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Luce, business e creatività

Tecnologie digitali e interattive: come cambia il mondo dell'illuminazione. Intervista a Piero Gandini, Ceo di Flos

Nel campo della luce Flos ha un passato brillante, un presente interessante e un futuro promettente. Se dovesse raccontarne la storia per tappe fondamentali cosa direbbe?
Che esiste un filo conduttore che corrisponde a un impegno culturale preciso: quello di intendere il design come avanguardia. È l’aspetto che ha caratterizzato Flos fin dall'inizio e che - nel corso del tempo - ha accompagnato le vicende storiche dell'azienda. A partire da quando era una piccola realtà del bresciano fondata sul segno tracciante di due soli designer: i fratelli Castiglioni e Tobia Scarpa. Con loro Flos ha costruito una matrice precisa, identificabile con un linguaggio progettuale specifico basato sulla sperimentazione e sulla ricerca. Del resto quella della Flos è stata, ed è, un’avventura culturale più che puramente commerciale, nonostante lo spirito imprenditoriale sia sempre stato fondamentale. Penso ad esempio a quando, nei primi anni ‘70, Flos ha intrapreso strade solitamente non praticate dalle piccole imprese combinando senso degli affari e visione creativa. Nonostante fosse un'azienda minuscola, decise di aprire una filiale all'estero invece di cercare un importatore o un distributore, investendo su quello che allora era il mercato più promettente: la Germania. Poco dopo arrivò l’acquisizione di Arteluce, azienda fondata da Gino Sarfati che, dopo un primo momento difficile, viene trasformata e utilizzata per nuovi modelli di business. Poi, naturalmente, la storia è andata avanti: i tempi sono cambiati e anche le generazioni. Quando sono arrivato io le stesse cose sono state fatte secondo un punto di vista che rispondeva alle esigenze di quegli anni. Ho continuato a pensare che l’azienda dovesse svilupparsi sia dal lato progettuale, coinvolgendo quelli che allora erano i giovani talenti, sia promuovendo e aumentando l’internazionalizzazione. Anziché avere tanti marchi ho preferito averne uno solo, credendo in una crescita esponenziale che poteva essere accelerata attraverso la collaborazione con più mani, più progettisti, più segni. Senza riconoscere nella coerenza o nell'omogeneità del catalogo un valore, cercando piuttosto in designer tanto diversi come Jasper Morrison o Marcel Wanders l'espressione del massimo talento. Contemporaneamente ho iniziato ad investire in quella che oggi è la seconda linea di business di Flos cioè la parte professionale, che abbiamo interpretato a nostro modo, sempre con un'attenzione speciale per il design, cosnsapevoli che da questo punto di vista il mercato della luce, soprattutto per ragioni che riguardano la tecnologia, ha subito grandi cambiamenti rispetto a quando Flos è nata ed è diventata famosa grazie alle lampade d'autore. Personalmente non credo che, in futuro, questo modo di interpretare il presente cambierà. Come azienda di design siamo passati da un momento quasi pionieristico - quello degli anni ’60 e ’70 - al primo grande consolidamento coinciso con gli anni ’80 approdando ai successi degli anni 2000 dove è stato compiuto un grande salto. Ora è tempo di nuove sfide: la tecnologia della luce sta cambiando e il mondo anche. Flos dovrà adattarsi senza perdere la propria vocazione per il progetto e l’innovazione. Così resterà sempre Flos. Non è una questione di marketing ma di avanguardia culturale. Se Flos sarà capace di mantenersi su questa strada, come ha fatto sinora, resterà quello che è. Dovrà altrettanto mantenere una linea di interpretazione imprenditoriale orientata alla crescita, adatta a quelle che sono le nuove dinamiche. Sono convinto che, sotto questo aspetto, Flos sarà sempre riconoscibile. Certo cambieranno alcuni aspetti, è inevitabile, ma lì sarà il nostro talento e quello delle persone con cui collaboriamo a fare la differenza. Del resto non riesco a pensare ad una Flos che non sia, sempre, visionaria.

Lavorare con il tema della luce, negli ultimi anni, ha significato - più che in altri campi del design - entrare a contatto con una evoluzione che è stata una vera rivoluzione. Dopo l’impatto del primo momento, relativo alle nascita delle nuove sorgenti luminose e alle normative relative al risparmio energetico, il grande cambiamento è stato metabolizzato o siamo ancora in una fase di orientamento?
Si tratta di aspetti diversi: un conto è quanto le aziende abbiano metabolizzato il cambiamento, altro è quanto la tecnologia abbia realmente raggiunto una fase di maturità. Secondo me, oggi, la vera differenza non la fa la questione della sorgente luminosa la cui evoluzione, o trasformazione, è ciclica. Già in passato abbiamo visto il succedersi di nuove fonti: le alogene negli anni ’80, le fluorescenze compatte e così via. Il fatto che adesso abbiamo il led, che consuma molto meno, sicuramente rappresenta un ulteriore passo in avanti ma il vero salto è rappresentato dal fatto di  lavorare con un microconduttore, un microchip, mentre prima ci si basava su un filamento passivo. Sotto questo aspetto è stato esplorato davvero pochissimo: un po’ perché la tecnologia non è del tutto affinata un po’ perché molte aziende della luce, che sono abituate alla tecnologia passiva, non hanno ad tuttora la capacità di sfruttare il potenziale della novità: il fatto di trovarsi in un ambiente digitale interattivo. Certo la situazione cambierà velocemente, però non saprei dire quante delle attuali aziende di illuminazione avranno non dico il know how ma la capacità di interpretare la rivoluzione tecnologica che a breve andrà cavalcata per forza. Magri lo faranno gruppi imprenditoriali che con la luce non hanno avuto niente a che fare fino ad ora.  Lo scopriremo.

Quanto è importante, alla luce delle nuove tecnologie e del passaggio dall'elettricità all'elettronica, aggiornare i cataloghi storici delle aziende adeguandoli ad esempio ai LED?
Il tema si può affrontare da due punti di vista. Se lo si guarda in maniera purista, direi quasi integralista, si potrebbe temere che la lampada originale possa essere snaturata nella sua essenza. È vero solo in parte, d'altro canto non bisogna esagerare con questo atteggiamento altrimenti si finirebbe per eliminare dalla produzione moltissime lampade attualmente in catalogo. Diversamente, rispettandone l'identità, le si può adeguare alle nuove fonti assicurando loro una continuità. Alcune lo meritano particolarmente, altre meno…. Naturalmente si può scegliere di non farlo ma a me sembra un processo naturale.

Il secondo corso di Flos ha visto la collaborazione dell'azienda con designer diversi, tutti dalla forte personalità. Come si fa a conciliare la visione imprenditoriale precisa con il segno dei grandi progettisti?
L’importante è che dietro una spiccata personalità ci sia il talento. È allora che il carattere diventa un plus e non un limite. Se si hanno grande capacita, e un segno forte, e si condivide la propria progettualità con l’azienda, il processo di creazione  diventa interessante. Per me addirittura divertente. È appassionante confrontarsi con persone ctanto dotate. Se per parlare di un progetto devo incontrare Jasper Morrison, Philippe Starck o Patricia Urquiola so che sarà una giornata carica di stimoli e spunti.

Dietro le collezioni Flos si intravede sempre la filosofia dell’azienda. Come si ottiene una simile affermazione di identità?
Cerchiamo di rintracciare un minimo comune denominatore. Non tutte le aziende lo fanno, non so perché. Noi cerchiamo di seguire un filo conduttore logico, di dare  equilibrio al catalogo attraverso  un rapporto proporzionato tra le varie tipologie. Allo stesso tempo c'è molto buon senso, unito ad una dose di pragmatismo evidente anche nei progetti più sperimentali e d'avanguardia. È nel nostro Dna: se si guarda alla storia di Flos dal 1962 ad oggi, non esistono prodotti apprezzati solo perchè belli. Dietro ogni collezione è sempre riscontrabile un motivo forte, un’idea che giustifica lo sforzo della messa in produzione. Può essere di tipo sociale, funzionale o illuminotecnico ma c’è sempre. Faccio un esempio: quando abbiamo prodotto Arco di Castiglioni abbiamo rivoluzionato il mondo, eppure se ripenso a Chiara, l’unica lampada disegnata per noi da Mario Bellini negli anni '60,  dietro quello che potrebbe sembrare un esercizio formale si rintracciano ancora oggi una certa cultura ed un conteso. Miss Sissi, invece, è nata perché a un certo punto ci è sembrato che il design stesse esagerando. È stato come un messaggio, un modo per dire semplifichiamo  puntando - da veri pionieri -  sull’emozione e  sui bassi costi.  Passando in rassegna  tutti i nostri prodotti c’è sempre un motivo reale per cui sono nati. Credo sia una delle caratteristiche di Flos.

A proposito di costi, oggi il mercato sembra diviso in due estremi il low cost  e il settore del lusso. Come ne è coinvolto il mondo del design?
Il fenomeno esiste solo se si guardano i grandi numeri e il design italiano non fa parte dei big numbers, rappresenta piuttosto un nicchia della nicchia. Non credo neppure - come molti all'estero pensano - che rientri nel settore del lusso. Basta fare dei confronti: i nostri prodotti tendono ad essere mediamente cari perché rispettano alti standard di qualità ma paragonati ai mobili su misura, o a certi divani e arredi di produzione francese, risultano persino  meno costosi. Le lampade di Flos, se escludiamo alcuni pezzi da 7.000 euro, hanno un prezzo medio di listino di 400 euro e l'azienda continua a crescere. Come ci posizioniamo sul mercato? Siamo alti. A livello di idee. È questo il punto: il design italiano si è sempre posizionato così. È un mercato di pregio, fatto soprattutto di creatività applicata. Il suo limite è il livello di marketing. Distribuire il design italiano vuol dire vendere idee e le idee sono certamente il futuro di Flos. Le idee ben pensate e ben fatte piacciono sempre.

Un altro aspetto che caratterizza il mercato è la richiesta di prodotti custom made da parte di clienti sempre più esigenti e architetti che lavorano per committenze internazionali. È un fenomeno che sta investendo anche il mondo dell’illuminazione?
Flos si occupa di illuminazione a 360°. Fa questo da sempre. Alla produzione seriale  affianca un settore dedicato ai progetti su misura. Grazie anche al segmento illuminotecnico spagnolo,  che permette l’adattamento del prodotto alle diverse esigenze. Si tratta di un plus che oggi diventa necessità nel confronto sempre più frequente con i grandi clienti seriali. In questo, storicamente, gli italiani sono maestri: hanno una tradizione rinomata, racchiusa spesso in una  struttura aziendale medio piccola a carattere flessibile. È la cifra del Made in Italy: aziende quasi tutte product oriented , in grado di convertire il prodotto su richiesta. L’unico limite della dimensione agile  può essere geografico. La mancanza di strutture internazionali può penalizzare l’approccio con mercati emergenti magari particolarmente lontani.

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