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Elle Decor Italia

Interni di case con mostra

Alla scoperta delle abitazioni private che ospitano esposizioni d’arte

Aprire le porte di casa per ospitare mostre d’arte contemporanea è una pratica più diffusa di quanto si immagini. Sistematicamente o solo in occasioni speciali, in Italia gli appartamenti si trasformano in spazi espositivi atipici fin dagli Anni 70. Ne abbiamo parlato con Federica Boràgina e Giulia Brivio, curatrici del bel volume Interno domestico - Mostre in appartamento 1972 – 2013 (Fortino Editions), che indaga questo fenomeno singolare.

Cosa spinge una persona a ospitare un’esposizione in casa propria?
Le motivazioni sono tante: il destino di un incontro casuale, la curiosità di assistere in prima persona al processo creativo di un artista, oppure - se l’artista è anche il padrone di casa - la voglia di mettersi alla prova prima di confrontarsi con il mondo delle gallerie d’arte. È anche una scelta di vita. Elisa Del Prete ha aperto la sua casa di Bologna, Nosadella.Due, a mostre e residenze d’artista fin dagli Anni 90, e il suo privato è diventato pubblico.

Perché le mostre d’arte contemporanea sono arrivate negli appartamenti?
Per decostruire il rapporto fra opera e fruitore e creare un contatto ravvicinato abbandonando i ruoli del sistema dell’arte. È il ritorno al grado zero dell’esperienza dell’arte, che pone in primo piano l’opera e l’osservatore.

Che rapporto si crea tra il padrone di casa, l’artista e i visitatori?
Nel libro Lia Luchetti analizza le particolarità dei rapporti sociali all’interno dello spazio domestico, diverso da quello del museo o della galleria a cui siamo abituati. La casa offre un’atmosfera familiare, e l’incontro tra ospiti e artisti entra in gioco nella realizzazione dell’opera.

E l’artista come si relaziona alla casa e ai suoi arredi?
La memoria dello spazio domestico è uno degli elementi che più affascina gli artisti. La camera da letto della nonna, il tavolo da pranzo dove la famiglia si ritrova ogni giorno o le finestre che si affacciano sulla città. Anche la porta di casa è stata oggetto di interventi artistici, come un invito a bussare o un profumo emanato fuori dall’uscio per catturare l’attenzione ‘olfattiva’ dei visitatori. È accaduto a STAProject a Firenze.

Quali case si prestano a questo tipo di esperienza?
Siamo entrate nelle case più diverse: stanze romane di studenti fuori sede, eleganti appartamenti senesi dai soffitti affrescati, loft newyorchesi e monolocali parigini. Ogni casa è una sfida per l'artista.

Un episodio chiave?
L'esposizione 7 opere di Luca Scarabelli soggiornano nella casa di Sergio Breviario (questa non è un’altra fottuta galleria) ci ha coinvolto personalmente e ci ha spinto a intraprendere il lavoro di ricerca. C’erano opere riconoscibili e interventi segreti fra cui, ad esempio, il capovolgimento di tutti i libri presenti nella libreria. L’atmosfera era piacevole, informale, coinvolgeva otto ospiti più i padroni di casa e le chiacchiere intorno all’arte hanno trovato una fluidità sconosciuta nelle situazioni consuete (seduti a terra, mangiando tiramisù).

Esistono precedenti celebri. Da De Chirico a Hans Ulrich Obrist. Si tratta solo del desiderio di sostituirsi a realtà insoddisfacenti o c’è qualcosa di più?
La mancanza di istituzioni per l’arte contemporanea o il desiderio di autonomia sono motivi che hanno portato alla diffusione di questo fenomeno, ma non solo. Così come non si tratta di scelte dettate dalla crisi economica. L’ambiente domestico è ricco di interferenze, di pieghe di realtà nelle quali le opere possono trovare una vita diversa da quella possibile sulle pareti bianche di una galleria o di un museo, e questo stimola gli artisti e incuriosisce i visitatori.

Come mai queste esperienze, in genere, si basano sulla memoria personale?
Perché nascono per sfuggire all’istituzionalizzazione, rifuggono la documentazione fotografica e il più delle volte non sono nemmeno accompagnate da un comunicato stampa. Addirittura durano solamente poche ore. Rimane il ricordo e l’inizio di un discorso sull’arte che artisti e curatori sperano prosegua anche dopo che le porte di casa si sono chiuse.

Nel libro presentate mostre che vanno dal 1972 al 2013. Qualcosa è cambiato?  
Le mostre domestiche assumono le forme più svariate e non è tanto la storia quanto la geografia a renderle diverse e a poter condizionare il loro futuro. Nell’Est Europa e in Cina sono state vie di fuga dalla censura delle dittature, nei paesi anglosassoni sono incentivate da una forte tradizione del DIY.

È vero che è una tendenza sempre più diffusa in Italia? Se sì, dove?
Le grandi città - Milano, Firenze, Venezia, Bologna - sono quelle che hanno aperto più porte di casa, ma anche cascine disperse sull’Appennino come Sponge Arte Contemporanea. Recentemente anche la Sicilia e la Sardegna, ad esempio la GiuseppeFrau Gallery nel Sulcis, stanno diventando estremamente propositive, soprattutto per la mancanza di istituzioni.

La dimensione privata può portare a un’esclusione dei visitatori?
È il contrario: nelle case l’arte riesce ad avvicinarsi a un pubblico eterogeneo, fatto di amici, passanti, vicini. Spesso è la curiosità di sbirciare nel privato a incentivare la visita, e a far incontrare l’arte tra le pentole della cucina e le saponette sul lavandino del bagno.

Qual è il valore di Interno domestico?
Non permettere che il tempo cancelli ogni traccia delle mostre in spazi domestici. La nostra intenzione è stata quella di scovare i casi più significativi per aprire un dibattito, stimolare la curiosità dei lettori. Durante le presentazioni abbiamo incontrato artisti e curatori che ci hanno raccontato di esposizioni che non conoscevamo e per noi è stato un grande successo. Siamo riuscite ad attivare un dialogo, uno scambio. Non potevamo sperare di meglio!


di Annalisa Rosso / 18 Luglio 2014

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