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Elle Decor Italia

Abiti da lavoro

La nuova mostra della Triennale di Milano raccontata dall’Atelier Biagetti

Dimmi come ti vesti e ti dirò che lavoro fai. La Triennale torna a parlare di moda, e lo fa con un’esposizione di grande interesse, dedicata agli abiti da lavoro. 40 creativi del tutto diversi tra loro (da Nacho Carbonell a Vivienne Westwood, Faye Toogood e Antonio Marras), presentano altrettante divise utopiche per parlare di un argomento fondamentale: il lavoro.

Ne abbiamo parlato con l’Atelier Biagetti, che ha curato l’allestimento della mostra.

Da dove arriva il vostro coinvolgimento in questo progetto?
Ci ha chiamato il curatore, Alessandro Guerriero, chiedendoci di creare la giusta scenografia per gli abiti, realizzati da autori molto diversi tra loro. Ci piace pensare di aver lavorato a un set, come quelli del cinema e del teatro. All’inizio abbiamo visto i pezzi solo su disegno, poi sono arrivati i campioni e le prime realizzazioni. E abbiamo iniziato a pensare all’allestimento che avremmo voluto, molto semplice.

Semplice, eppure molto coinvolgente.
Sì, perché ricorda a una mostra di oggetti d’arte ma con un contrappunto molto forte: sembra una boutique estrema, radicale. L’appenderia d’oro, sovradimensionata e simbolica, attraversa tutte le sale della Triennale e presenta gli abiti, che rimangono sospesi. I visitatori, con il loro movimento, favoriscono l’oscillazione dei pezzi che prendono vita. Diventano più vicini e accessibili.

Perché avete scelto l’oro, come colore dominante dell’allestimento?
Abbiamo voluto dare una certa pesantezza, che restituisse l’importanza e anche la violenza dell’argomento trattato. Una dimensione forte dell’intervento, per accompagnare un progetto rilevante. Il lavoro è una cosa seria, anche se i vestiti esposti sono destinati a cacciatori di sogni o pornografi casti. Un approccio diverso rispetto a quello cui siamo abituati.

Altra scelta importante: la mancanza di didascalie.
Abbiamo lottato per non mettere etichette agli abiti. Siamo troppo abituati a guardare gli oggetti concentrandoci sul loro autore, che così diventa più importante dell’opera stessa. In mostra c’è una mappa che permette di recuperare i dati dei pezzi esposti, come in un gioco. Ma l’attenzione deve essere tutta per i vestiti, che i visitatori devono osservare singolarmente. E poi è stata anche una questione estetica: l’etichetta di un vestito di solito ne riporta il prezzo. Avrebbe interrotto il sistema che abbiamo immaginato.

Avete un abito preferito?
Faye Toogood ha fatto un pezzo straordinario: Workers of the World Unite. Ha rappresentato tutti i lavori del mondo, messi in fila: dal pittore al lattaio, dall’idraulico al fabbro. Tutti i mestieri sono uguali e faticosi, in bilico tra creatività e difficoltà. Abbiamo deciso insieme a lei di esporre solo 14 abiti, dei 40 realizzati. In diverse occasioni ci siamo confrontati con gli autori per stabilire quale fosse l’allestimento migliore per valorizzare l’opera.

Non mancate l’occasione – fino al 31 agosto - di calarvi nei panni di questi 40 lavoratori ideali. Risulterà particolarmente facile immaginare corpi che riempiono queste divise fluttuanti per impossessarsi di occupazioni sognate, sofferte, agognate o ancora tutte da inventare. 
Accompagna l’esposizione il catalogo bilingue, raffinato e necessario, Workwear di Silvana Editore, progetto grafico di Frank Studio.


di Annalisa Rosso / 27 Giugno 2014

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