporanee del progetto di riuso che alle tradizioni del sito archeologico le cui rovine sono immerse in un paesaggio unico da valorizzare e preservare. Il risultato è un’architettura semplice ma potente, che va dritta al punto, senza tempo (quasi classica) perché lontana dalle mode.

Lord Norman Foster torna alla Biennale dopo la partecipazione all’edizione diretta da David Chipperfield e presenta, all’Arsenale, un'infrastruttura leggera ed economica di nuova generazione che è un architettura al servizio della comunità: il prototipo di aeroporto per droni progettato per il Ruanda. Si prevede la costruzione di 40 esemplari da utilizzare per il trasporto di medicinali. Noto come uno degli esponenti dell’high tech, l’architetto inglese ha stavolta utilizzato il laterizio (mattoni di argilla o fango) per dare forma alle dinamiche vele delle strutture progettate come sistemi modulari flessibili.

É italiana l'opera in mostra di Tadao Ando. L'architetto giapponese porta nelle sale dell’Arsenale l’imponente progetto di restauro di Punta della Dogana a Venezia con l'idea di documentare, attraverso un caso noto, il tentativo di conciliare il patrimonio culturale con il turismo di massa. In scena, grazie ad un ingegnoso modello in legno, la struttura del XIII secolo, che grazie a un accordo stipulato tra Francois Pinault, già proprietario di Palazzo Grassi, e il comune di Venezia, è tornata a nuova vita dopo un lungo periodo di abbandono. L’intervento di riconversione ha portato alla trasformazione del complesso nel nuovo Centro di Arte Contemporanea di Palazzo Grassi.

L’attitudine di Shigeru Ban a realizzare architetture solidali con materiali naturali come carta o bambù è al centro della suggestiva installazione Dreaming of Earth, realizzata insieme all’artista coreana Jaeeun Choi. Si tratta di un modello in scala 1:20 di un progetto che intende trasformare la zona demilitarizzata tra le due Coree in un confine finalmente vivibile. Il fulcro dell’intervento è rappresentato da un percorso in bambù di 15 km sopraelevato da terra dai 3 ai 6 metri per proteggere l’uomo dalle mine e la fauna selvatica dall’uomo.

Lo svizzero Peter Zumthor, schivo architetto dalla sbalorditiva poetica, come lo definisce Alejandro Aravena, è stato scelto per la sua sensibilità compositiva, fatta di materiali sensibili e spazi pensati per essere intimamente vissuti. Le sue opere centellinate come distillati, senza alcuna frenesia produttiva, riescono a essere sempre radicate con il luogo e allo stesso tempo sorprendentemente eteree. A Venezia ha portato un modello oversize del progetto per il Los Angeles County Museum of Art accompagnato dall’istallazione tessile di Christina Kim che ripropone le atmosfere di una lavanderia americana virate attraverso una calda palette di colori ispirata a Los Angeles.

www.labiennale.org

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