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Elle Decor Italia

Gourmet al museo

Chef, location mozzafiato e design

Chef stellati. Location mozzafiato. Interni di design. Pinacoteche e gallerie hanno ristoranti sempre migliori. In queste pagine una selezione dei più nuovi. Perché non si vive di sola arte.

È il 1817 e un grande scrittore francese sta facendo il Grand Tour, viaggiando per l’Italia a caccia di emozioni d’arte e di bellezza. Così annota da Firenze: “Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”. Lo scrittore è Stendhal, e lo stordimento descritto la sindrome a cui lui ha regalato il nome. Erano altri tempi, si andava per musei per entrare in comunione con il Genio. L’emozione faceva parte del pacchetto. Oggi, come si sa, le cose sono un po’ cambiate. Si va al Louvre per dire di esserci stati, per fare l’esperienza-Louvre: che non è solo la Gioconda o la Nike di Samotracia, ma inizia già dalla stazione del métro. Un’esperienza in cui entrano libri e souvenir, ma anche il cibo. Proprio l’offerta di ristorazione nei sacrari dell’arte negli ultimi anni è cambiata in modo sorpredente. Per quantità, ma anche per qualità. Esempio clamoroso: The Modern, il ristorante del MoMA di New York, ha una stella Michelin. Altro che tramezzini. Ma cosa è successo? Fa tutto parte del concetto museo-esperienza: la visita diventa sempre più lunga, articolata, e comprende momenti diversi. Come, appunto, quello dedicato al cibo. E l’offerta dei servizi viene adeguata al contesto, o almeno ci si prova: se siamo orgogliosi dei nostri capolavori, perché non esserlo anche dei nostri panini? Il Metropolitan, sempre a New York, è memorabile tanto per il Tempio di Dendur e per i suoi Picasso quanto per la qualità impeccabile del cibo servito nei suoi ristoranti. Da quello elegante al self service. Del resto un locale che funziona può essere una fonte di introiti per il museo stesso: alla Tate Modern, a Londra, tengono a precisare che il conto che si paga ai vari punti ristoro serve (anche) a sovvenzionare programmi di sostegno all’arte e acquisizioni. Trasparenza ammirevole: il pubblico capisce, ringrazia, e paga più volentieri. Certo, spesso i prezzi non sono bassi. Ma comunque abbordabili se si prendono in considerazioni fattori come la location: al Musée d’Orsay di Parigi si pranza in un salone dalle finestre immense, con stucchi, affreschi, lampadari di cristallo. A Londra, alla National Portrait Gallery, si prende il tè all’ultimo piano con vista su Trafalgar Square. Non esattamente il baretto all’angolo. Stanno al passo, e con molta grinta, anche le istituzioni dedicate al contemporaneo. Tokyo Eat, all’interno del parigino Palais de Tokyo ma aperto anche a chi non ha il biglietto del museo, è un posto favoloso dove andare anche per la cena (è aperto fino all’una di notte) e frequentato da una fauna variopinta e molto, molto alla moda. Ed è questa la sorpresa: il pubblico di questi posti è, spesso, quanto di più lontano dal turista affranto da overdose d’arte si possa immaginare. Specialmente se il locale in questione può contare su un ingresso indipendente, o comunque accessibile senza pagare un biglietto d’ingresso. È il caso del Wright, ristorante del Guggenheim Museum di New York, inaugurato a dicembre dello scorso anno e già pieno di premi per il décor innovativo (firmato dall’architetto Andra Kikoski). O del Georges, piazzato in cima al Centre Pompidou a Parigi, un posto dove il glamour è a livelli stellari: si accede costeggiando uno specchio d’acqua a cielo aperto, e una volta dentro sembra di essere in un film di fantascienza, con un pavimento in acciaio che si solleva in bolle/grotte dall’interno colorato (il progetto è dello studio Jakob+MacFarlane) e pareti tutte di vetro su un panorama mozzafiato. Insomma, andar per capolavori può ancora dare il capogiro. Ma certo non per la fame.


di Lea Anouchinsky e Ruben Modigliani / 6 Ottobre 2010

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