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Elle Decor Italia

A casa di Vincent Van Duysen

Nel centro di Anversa l'architetto ci invita nel suo rifugio all'ultimo piano di un edificio ottocentesco, una residenza intima dove il calore del legno e la luce del nord sono protagonisti

È una mattina speciale ad Anversa, il cielo è di un azzurro intenso, la città è in movimento, piena di energia. In un’elegante via a pochi passi dal centro storico, e dalle più importanti boutique della moda, spicca per l’intonaco bianco e l’ordinata sequenza di finestre, la residenza dell’architetto e designer Vincent Van Duysen.

Il padrone di casa ci accoglie insieme ai due inseparabili bassotti Loulou e Gaston. Attraversiamo l’ampio living avvolti dalla luce naturale e, salendo la scala in legno, raggiungiamo l’ultimo piano. Siamo nel nuovo ‘Attico di Vincent’, come lui stesso ama definirlo. L’impatto è sorprendente, un po’ come entrare in una camera oscura per via del brusco passaggio di luce.

“Vivo in questo palazzo da quindici anni ma fino a poco tempo fa ho lasciato intatto il sottotetto perché l’ho sempre immaginato come un luogo indipendente dal resto della casa”, ci spiega. “Forse c’è una piccola storia da raccontare: quando ho acquistato l’intero edificio da una famiglia di notai, ho accettato il vincolo della presenza, per un altro anno, di un inquilino particolare, un collaboratore dello studio che viveva da oltre quarant’anni proprio all’ultimo piano. Una clausola del contratto che si è rivelata per me l’occasione di un incontro speciale a livello umano”.

Passa il tempo, l’ospite se ne va e, infine, arriva il momento dei lavori. “Una volta demoliti il soffitto e le pareti divisorie, l’open space ha acquisito una forte personalità, liberando le travi in legno originali e le pareti perimetrali in mattoni a vista. Ho sostituito le piccole finestre esistenti con serramenti in ferro e vetro e ho disegnato una grande vetrata sullo spiovente a nord”, continua Van Duysen. “La vista sulla chiesa di Sint-Joris, ristrutturata di recente, è diventata il mio tableau vivant”.

Seduti intorno al grande tavolo in legno, chiediamo all’architetto di fare il punto sul suo lavoro e di anticiparci i progetti in corso. “È un momento molto importante per me, sono passati trent’anni da quando ho iniziato, ma sembra ieri, forse perchè ci metto la passione di sempre. Ho lavorato a molte residenze in tutto il mondo, dal Belgio a New York, da Parigi a Beirut”, ci racconta. “Attualmente sto per ultimare il primo progetto di una barca e a maggio inaugurerà lo showroom che ho disegnato per Poliform a Manhattan”.

E il suo rapporto con il nostro Paese? “Amo lavorare in Italia con aziende come Molteni&C e B&B Italia, per le quali ho disegnato nuovi prodotti che presenterò al prossimo Salone del Mobile. Più recenti le collaborazioni con Mutina e Flos, che hanno stimolato la mia creatività in ambiti diversi. Quanto all’architettura, ho in cantiere un boutique hotel ad Anversa e una residenza per anziani nella nuova area a sud della città, lungo il fiume Schelda”.

Ci alziamo, e il padrone di casa ci conduce nella parte ‘privata’ del suo rifugio: tiene a mostrarci un dettaglio. “Anche da vicino non si riesce a percepire che dietro la lunga parete di fronte al letto siano nascoste funzioni a sorpresa. Volevo che lo spazio fosse visivamente essenziale. Far scomparire tutti gli elementi di servizio — armadi, bagno, doccia, vasca e persino una piccola kitchenette — ha comportato un vero studio di ingegneria”.

L’attico si sviluppa sotto il tetto a capriate come una grande suite costituita da camera da letto con studio e zona conversazione. Ad arredarla pezzi dell’antiquario e interior decorator Axel Vervoordt e mobili disegnati da VVDA, lo studio di Van Duysen. Il posto d’onore è riservato a una poltroncina del maestro Pierre Jeanneret, pezzo unico della sua collezione privata.

Il sole è tramontato e lo spazio della casa cambia completamente atmosfera. Diventa più intimo e il padrone di casa ci svela un segreto: “Nonostante sia spesso su un aereo, o dall’altra parte del mondo, il mio cuore è qui. Questo è il mio nido”.  

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di Rosaria Zucconi e Francesca Benedetto / 4 Aprile 2017
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