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New York: il recupero di una vecchio laboratorio diventa una casa-studio

Le vetrine su strada, la doppia altezza, i mattoni a vista caratterizzano lo spazio abitato a TriBeCa

Architetto, paesaggista, docente all’università, Linda Pollak, intellettuale bostoniana e anche ottima cuoca, ha scritto libri e saggi sul tema a lei più caro, l’architettura del paesaggio urbano, che hanno prodotto risultati notevoli in campo teorico e professionale.

Nella totale condivisione con Sandro di ogni progetto dello studio di cui è partner, Linda enfatizza le relazioni tra interno ed esterno, Sandro segue lo sviluppo di architetture integrate a uso pubblico e privato, e il recupero di siti a lungo disattesi. Nel progetto della loro casa è stato naturale per lei occuparsi del giardino, profondo 5 metri, ricavato nel basement su cui si affaccia la zona giorno.

Un 'suolo artificiale', in cui il verde, le piante, i fiori creano un legame particolare con la natura infrastruttura in cui si leggono la città, le griglie della metropolitana, fioriere fatte con materiali provenienti dalla ristrutturazione, uno specchio d’acqua, pietre di fiume. Il muro dell’edificio adiacente, da presenza ingombrante è diventato fondale di interventi ispirati all’arte concettuale.

Spiega Linda: «Le strisce colorate che segnavano la cassaforma in cemento delle fondazioni dell’edificio, venute alla luce quando siamo arretrati con la vetrata, sono diventate segni colorati che amplificano i riflessi del sole, mentre la sera, illuminate dalla luce artificiale, si accendono come linee di neon. Una costellazione di piani specchianti su una leggera griglia cattura i raggi del sole e riflette il cielo mutevole della città. Quando l’artificiale entra in relazione con le variazioni atmosferiche gli effetti si moltiplicano e danno nuovi, imprevedibili motivi di osservazione».

Sandro Marpillero ha come spazio preferito la piccola piattaforma rialzata sul fronte strada, con un tavolino, dentro lo studio ma separato da esso, senza che i passanti possano vederlo da Duane Street. «Cercavamo a TriBeCa e avevamo bisogno di tanto spazio per una casabottega. L’edificio scelto, del 1864, originariamente era una fabbrica di scarpe, noi abbiamo acquistato l’ex laboratorio di gioielleria al piano terra con il basement. I lavori di ristrutturazione sono stati lunghi, la squadra era fatta di persone che parlavano tante lingue e che non avevano mai lavorato insieme: messicani, russi, polacchi, cinesi, portoghesi, alcuni ottimi artigiani, altri con storie diverse alle spalle. Il vero melting pot newyorkese dove tutti sono spinti a dare il meglio di sé.

Abbiamo iniziato a demolire dal negozio che aveva due finestre sul fondo e un mezzanino con un lucernario, attaccato all’edificio confinante, per poi arrivare nel basement. Un percorso a tappe, per prendere coscienza dello spazio. Ottenuto il permesso di realizzare una vetrata e una piccola stanza nel mezzanino, abbiamo pensato di sottrarre superficie abitabile arretrando con la grande finestra all’interno per guadagnare un giardino e canalizzare la luce naturale al centro del loft lungo e stretto.

In nessun momento ci siamo detti, oddio che disastro! Siamo in un cavedio, come potremo mai stare in un posto così buio. Oggi quando si scende nel living si dimentica di essere in un basement, per di più affacciato su un giardino. Una vetrata così alta che presuppone viste altrettanto spettacolari, spiazza totalmente. Il giardino è la nostra interpretazione di less is more».

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di Rosaria Zucconi e Francesca Benedetto / 30 Giugno 2016

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