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Biennale di Venezia

La 55° esposiz​ione Internazio​nale d'Arte

Nel 1955, l'artista italo-americano Marino Auriti depositava presso l’ufficio brevetti statunitense un'idea rivoluzionaria: il Palazzo Enciclopedico, un museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità, collezionando le più grandi scoperte del genere umano, dalla ruota al satellite. Palazzo Enciclopedico è oggi il titolo/tema della 55a edizione della Biennale d'arte di Venezia scelto dal curatore, Massimiliano Gioni. La mostra internazionale comprende 88 paesi di cui 10 presenti per la prima volta: Angola, Bahamas, Regno del Bahrain, Repubblica della Costa d’Avorio, Repubblica del Kosovo, Kuwait, Maldive, Paraguay, Tuvalu e il Vaticano. Aperta fino al 24/11/2013 negli spazi dell'Arsenale e dei Giardini, ha come corollario 48 eventi collaterali che, promossi da enti e istituzioni nazionali e internazionali senza fini di lucro, sono organizzati in numerose sedi e location, spesso inedite, in Laguna.

Una Biennale d’arte come un museo “perché lì vivono anche oggetti che arte non sono”. Massimiliano Gioni, curatore della 55a edizione, ne racconta i contenuti

Tra l’immagine e l’immaginazione non ha dubbi: “Scelgo l’immaginazione”.
E l’arte dove sta?
“Non importa dove, importa cosa fa: non deve lasciarti mai tranquillo”. Massimiliano Gioni ha 39 anni ed è il più giovane curatore della Biennale. Che non sarà tranquilla perché sarà capovolta. Invece dei giovani ci saranno i vecchi. Anche i morti. Outsider al posto dei professionisti, gente che sta ai margini, vite e non opere, un museo più che una mostra. Come un fondaco veneziano, dove si accumulano testimonianze di ossessioni inseguite senza sosta e follie cosmologiche di infiniti sognatori che non hanno mai trovato un lavoro che non fosse segreto e non pagato.
Perché?
“Già, perché? Forse per la ragione che una mostra muore se mette un artista in ogni stanza, se non scappa via dall’equazione prezzo uguale qualità, se non dimentica il mercato. O perché a me piace perdermi nel tutto”. Così sarà la Biennale di Gioni. Un desiderio di comprendere il senso di ogni cosa ma lontano dal potere delle immagini.
Perché la Biennale si chiama Il Palazzo Enciclopedico?
Mi sono ispirato a un artista autodidatta, Marino Auriti. Un italoamericano che ha passato la vita a progettare un monumento che contenesse tutto lo scibile umano. Doveva essere grande 136 piani e sorgere a Washington. Ma ne ha fatto solo un modellino. Perché, come diceva Platone, “nulla è più dolce che sapere tutto”.
Un ambizioso...
L’alter ego del curatore.
Perché solo oggi una Biennale così?
Gli anni Novanta sono lontani. Basta festival. Io cerco l’eccentrico, amo gli infiniti riferimenti all’origine delle cose. Anche quello che non è arte. Forse perché oggi l’arte da sola non ha più senso. Oppure perché più siamo inseriti nel coacervo dell’informazione e della conoscenza, più in realtà sentiamo di essere ignoranti.
Come se la realtà fosse nella finzione...
O nell’ossessione. In mostra ci saranno vite passate nel cercare un particolare. Oggetti accumulati da uomini e donne apparentemente perdenti.
Come...
Come Aleister Crowley, occultista. O Friedrich Schröder-Sonnenstern e i suoi drawings, o Ron Nagle che faceva ceramiche nel dormiveglia. Disegni melanesiani accanto all’orgoglioso isolamento di Marisa Merz, la fuga nel privato di Geta Bratescu via da Ceausescu. Sciamani e naturalisti. Rudolf Steiner e le bambole di Morton Bartlett, ossessioni erotiche ritrovate sotto il suo letto dopo la morte. Carl Andre, Walter Pichler che scappa in campagna dopo aver fatto architettura radicale.
Poi anche i quadri?
Anche troppi. Ma a me piacciono le situazioni visionarie. Gente che se ne va dal conformismo, che prova operazioni asimmetriche. Ma che si può fare anche con la fotografia digitale. Come le stampate ossessive di Channa Horwitz. E Yuri Ancarani che mette la tv nel corpo umano. Ho poi chiesto a Cindy Sherman di aiutarmi a curare una sua mostra dentro la mia. Anche lei è una vita più che un’opera. Una vita a rincorrere se stessa.
Una Biennale-museo?
Il museo è una macchina dove si cerca il vero ma attraverso quella macchina si può creare la finzione. Ma penso al museo perché lì vivono anche oggetti che arte non sono.
E il gusto, l’estetica?
Picasso diceva: il gusto è una questione da gelatai. E poi il gusto vuole la calma. E la differenza è che le istituzioni possono raccontarcelo, ma la Biennale è una cosa che vive di scatti.
E questo dove ci porterà?
Lontano dal mercato. Magari dai mercati. Forse è nato un nuovo surrealismo. O ancora verso una libertà nuova dove ognuno può trovare nell’accumulo ciò che cercava.

Ecco i vincitori dei premi ufficiali selezionati dalla giuria presieduta da Jessica Morgan (Gran Bretagna) e composta da Sofía Hernández Chong Cuy (Messico), Francesco Manacorda (Italia), Bisi Silva (Nigeria) e Ali Subotnick (Stati Uniti):

1. Leone d’oro per la migliore Partecipazione nazionale all’Angola: Luanda, Encyclopedic City (artista: Edson Chagas)
2. Leone d’oro per il miglior artista della mostra Il Palazzo Enciclopedico a Tino Sehgal (Londra, 1976) al Padiglione Centrale dei Giardini
3. Leone d’argento per un promettente giovane artista della mostra Il Palazzo Enciclopedico a Camille Henrot
4. Leone d'oro alla carriera a Maria Lassnig e Marisa Merz


di Eugenio Cirmi, intervista di Paolo Campostrini / 4 Giugno 2013

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