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Elle Decor Italia

Come riabitare un trullo nel Salento

Una casa vivibile tutto l'anno. Tra materiali naturali e mobili di design

Del primo incontro con il Salento Luca e Silvia ricordano l’esaltante scoperta della campagna percorrendo d’istinto le stradine segnate dai muretti a secco che si perdevano negli uliveti, il contatto improvviso con il mare e i paesi, l’immediata sensazione di sentirsi a casa, in un luogo carico di memoria. Quando, nascosto tra gli alberi, scoprono un autentico esempio di architettura rurale in stato di abbandono rimangono sorpresi dalla monumentalità del luogo.

Il complesso, in pietra a secco, è costituito da due corpi di fabbrica di diversa tipologia, addossati fra loro ma non comunicanti. Il più antico, risalente al 1700, è la tipica pagliara di forma troncoconica a due gradoni di pianta circolare con volta a cupola, utilizzata come deposito degli attrezzi e della legna, l’altra, posteriore, di forma troncopiramidale a pianta quadrangolare con volta a botte, detta Lamia, era utilizzata come riparo stagionale per i contadini che lavoravano la terra, a questo si aggiungeva il locale-forno in buona parte distrutto. Il tutto, disabitato da anni, esprimeva una forza e una autenticità che hanno letteralmente stregato Luca Zanaroli, architetto residente a Bologna, la moglie Silvia, manager nel campo farmaceutico, e i figli Greta di 10 anni e Giovanni di 7.

Difficile spiegare l’emozione e il desiderio immediato di affondare lì le nostre radici” - racconta Luca - “L’incontro e l’amicizia con Francesco, il nostro confinante, ci ha permesso poi di comprendere la cultura contadina del basso Salento. Attraverso i suoi racconti di vita vissuta tra le due guerre, quando i contadini si ritrovavano di sera sulle panche fuori dalla Lamia, per cantare e suonare o quando nelle nottate più fresche dormivano tutti insieme suoi pagliericci stesi a terra, ho davvero capito il significato del rapporto diretto con la terra in tutti gli atti del vivere quotidiano. Da qui la scelta di eliminare i letti e i mobili dalla casa e di recuperare il contatto fisico con il terreno.

Il progetto ha sempre cercato di svelare il genius loci, di visualizzarlo, conservando intatta la patina del tempo all’esterno e lavorando per contrasti armoniosi all’interno. Per rendere uniformi le superfici della casa ho usato malta cementizia per i pavimenti, le pareti del guardaroba e del bagno e un intonaco a base di calce e sabbione di tufo per le pareti interne originali. La malta, una massa liquida colata all’interno, lega i differenti volumi come una pelle neutra ed omogenea rendendo evidente e riconoscibile il nuovo intervento. Le altre scelte sono dettate dalla voglia di contaminare l’atmosfera rurale con l’utilizzo di materiali oggetti e colori di stile metropolitano. Amo mescolare superfici fredde come l’acciaio con la pietra e il tessuto, oggetti di design con opere di artigianato locale. Normalmente, nel mio lavoro di architetto, la fase progettuale anticipa quella esecutiva, rimanendone distinta, in Salento le attività intellettuale e manuale si sono intrecciate e influenzate a vicenda. Man mano che i lavori avanzavano riconsideravo le scelte fatte e correggevo il tiro. E non potevo fare altrimenti, quando per collegare gli ambienti interni abbiamo scavato vere e proprie gallerie nella spessa muratura, ignoravo in che punto preciso saremmo usciti dall’altra parte”.


di Rosaria Zucconi / 3 Febbraio 2014

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