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Dubai: Downtown Design

Intervista a Cristina Romelli Gervasoni, direttrice della seconda edizione della fiera dell'emirato arabo. Per parlare con ottimismo del futuro del design

Ai piedi del vertiginoso Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo sorto in poco più di 4 anni nel cuore della città di Dubai, si è appena conclusa la seconda edizione della fiera di Downtown Design. I numeri sono promettenti: i visitatori sono cresciuti del 40% e gli espositori del 20%. Merito di una forte selezione (i brand presenti sono una cinquantina, tutti di altissimo livello), che punta a educare il vasto pubblico mediorientale al valore del buon design. Tantissimi gli italiani presenti, impegnati anche nel ricco programma di talk (Mario Bellini, Claudio Luti e Giovanna Castiglioni, solo per fare qualche nome).

Lontani dagli scenari occidentali che ben conosciamo, ci ha colpito l’attenzione e la positività rivolta a questioni anche complesse legate al tema del design. Ne abbiamo parlato con Cristina Romelli Gervasoni che per la seconda volta è direttrice di questa fiera a Dubai.

Avete iniziato l’anno scorso con Downtown Design. Qual è stata la prima impressione?
L’anno scorso la fiera era più piccola, avevamo meno espositori. Ma il feedback è stato positivo e in molti sono tornati per questa edizione. Qui le cose vengono captate rapidamente e c’è una grande possibilità di crescita. Non ci sono tanti showroom qui e le persone del posto, a volte anche architetti, non hanno mai visto certi prodotti se non al computer. Questo vale anche per progetti molto grandi. Il fatto di avere una fiera di questo genere dà l’opportunità di vedere e provare direttamente i pezzi, e capire cosa intendiamo quando parliamo di design originale.

Come interpreti le diverse presenze internazionali qui?
Sia tra gli espositori che tra i visitatori ci sono tanti italiani. Soprattutto in vista di Expo 2020, che si terrà qui, e ci lega ulteriormente all’Italia. Ma questo è un mercato che attrae tutti, è in evoluzione e in crescita. Inaugurerà a breve anche un nuovo grande distretto interamente dedicato al design. Come fiera, abbiamo cercato di far capire che esistono dei centri importanti di produzione: l’Italia ma anche la Scandinavia, il Giappone, ecc. Abbiamo cercato di tracciare una mappa.

E quali sono le difficoltà che hai riscontrato?
Questo è un paese nuovo, esiste da 20 anni e non ci si può aspettare che ci sia una grande educazione su queste tematiche. In questo senso è necessario lavorare tutto l’anno sull’aspetto formativo. E la fiera è molto importante. Le aziende hanno capito che è necessario investire perché non è facile fare business qui, appena arrivati. Bisogna impegnarsi in un processo che richiede uno sforzo, prima di approcciarsi a questo mercato.

Ma tu come sei arrivata a Dubai?
Abitavo a Milano, avevo vissuto per tanti anni all’estero e avevo voglia di un cambiamento. All’epoca Dubai non era la mia destinazione. Ci sono capitata per caso in vacanza, mi sono innamorata del posto e sono tornata a viverci dopo 3 mesi. Quando sei qui ti accorgi che questo è un paese meraviglioso. Le persone ti dedicano del tempo, c’è una visione e si possono fare tante cose.

E come ti sei avvicinata al mondo del design, dopo esperienze con gruppi come Saatchi & Saatchi e Bulgari?
Penso di non aver mai mancato un Salone del Mobile, un Maison & Objet. In realtà sono letteralmente cresciuta in mezzo a questo ambiente. Mia mamma era una grande appassionata e tutta casa nostra era legata al design. Mi ricordo ancora quando a 4 anni sono andata con mia madre a comprare la Eames Lounge Chair per lo studio di mio padre, per il suo compleanno, e non ci stava in macchina. Una questione di DNA italiano.

Info:
www.downtowndesign.com


di Annalisa Rosso / 6 Novembre 2014

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