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A Venezia c'è un serpente di vetro colorato. E per rilassarsi basta pronunciare il suo nome

Migliaia di lingotti colati a mano per l’installazione firmata Pae White per Le Stanze del Vetro sull'isola di San Giorgio Maggiore

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Enrico Fiorese

Un’insolita “creatura” ha fatto da poco la sua comparsa sull’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia: un serpente di vetro, lungo 75 metri e alto 2,4, con le “squame” variopinte che mutano a contatto con la luce. È Qwalala, l’ultima installazione dell’artista californiana Pae White, commissionata da Le Stanze del Vetro in occasione della 57a Biennale di Venezia, e posizionata nel giardino esterno della sede espositiva (leggi anche tutto lo Speciale Biennale).

@ Enrico Fiorese

Un primo indizio di ciò che rappresenta è nel nome: per i nativi americani Pomo, Qwalala significa "luogo in cui scende l’acqua" e allude al corso del fiume Gualala, cui l'opera si ispira, nella struttura serpeggiante e nel giochi cromatici che richiamano quelli dell’acqua increspata dalle onde. Vi sembra troppo difficile da pronunciare? Provateci: sentirete come le sillabe si rincorrono a evocare l'aderenza del corpo a quelle curve, un’esperienza immersiva e viscerale.

@ Enrico Fiorese

Osservato dall'alto, dal campanile di San Giorgio Maggiore, il serpente ci seduce con le sue linee sinuose e il modo in cui “abita” e ridefinisce lo spazio: la sua forma è stata scelta tra migliaia di opzioni elaborate da un software di randomizzazione creato appositamente. Ma è solo guardandolo da vicino e passandoci attraverso, che cogliamo appieno la maestosità dell'opera, la cura maniacale dei dettagli, il valore simbolico.

@ Enrico Fiorese

Da vicino, il serpente è un muro, una scultura architettonica fatta di mattoni di vetro impilati uno sull'altro. Migliaia di mattoni, tutti unici, tutti diversi, colati a mano dall’azienda veneta Poesia Glass Studio. Circa la metà di essi è trasparente, mentre i restanti spaziano tra una gamma di 26 colori, che “esplodono” all'interno del vetro senza alterarne la trasparenza: è un turbinio lirico, un caos controllato.

@ Enrico Fiorese

I verdi, i rosa, i grigi e i marroni della tavolozza riprendono i colori adoperati nell’arte vetraria romana del primo secolo, ottenuti da zolfo, rame, manganese e altri metalli e minerali. Qui Pae White li combina a disegnare un quadro astratto, vivo, sensibile alla luce e agli occhi di chi guarda. Ma i visitatori sono invitati a fare di più di guardare. Possono camminare lungo il muro, passando da una parte all'altra attraverso le due aperture posizionate nella struttura. Perché i muri possono essere trasparenti, valicabili, diventare ponti e non barriere.

 

@ Enrico Fiorese

Semplice solo in apparenza, l’installazione, visitabile gratuitamente fino a novembre 2018, è frutto in realtà di una sinergia complessa tra visione artistica, artigianato e tecnologia. Realizzare una struttura autoportante con “lingotti di vetro” che pesano 23 chilogrammi l'uno, prima che un’opera d’arte, è un’impresa ingegneristica. Qui è stato determinante il contributo dello studio tedesco Schlaich Bergermann Partner, che ha studiato attentamente materiali e geometrie per ottenere il risultato desiderato.

@ Enrico Fiorese

Insomma, dal software che ne ha tracciato la silhouette, fino alla base in acciaio che la sostiene e al sigillante speciale che la tiene insieme, l'opera conferma l'approccio collaborativo e sperimentale già tante volte messo in atto da Pae White. Per LE STANZE DEL VETRO è la seconda volta al fianco di un artista internazionale, dopo l’installazione Glass Tea House Mondrian di Hiroshi Sugimoto: di nuovo assistiamo a una celebrazione del vetro, originale e potente, che ne omaggia la storia e ne esplora il potenziale.

http://lestanzedelvetro.org/


di Elisa Zagaria / 9 Giugno 2017

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