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A casa di Benedetta Tagliabue

Un intervento di restauro nella Ciutat Vella di Barcellona

Nel tipico cortile spagnolo con vasche di pesci rossi, rigogliose piante in vaso e una vecchia Jaguar verde in garage, si affacciano balconi sui quattro lati che lasciano vedere perfettamente all’interno. Siamo nella Ciutat Vella di Barcellona a casa di Benedetta Tagliabue, architetto di fama internazionale, che ha incantato il mondo disegnando il Padiglione Spagnolo all’Expo di Shanghai. Un progetto innovativo dalla copertura in pannelli di vimini intrecciati a mano che nel movimento della posa ricordavano i volteggi del flamenco e sulle cui trame si leggevano caratteri cinesi. Bellezza intensa e solare, Benedetta racconta con disarmante sincerità la sua vita, segnata da dolori laceranti e meritati successi. Laureanda in architettura a Venezia, per approfondire la tesi si reca a New York dove incontra Enric Miralles, architetto spagnolo, professore per un semestre alla Columbia. Visitando le architetture degli anni Trenta nasce l’amore, che porterà Benedetta a Barcellona a lavorare a fianco di Enric. “Lui era speciale, un talento intuitivo, spirito originale e carismatico, mi coinvolgeva in tutto spingendomi a superare ogni limite, vivevamo e lavoravamo in simbiosi. Quando un’atroce e veloce malattia lo portò via a me, ai nostri figli piccolissimi e al lavoro dello studio, ero piena di dolore e rabbia. Ma non avevo scelta, non potevo abbandonare progetti importanti come il nuovo Parlamento di Edimburgo, il Campus Universitario di Vigo, le Torri della Gas Natural a Barcellona. All’inizio ho portato avanti i progetti condivisi, poi ho scelto di continuare per me stessa. Lo studio EMBT ha appena vinto il concorso per il progetto di una chiesa a Ferrara, nella mia amata Italia. La notizia mi ha raggiunto a Shanghai dove abbiamo realizzato progetti importanti e altri sono in corso, come succede in Germania, in Corea. Culture diverse da comprendere, viaggi in Paesi lontani, riunioni intense, progetti di musei, grattacieli, università, masterplan, nessun impegno mi spaventa. ‘Dal cucchiaio alla città’ è il mio credo, penso che il talento italiano sia davvero a tutto campo, niente può spaventarci. Quando con Enric decidemmo di abitare nella città vecchia ci considerarono sconsiderati, il luogo era degradato e pericoloso da vivere. Eppure in questo edificio decadente Enric ritrovava l’architettura catalana austera, bianca, pulita, umile, quella che amava e i ricordi di bambino quando visitava i nonni. Abbandonata da decenni, la casa presentava tutti i segni delle abitazioni post guerra civile. Non abbiamo mai pensato a un progetto organico, decidevamo al momento, scoprendo quello che il tempo e l’uso (da abitazione signorile a laboratorio di bottoni) aveva celato e che ora ci appariva illuminato da schegge di luce che penetravano sottili, come un miracolo. Tracce di affreschi, muri in mattoni, pavimenti in maiolica delle antiche stanze, soffitti sfondati, giardini interni rigogliosi ci venivano incontro in uno spazio ormai senza pareti, un dedalo che si dipanava attorno al cortile. Ci divertiva questa anarchia distributiva, subito dopo l’ingresso l’ampio spazio aperto sul giardino divenne la nostra camera da letto, un labirinto di librerie conduceva alla zona giorno. Totalmente assenti corridoi e porte che nel tempo avrebbero attirato le critiche di Caterina e Domenic, gelosi come tutti gli adolescenti dei propri spazi”.


di Rosaria Zucconi / 22 Ottobre 2013

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