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Issey Miyake e la luce

Texture e 3D

Dalle ricerche dello stilista giapponese sulle potenzialità 3D del tessuto nasce una collezione matematico-poetica di lampade. Scultoree, emozionanti, ecofriendly. E disegnate – paradosso creativo – da sfumature d’ombra

Leggerezza immateriale è la prima definizione che viene in mente per queste lampade. ma è una leggerezza reale, visto che si tratta di tessuti bianchi derivati da bottiglie di pet che fanno da diffusori, privi di struttura, levitanti nell’aria. possiamo riporli, dimenticarcene, e poi riutilizzarli. luci da viaggio, lanterne, giochi tridimensionali di luce e di ombre, sono altre associazioni possibili. “È una funzionalità spinta al limite, solo in apparenza fatta di poco, che ha richiesto un assoluto controllo degli aspetti tecnici”, spiega con fierezza imprenditoriale ernesto gismondi di artemide. in-ei è il nome della collezione, opera di miyake e del suo reality lab. in giapponese significa ombra, ombreggiatura, sfumatura; qui definisce un tessuto speciale, capace di assumere e mantenere forme in 3d nel tempo, facile da pulire, riciclabile. la sua trasparenza, superiore a quella della carta, è più materica; viene in mente quella strana matericità, densa e sensuale, che connota le facciate della Kunsthaus di Bregenz di peter Zumthor, dotata della stessa luminosità opaca di un minerale altrimenti banale come il quarzo. in-ei incanta per la qualità della luce, e il suo apparire così soffusa e nebulosa, ma anche così fisica e insieme poetica. perché è la sua qualità piuttosto che la sua quantità a contare. nella vita quotidiana solo di rado ci serve illuminare tutto un ambiente; il più delle volte ci basta illuminare bene e con arte alcuni punti dello spazio che occupiamo. per questo, le facce di ogni lampada paiono gradazioni di un tema, e offrono ciascuna, a seconda di dove ci troviamo, una luce forte, media e soffusa, o una penombra forte e debole, se così si può dire. l’ombra è una componente fondamentale della luce, e secondo alcuni l’architettura è proprio l’arte dell’ombra. nelle gradazioni si nasconde il metodo, cioè il concept di metamorfosi, con cui ogni lampada è stata ideata e fabbricata: si è partiti da un pezzo unico di tessuto, piegato fino a ottenere una forma bidimensionale, e alla fine è stata raggiunta – traguardo tutt’altro che scontato – la tridimensionalità. anche negli abiti di miyake, l’originaria monodimensionalità del tessuto viene continuamente ricordata nelle pieghe delle linee, e non scompare mai del tutto. “le forme delle lampade”, ci ricorda gismondi, “pulsano con un nonnulla, e sono meravigliose anche spente”. da tavolo, da soffitto e da terra, rivelano qualcosa di primigenio, arcaico ed essenziale, forse il grado zero dell’illuminazione, e intanto stimolano la possibilità di numerose variazioni future. Sono le stesse variazioni infinite che si nascondono nelle equazioni geometriche della natura, e che ci fanno immaginare un rapporto di parentela formale tra pietre, piante e animali; in-ei richiama cristalli, corna, conchiglie, stalattiti, fiori e gorghi. da un altro punto di vista, ciascuna lampada è una piccola scultura minimalista, un magico origami frutto di una tattilità sartoriale fatta di rapidi e precisi movimenti con le mani, un gesto istintivo di necessità privo di qualunque velleità formale.


di Sebastiano Brandolini / 19 Giugno 2012

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