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Alla Biennale di Venezia gli USA raccontano Detroit

Per la 15 Mostra Internazionale di Architettura, il padiglione degli Stati Uniti racconta la crisi e la rinascita della ex capitale mondiale dell’industria automobilistica

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Andrea Penisto

Nella mostra The architectural imagination, curata da Cynthia Davidson e Mónica Ponce de León: la città di Detroit che da modello industriale è diventata il prototipo della città della crisi economica del XXI secolo

Alla Biennale di Venezia, è l'immaginazione a guidare i progetti presentati dagli Stati Uniti ai Giardini nella mostra The architectural imagination. Un solo tema preciso viene affrontato da più di 250 studi selezionati dalle curatrici Cynthia Davidson e Mónica Ponce de León: la città di Detroit che da modello industriale è diventata il prototipo della città della crisi economica del XXI secolo.

Il progetto per la nuova Dequindre Civic Academy dello studio Marshall Brown Projects. Foto di Andrea Penisto

Quasi 50 anni fa gli architetti di tutto il mondo aprivano gli occhi sulla lezione americana grazie al mitico libro firmato Robert Venturi, Learning from Las Vegas: una raccolta di immagini che dimostrava come, sovvertendo alcune regole disciplinari, ogni idea anche la più visionaria, poteva diventare possibile. Oggi il Padiglione USA propone una nuova lezione tratta dall’osservazione dei fenomeni urbani che si sono concentrati in un’altra città, la cui natura è molto diversa da quella della capitale del gioco d’azzardo e del divertimento.

La mostra The architectural imagination, curata da Cynthia Davidson e Mónica Ponce de León. Foto di Andrea Penisto

Detroit, la casa dell'automobile, della fabbrica a campata libera, una tempo incarnava l’invenzione. Oggi la città fronteggia una drammatica perdita di popolazione, quartieri desolati, edifici abbandonati, e nette divisioni razziali. Nel reagire a questi problemi, Detroit ha la potenzialità di diventare un modello per altre città postindustriali che stanno affrontando simili sfide di carattere pratico: riutilizzare gli edifici industriali adesso vuoti, attenuare sulla città gli effetti della migrazione globale, e reinventare il lungofiume precedentemente usato a scopi industriali e le relative infrastrutture in disuso.

SAA/Stan Allen Architect propone Detroit Rock City: An Urban Geology. Foto di Andrea Penisto

Lavorando con il Detroit Advisory Board, le curatrici hanno selezionato quattro siti che esemplificano alcune di queste sfide e che potrebbero trarre beneficio da proposte architettoniche speculative: terreni abbandonati lungo il Dequindre Cut nei pressi dell’Eastern Market, un edificio per l’industria leggera oggi inutilizzato e i suoi dintorni lastricati nel Southwest Detroit/Mexicantown, un enorme impianto di smistamento del US Postal Service e un isolato vacante sul lungofiume, e l’abbandonato e decrepito Packard Automotive Plant.

Promised Land Air di A(n) Office, uno dei 12 progetti in mostra nel padiglione USA. Foto di Andrea Penisto

Il risultato sono i progetti di 12 studi selezionati tra le centinaia che hanno risposto alla call internazionale lanciata nel 2015, che descrivono un panorama sfaccettato: dai lavori di contaminazione parassitaria delle vecchie infrastrutture abbandonate che diventano alloggi e spazi di lavoro temporaneo, a nuovi organismi metabolici che invadono come virus blobbosi le vecchie fabbriche dismesse. La sensazione che pervade il visitatore del padiglione USA è che comunque, in ogni periodo della nostra modernità ci sia ancora molto da imparare dalle città americane.

Lo studio MOS presenta A situation Made from Loose and Overlapping Social and Architectural Aggregates. Foto di Andrea Penisto

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di Massimiliano Giberti / 31 Maggio 2016

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