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Le luci e gli arredi di FontanaArte: un catalogo di icone

L'azienda milanese oggi come ieri ha crea e produce lampade e oggetti che segnano la soria del disegno industriale internazionale

Gran parte delle luci e degli arredi firmati FontanaArte sono pietre miliari della storia del design. Sembrano fatti per non invecchiare. Sono infatti numerosi quelli ancora a catalogo, che con incisività estetica raccontano il tempo, pur restando attuali. Il primo è datato 1931. È la metafisica Bilia: niente più che una sfera poggiata, in apparente impossibile equilibrio, su un cono che fa da base. Una delle tante magie compositive di Gio Ponti. L’ultimo, deve ancora essere sfornato. Perché la produzione procede nello stesso solco di un linguaggio sobrio, ma d’autore, in cui ogni segno è lì per dar forza e significato agli altri, in una continua e costante interconnessione.

Prima ancora di essere lampade – a sospensione, applique, parete, da tavolo, da terra – quelle di FontanaArte sono il pensiero in forma di lampade e, per questo, icone o apripista. È il caso di Luminator, prima lampada alogena a luce indiretta creata nel 1932. Grande la sperimentazione sui materiali: vetro, metallo policarbonato. Altrettanta l'inventiva, come testimoniano Fontana di Max Ingrand del 1954 - divenuta un simbolo - Pirellone di Gio Ponti del 1967 o Giova di Gae Aulenti, del 1964: una lampada-vaso che vive nella bellezza più pura. O la surrealista Mano di Pietro Chiesa, datata 1932, ma imbattuta nella sfida con i decenni a seguire o, ancora, l’intersezione architettonica di cinque tubi di vetro borosilicato che formano la base di Ashanghai di Max Ingrand: regge il confronto con qualsiasi ambiente dal 1955.

Per non parlare di Globo di Luce di Roberto Menghi, del 1968, una sfera di vetro soffiato che la finitura cromo e rame rende un evergreen, come lo sono, ognuna per una propria ragione, Bruco (Vico Magistretti, 2003), Flûte(Franco Raggi, 1999), Daruma (Sergio Asti, 1968), Parola (Aulenti/Castiglioni, 1980) e Uovo (Historical Archive, 1972). E, ancora, Aurea, concepita dalla mente eclettica di Denis Santachiara nel 2005 che nasconde la sorgente luminosa di nuova generazione, e rende perfettibile il gioco impossibile con l’archetipo del paralume a tronco di cono.

E come qualsiasi elenco, questa panoramica risulterebbe incompleta, se escludessimo l’imprinting industriale di Naska, Pirellone, Pudding o il minimalismo di Nobi, Luminator, Sillaba, Scintilla e Velo. O se non tenessimo conto di tutti gli arredi, generati dall’uso lineare della lastra di vetro, di cui il Tavolo con Ruote di Gae Aulenti, rappresenta un apice espressivo irraggiungibile, uguagliato solo da Tour, concepito dalla stessa designer. E la Teso collection, di Renzo Piano, rappresenta una soluzione squisitamente architettonica per l’interior. Tutti appaiono, nel dovuto rapporto di scala ed estetico, come generati da un altro capostipite, la lampada 0024 di Gio Ponti: una sfera disegnata proprio con la studiata interpunzione di lastre di vetro. Un incipit ancora lontano dal trovare il suo epilogo.

www.fontanaarte.com

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