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Le mini case della Biennale di Venezia, flessibili e confortevoli

Abitare in pochi metri quadri utilizzando tecniche costruttive economiche e semplici: ecco i più interessanti progetti dedicati alla casa minima, presentati alla 15. Biennale Architettura.

Mini case a Venezia: che si tratti di un monolocale ipertecnologico pensato per un giovane manager che opera in una delle grandi metropoli europee, o di un alloggio di fortuna in India, autocostruito da chi non ha neanche le risorse per premettersi un tetto sulla testa, l’alloggio minimo si conferma uno dei temi più stimolanti per le nuove generazioni di architetti che si presentano alla XV Biennale Architettura.

I padiglioni dei Giardini e le sale dell’Arsenale sono popolati da piccole case, realizzate in scala 1 a 1, la cui identità oscilla tra micro architetture e macro arredi abitabili, concepiti come sistemi flessibili, spesso realizzabili con scarse risorse e personale non specializzato, che però inglobano un enorme potenziale espressivo associato ad un intenso lavoro di ricerca e sperimentazione. L’obiettivo è per ognuno di questi prototipi sempre lo stesso: garantire il massimo di comfort e qualità ai suoi abitanti, pur se concentrati in pochissimi metri quadri di superficie.

Si parte dalla mostra principale all’Arsenale: REPORTING FROM THE FRONT, nella quale è presente il lavoro dello studio indiano Anupama Kundoo, che ha sviluppato una tecnologia sofisticata e semplice allo stesso tempo, per realizzare pannelli in ferrocemento spessi solo 25 millimetri, con i quali è possibile costruire in soli sei giorni una casa perfettamente funzionante. E’ Full Fill Home: un’abitazione la cui geometria è composta dalla somma di una serie di scatole aperte che diventano elemento strutturale e vano portaoggetti allo stesso tempo. I vuoti creati all'interno dei blocchi sono stati progettati per soddisfare in modo efficiente tutte le esigenze degli abitanti: dallo stoccaggio di vestiti, libri o utensili da cucina, fino ad inglobare elementi più tecnologici come il lavello della cucina, o trasformarsi in piani di lavoro e sedute.

Lo studio cinese ZAO/Standardarchitecture, interviene negli storici isolati a corte di Pechino, innestando piccole protesi abitabili ai tradizionali Hutong. Si tratta di micro architetture che utilizzano i tipici mattoni scuri dell’edilizia popolare, a cui si sommano il cemento tinto di nero e l’acciaio, al cui interno ZAO modellano spazi di incontro o studio per i bambini. La scala di queste piccole case della cultura e la logica con la quale vengono bucate o aperte per metterle in relazione con lo spazio dei cortili nei quali si inseriscono, ne fanno dei veri e propri dispositivi di riattivazione sociale.

Sulle fondamenta dell’Arsenale, verso le Gaggiandre è possibile entrare nel modulo base del il sistema modulare Gomos: due elementi prefabbricati in calcestruzzo che, uniti, definiscono una unità abitabile minima. Sviluppato dai portoghesi SUMMARY, è un sistema scalabile in cui ogni modulo esce dalla fabbrica completamente pronto, comprese tutte le rifiniture interne ed esterne, isolamento, infissi, acqua ed elettricità e persino i mobili fissi. Il montaggio sul posto può essere completato in pochi giorni unendo i moduli.

Tra i paesi partecipanti, oltre ai britannici di Home Economics (vedi articolo dedicato), che allestiscono un mobile monolocale su due livelli pensato per il libero professionista del XXI secolo, la Slovenia presenta il progetto [Home at Arsenale]: una casa astratta immaginata come una libreria abitabile, le cui pareti tridimensionali funzionano simultaneamente come scaffali, finestre e sedute.

Il concetto di abitazione richiede un reindirizzamento: se oggi possiamo affermare che la casa può essere dovunque, grazie alla tecnologia della rete che ci consente di svolgere ogni attività primaria in luoghi differenti, l’idea di casa potrebbe avere ancora bisogno di una realtà spaziale o sociale tangibile per poter essere tale. Perché in fondo, al di là delle dimensioni, la casa sono soprattutto le persone che la abitano.

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di Massimiliano Giberti / 1 Giugno 2016

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