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Itinerario: Berlino

Creatività, esperienza, sperimentazione. Sono le parole chiave di questo viaggio nella capitale della Germania anche morale, dove le persone che incontri sono spesso sorridenti ed entusiaste. Si respira nell’aria: c’è opportunità, è un altrove ideologicamente attivo. La città ha compiuto 20 anni importanti con un peso specifico sulle spalle come poche in Europa e la tangibilità degli avvenimenti è sotto gli occhi ogni minuto. A iniziare dal profilo architettonico, mutato in questi ultimi due decenni, dove i progettisti del pianeta hanno dato il loro contributo. Nella Potsdamer Platz ci sono le zone firmate da Renzo Piano come la Daimler-Benz, e ancora il Sony center di Helmut Jahn. Oppure spostandosi nel cuore di Mitte, luoghi emblematici come la cupola che Norman Foster ha firmato all’interno del Reichstag costruita sopra la sala plenaria della camera dei deputati, esempio di architettura evoluta grazie al sistema sun following che evita il calore esterno e la luce diretta, generando un’atmosfera di luminosa trasparenza simbolo della Berlino di oggi (e metafora delle aspirazioni della politica di sempre). Ancora Museumsinsel, l’isola dei musei, poco lontano, dove la sperimentazione progettuale è un fatto concreto. Incontro tra passato e futuro è il Neues Museum ristrutturato da David Chipperfield che ha firmato la rinascita del museo egizio della città, ma anche progetti di puro sapore contemporaneo come il Deutsches Historisches Museum, il Museo della Storia Tedesca a cui Ieoh Ming Pei ha aggiunto una struttura di vetro, una sorta di torre trasparente che invita a salire, a entrare, a scoprire. E poi c’è la Lehrter Bahnhof, la stazione riaperta dal 2006, la più grande su più livelli d’Europa. Opere architettoniche avveniristiche ma anche progetti privati piccoli ed effervescenti come il Michelberger Hotel . Mille idee, stanze ludiche, alcune a sei letti per chi proprio non ha denaro, ma con il gusto del design (e della vita), un bar con un caffè espresso eccellente, pieno di giornali e i muri scrostati, sedie diverse un po’ come a scuola: qui si guarda avanti nella cultura dell’accomodation ed è tutto low cost (la doppia da 59 euro, un letto costa 20). Poi cammini nel corridoio e ritrovi la scritta lager su una porta. Vuol dire magazzino. Perché non è stato riscritto un dizionario tedesco con ciò che si può o non si può dire? Sensazioni alterne, ottimismo, memoria e futuro, che respiri forte al Memoriale di Eisenman all’Olocausto, vicino alla porta di Brandeburgo. Quel giorno pioveva e le gocce sembravano lacrime sulle pareti di calcestruzzo dei parallellepipedi (2.711 a ricordare una foresta labirintica di tombe), come se la materia stesse piangendo (insieme a noi). Sensazione: la storia ha un peso specifico, ma è giusto essere costretti a guardare indietro, bello che abbiano creato qualcosa di così forte. Berlino ha questo coraggio. Perché ci vuole coraggio anche a mostrare il Jüdisches Museum a Kreuzberg, grigio ancora, con tagli che sembrano ferite nel corpo umano progettato da Daniel Libeskind più di dieci anni fa. È impossibile rimanere freddi. Non è un caso che qui la scena dell’arte contemporanea sia intensa, ricca, stimolante come succedeva a New York all’inizio degli anni ’80, ai tempi di Andy Warhol e Basquiat. Intensa come la città. Galleristi come Johann König, 28enne eppure già presenza di prestigio sulla scena, o Guido W. Baudach (ma si legge Ghido) e Isabella Bortolozzi sono oggi tra gli attori principali del cartello dell’arte e le loro gallerie sono un punto di riferimento mondiale. Lungo i tratti di muro ancora esistente sono rimasti i graffiti che scorrono come un film, fotogramma dopo fotogramma, colore dopo colore. Quante cose sono mutate qui, quante persone hanno sospirato davanti a quell’assurdo cemento. E mentre andiamo a Kreuzberg, o a Mitte a mangiare da Katja Barth, nel suo Cafè Ribo, improvvisato dove si trovano gli artisti, gustiamo anche la cucina tedesca. Buona. Più tardi tutti andranno a bere un bicchiere al Tausend, un bar con un occhio che ti guarda che sembra un’installazione di Olafur Eliasson . Flash d’immagini come in un film di Antonioni, sapori che si alternano sul palato, è solo l’inizio di un viaggio. Grazie, diciamo a Berlino, così vibrante, così intensa, che pone dei quesiti e che ci rende ancora una volta uomini e donne che pensano.


di Maddalena Fossati / 21 Marzo 2011

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